sabato, ottobre 20

Balcani-UE: futuro a rischio? Dal fallimento del referendum macedone alle tensioni fra Serbia e Kosovo: che cosa sta succedendo?

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I Balcani sembrano oggi più distanti dall’Unione Europea e dalla Nato. Benché sia storicamente, concettualmente e politicamente non corretto riferirsi all’intero mondo balcanico come se fosse un blocco unitario, è altrettanto vero che gli Stati che lo compongono affrontano problematiche e questioni simili e, nella tensione fra mondo occidentale e Russia, rappresentano un fronte quanto mai ambito e strategico.

L’iter che avrebbe dovuto risolvere l’annosa questione del nome dell’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia ha subito, nella giornata di ieri, uno stop che rischia di essere piuttosto decisivo. L’accordo faticosamente trovato fra il Governo greco e quello macedone, che, dall’inizio degli anni Novanta sono coinvolti nella famosa disputa che mischia ragioni politiche, storiche e militari, è stato sottoposto a un referendum di natura consultiva: il popolo macedone si è dunque recato alle urne per confermare o rigettare l’accordo, con un quorum del 50% da raggiungere. Il Primo Ministro, Zoran Zaev, europeista, aveva puntato tutto sul buon esito di questa consultazione referendaria, mentre il Presidente della Repubblica macedone, Gjorge Ivanov, contrario all’accordo, aveva invitato la popolazione macedone a non recarsi alle urne, boicottando il referendum. Ha vinto la linea contraria all’accordo: solo il 34% degli aventi diritto si è infatti espresso, facendo naufragare il voto che, per la cronaca, aveva fatto registrare il 90,8 dei voti favorevoli all’accordo e il 6,18% contrari. Data la natura consultiva del referendum, l’accordo non è saltato, ma ora Zaev – che non si è dimesso – avrà vita dura nel far passare il progetto al Parlamento: occorrerebbero i 2/3 dei voti favorevoli al cambiamento del nome dell’ex Repubblica Jugoslava di Macedonia in Nord Macedonia (o Macedonia del Nord). L’ingresso nell’Unione Europea si allontana, dunque.

Anche a nord della Repubblica di Macedonia la tensione è salita. I rapporti fra Serbia e Kosovo non sono mai stati facili, per le note ragioni storico-politiche: tuttavia, con l’intermediazione dell’Unione Europea, è stato istituito un percorso che dovrebbe portare, nei piani, alla risoluzione della questione kosovara entro il 2025. Punto focale della questione è il riconoscimento del Kosovo da parte serba, con la risoluzione dei confini ed eventuali accordi volti a tutelare le rispettive minoranze etniche. Il percorso, lungo, è però sempre irto di ostacoli, come dimostrano i recentissimi episodi, bollati da Belgrado come ‘provocazioni’, sul confine serbo-kosovaro, con il Presidente del Kosovo Hashim Thaçi che si è presentato sulle rive del lago di Gazivoda, conteso fra i due Stati ma per 2/3 su territorio kosovaro, sulle cui sponde vive una popolazione a maggioranza serba. La presenza di Thaçi, accompagnato da forze armate, ha allarmato Belgrado, che ha risposto intensificando il livello di allerta del proprio esercito. E non è il primo episodio. Il processo di pacificazione è seriamente a rischio?

A questa e altre domande ha risposto Eric Gobetti, storico e giornalista free-lance esperto di Balcani.

 

Nel Mondo balcanico è in corso una corsa a due fra Unione Europea e Russia?

C’è un dato di fondo culturale, con i Balcani, nei secoli, contesi fra vari mondi: ottomano, russo, europeo. Sono una parte d’Europa con caratteristiche particolari. Negli ultimi anni, poi, c’è una competizione in campo economico e di strategia militare, fra Unione Europea e Russia, con la presenza russa che varia da Paese a Paese. Montenegro, Macedonia e Serbia sono quelli con i maggiori legami con la Russia. Quello con il Montenegro è un legame sempre più sfumato: sono uniti da un legame culturale antichissimo, ma oggigiorno il tipo di presenza russa nel piccolo Stato dell’ex Jugoslavia è perlopiù turistico, venendo invece meno quello politico. In Serbia è invece molto più forte ed evidente, sia da un punto di vista economico che militare: è molto particolare la strategia messa in atto dal Presidente serbo Aleksandar Vučić, che gioca sul filo dell’equilibrio fra Unione Europea e Russia. C’è il legame molto forte con la Russia, ma il processo di ingresso nella UE è in corso. Sarà interessante capire come questo proseguirà nel tempo. La Macedonia si trova a metà fra questi due estremi.

A tal proposito, l’accordo fra Grecia e Macedonia rischia di saltare?

Mi pare molto difficile che l’accordo con la Grecia possa saltare: non mi sembra molto rilevante il risultato del referendum, fallito unicamente per ragioni di quorum – piuttosto prevedibile, non andando a toccare una questione della quotidianità.  Detto questo, dubito che possa fallire: è un accordo che accontenta entrambi, perché, di fatto, mantiene aperta ai macedoni la possibilità di poter allargarsi verso la Macedonia meridionale, quella greca. È un escamotage astuto, perché entrambi mantengono la possibilità di reclamare la sovranità sull’intera Macedonia, pur appianando momentaneamente le tensioni fra i due Paesi e quindi permettendo un avvicinamento all’Unione Europea. Non vedo ragioni per considerare fallito questo accordo: in Parlamento si supererà l’impasse.

A che punto siamo nel percorso di pacificazione fra Kosovo e Serbia?

La strada per la pacificazione fra Kosovo e Serbia è ancora molto lunga. Il problema di fondo rimane il fatto che le radici nazionali, culturali e religiose della Serbia affondano in Kosovo. Nessun Governo di nessuno schieramento politico, che si presenti come patriottico, non si prenderà mai la responsabilità di rinunciare al Kosovo.Il Kosovo di oggi è governato dagli ex leader dell’UÇK (Ushtria Çlirimtare Kosovës, Esercito di Liberazione Kosovaro), che non hanno nessuna intenzione di venire incontro al Governo serbo, non c’è interesse a dialogare. Suppongo che ci sia una competizione sotto traccia fra Nato e Ue: ai primi interessa avere interessi militari forti e un punto di tensione accanto a un Paese ad alta presenza russa; ai secondi interessa avere la regione balcanica pacificata e nella propria orbita. E Thaçi è un uomo della Nato, per cui le sue provocazioni sono probabilmente da leggere in rapporto a interessi più grandi del Kosovo stesso. È difficile pensare che uno Stato così piccolo come il Kosovo possa permettersi certi atteggiamenti senza poter godere di un appoggio esterno. Da questo punto di vista, la Serbia è il soggetto debole: il  Governo serbo non potrà mai lasciar perdere il Kosovo, ma non può neanche mettersi contro la Nato. È in una situazione di stallo, che compromette il suo ingresso in Europa.

La Serbia ha davvero interesse di entrare nell’Unione Europea?

Non credo che il Presidente Vučić, dal canto suo, abbia particolare interesse a entrare nell’Unione Europea, per il legame con la Russia. Conviene mantenere questa ambiguità che gli consente di governare: dichiara di voler entrare in Europa, ma ammette che non è un qualcosa che dipende da lui; nel frattempo persegue una propria politica filorussa. Ma ha le mani legate: non può abbandonare il Kosovo, specialmente questo Kosovo, nelle mani di un Governo non democratico, che non rispetta i diritti delle minoranze. Al momento, l’obiettivo del 2025 è velleitario, benché sia ancora lontano.

C’è il rischio che i Balcani tornino a essere la polveriera d’Europa?

In questo momento non vedo possibilità di conflitto: secondo me, rimarrà questa posizione di stallo – che, ben inteso, non fa comodo a nessuna delle popolazioni residenti. D’altra parte, il conflitto vero e proprio non è immaginabile perché ci sono troppi interessi in ballo. È difficile immaginare che qualche Paese possa attaccare la Serbia o viceversa. Quella bosniaca forse è la situazione più difficile, ma anche lì vedo molto improbabile il sorgere di un conflitto armato. Lo stallo in un momento di tensione, nel caso di un cambiamento delle contingenze internazionali, potrebbe portare in futuro a uno scontro, ma non nell’immediato.

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