mercoledì, Luglio 28

Baldini e Iachetti: il gioco strangola field_506ffbaa4a8d4

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Riassunto delle puntate precedenti: dopo che un amico premuroso, ieri sera, mi aveva rivolto un’accorata raccomandazione   -disambiguo: nel senso di esortazione-   a procurarmi l’elmetto, a margine di una lettura in anteprima della berlina alla Ladylike, stavolta sono molto dubbiosa.
Devo scegliere se inerpicarmi in una dotta dissertazione sul ‘Rasoio di Ockam (o Occam)’ oppure procedere a sfrucugliare su qualche altro versante, perché ormai sulla tapina che avevo assunto a bersaglio si è addensato un vero nuvolone di anatemi ed io ho già dato. Mai infierire.
Mi piacerebbe inviarle l’ultimo grido in fatto di bambole, seria rivale alla Barbie perfettina e tirata a lucido, ovvero Lammily, appena lanciata dall’artista e designer Nickolay Lamm: è non proprio una silfide, castana, ed esibisce cellulite, cicatrici, brufoli, in un personale un po’ tozzetto.
Ovvero, riproduce la donna media, come insegna lo slogan che l’accompagna: ‘La realtà può essere bella!’. Se fosse stato in queste giorni nelle nostre lande, Mr Lamm avrebbe avuto l’idea ciliegina sulla torta, grazie proprio alla Onorevole Alessandra Moretti, dotando la sua bamboletta anche di similpeli pre-ceretta, sì da completare il quadro.

Voltiamo pagina, se no divento noiosa persino a me stessa.
E, per uscire dalla morta gora del mio scarso senso di sorellanza   -ma io giudico le persone dal cervello, non per il sesso: una donna cretina e un uomo imbecille, per me, par sono… – pesco dal mazzo delle news qualche vicenda maschile riguardo alla quale impicciarmi sentenziosa.

Mi ha colpito la quasi concomitanza di vicende parallele che hanno colpito due famose ‘spalle’ di showmen televisivi: Marco Baldini (per Fiorello) e Enzo Iachetti (contraltare di Ezio Greggio).
Entrambi hanno dilapidato una posizione economica ragguardevole inseguendo, in epoca di vacche grasse, il demone del gioco e delle scommesse. Ovvero in preda a quella spirale che stritola subdolamente coscienza e autocontrollo.
Parto sempre dalle esperienze personali, per dimostrare che, se mi esprimo, è con una certa cognizione di causa.
Ho avuto il nonno paterno che, appartenendo ad una famiglia più che benestante di un paese della parte Sud della provincia di Salerno, ha annullato un buon patrimonio giocando a carte e inseguendo le gonnelle.
La mitologia familiare   -che, però, conosco solo in parte: mio padre sui fatti di famiglia e sui suoi era piuttosto elusivo-   parla di un tombeur de femmes irresistibile, legato a mia nonna che, originariamente, aveva tentazioni monacali, ma poi gli scodellò 7 figli viventi (all’epoca, quelli sfumati non si contavano e non ne fu tramandato il numero).
Quanto alla parte ludopatica, si tramandano leggende di ricche proprietà che cambiarono proprietario in una notte, proprio come nei romanzi.
Paradossalmente, io considero ciò persino una fortuna nella sfortuna, perché le prove di avidità di alcuni dei cosiddetti zii e zie a cui ho assistito dopo la morte di mio padre, mi spinge a pensare che, se ci fosse stato un vero patrimonio da suddividere, sarebbe scoppiata la Terza Guerra Mondiale, sotto il manto della Madonna del Granato.
Con ciò voglio dire che ho piena contezza che un essere umano, teoricamente pensante, con un mazzo di carte in mano o un’irresistibile scommessa a fare da sirena, diventa schiavo del proprio stesso impulso.
Dunque, Baldini e Iacchetti sono esponenti di una declinazione della fragilità che ha come ‘testimonial’ personaggi noti e meno noti, insospettabili, persino il vicino di casa (non il mio, che è un angelo e ha due bimbi deliziosi).
Quando entro in qualche bar accessoriato di slot machine, mi sorprendo a provare ogni volta una fitta nello stomaco vedendo delle ostinate vecchiette che mandano in fumo i loro pochi averi, tirando una leva e sfidando l’impossibile mostro inghiotti-gettoni.
Hanno la stessa espressione ostinata e concentrata che avevo colto, molti anni fa, intorno ai tavoli di roulette o baccarat, di alcuni casinò che mi son trovata a visitare, giocando pochi spicci per onor di firma (e non vincendo mai: ecco che cosa ho ereditato da mio nonno e che, naturalmente, altri eredi si guarderanno bene dal rivendicare!).
Il demone del gioco si imprime sui lineamenti di chi ne è preda, deformandoli, portando a galla la tensione continua, il senso di rivalsa contro quella pallina o quelle carte che continuano a tradire. E’ quasi come assistere agli spasmi di una sofferenza interiore indomabile, che ottunde ogni pensiero e rende ogni giocatore una monade completamente estranea a tutto ciò che gli capita intorno, tranne che al tavolo verde.
Quello che, però, mi mette a disagio  -ma non dovrebbe sorprendere: simili meccanismi si riproducono anche negli alcolisti e nei assuntori di droghe varie-   è la pretesa di giustificarsi agli occhi degli estranei.
Prima Baldini, poi Iachetti in qualche modo hanno fatto outing: lamentandosi nei fatti o a parole di non guadagnare abbastanza.
Baldini ora ce lo dovremmo ritrovare a fare qualcosa la domenica pomeriggio su RAI Uno (e si ritiene che, emergendo in proprio, possa spuntare un compenso meno calmierato di quello che percepiva come spalla di Fiorello); Iachetti, dal canto suo, stigmatizza il frequente turn over a ‘Striscia la Notizia’, fattore, questo, che gli falcidia la retribuzione.
Miserie umane che, però, messe in piazza, possono riverberarsi in un effetto scia che, in qualche modo, dà un alibi alla ludopatia e alle sue vittime.
Un male ben diffuso, tanto che, nello studio della mia dottoressa di base, campeggia un manifesto che pubblicizza un centro ospedaliero che dovrebbe servire a disintossicare i soggetti colpiti da tale patologia.
Stavolta, credo di essere stata più pensosa che spiritosa; ché il malumore che mi serpeggia dentro ha trovato questa valvola di sfogo.
Mi viene un groppo in gola pensando alle mogli, alle compagne, alle famiglie che hanno la sventura di doversi affliggere con un ludopatico fra le mura domestiche.
La presenza ectoplasmica di simili soggetti, sempre concentrati sulla prossima occasione in cui sfidare la sorte e del tutto indifferenti anche ad un rapporto con le persone che, per vincoli di sangue, dovrebbero stare loro a cuore, dev’essere straziante, straniante.
Anche quella è violenza, pur se incruenta: il dolore, però, è sempre vivo, umiliante, ininterrotto.

 

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