lunedì, Aprile 12

Balcani Occidentali: ecco perché l’Ue non li può abbandonare

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Il 2017 è un anno ‘fortunato’ per l’Italia poiché, dopo la Presidenza italiana al G7 di Taormina, detiene la Presidenza anche di un altro vertice, quello che si terrà domani, 12 Luglio, a Trieste, sui Balcani occidentali.

Il ‘Processo dei Balcani occidentali’ nasce con lo scopo di contribuire alla stabilità e alla pace nella regione balcanica e per integrare gradualmente i Paesi candidati, Albania, Bosnia-Erzegovina, Kosovo, FYR Macedonia, Montenegro e Serbia, nell’Unione Europea.

Alla base vi è il ‘Processo di Berlino’, che risale al 28 Agosto 2014, quando alcuni Paesi membri Ue, insieme ai Balcani, hanno deciso di lavorare insieme su una serie di riforme interne volte alla soluzione dei conflitti, alla cooperazione economica e alla riconciliazione della società.

Oltre all’Austria, Croazia, Francia, Germania, Regno Unito e Italia, prenderanno parte al vertice il SEAE (Servizio Europeo per l’Azione Esterna), l’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e Vice Presidente della Commissione Europea, Federica Mogherini, e i Commissari per l’allargamento, Johannes Hahn, per i trasporti, Violeta Bulc, e l’educazione, Tibor Navracsics.

Ad un giorno dal vertice, resta da capire quale ruolo ha l’Europa nell’area balcanica, quali sono i suoi interessi, quali tensioni storiche interne ai Balcani, e quali preoccupazioni attuali, minano l’ingresso nell’Ue.

Di questo parliamo con Stefano Bianchini, Professore ordinario presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Bologna e uno dei massimi esperti in questioni balcaniche, che domani sarà presente al vertice.

 

Professore, una domanda introduttiva. A ridosso del vertice, quali temi, in generale, verranno affrontati?

Il vertice affronterà i problemi dei Balcani occidentali e il fatto che tutti i Paesi che sono candidati all’Unione Europea sono in una situazione ancora molto lontana dal processo di integrazione e dalla realizzazione delle riforme richieste dalla Commissione europea. Quindi il vertice dovrebbe servire ad accelerare questa prospettiva. Questo riguarda, sì, i Paesi candidati, ma ci sono delle tensioni molto forti, che bisogna affrontare, anche tra i Paesi dell’Ue nell’area; penso, in particolare, alla Slovenia e alla Croazia per questioni di confine.

La possibile integrazione del Kosovo e della Serbia, nell’Ue, dipende dalla risoluzione dei loro conflitti interni circa l’indipendenza del Kosovo che Belgrado non riconosce. Come pensa l’Ue di agevolare questo dialogo?

Questo non è detto. Ci sono 5 Paesi dell’Ue che non riconoscono il Kosovo. Ma, per esempio, la Spagna, ancora oggi, non riconosce il predominio della Gran Bretagna su Gibilterra, per cui, è vero che la Gran Bretagna uscirà con la Brexit, però la questione di Gibilterra non ha rappresentato un ostacolo all’ingresso della Spagna, o della Gran Bretagna, nell’Ue. Quindi la questione del Kosovo, cioè il riconoscimento in quanto tale, nonostante le pressioni che vengono, soprattutto, dalla Germania sulla Serbia, non è elemento ostativo. Bisognerà però vedere cosa succederà in Kosovo perché in questo momento non c’è governo, per cui bisognerà vedere se un governo verrà costituito, se si andrà alle elezioni anticipate. L’Ue era riuscita a trovare un compromesso con la precedente Commissione al governo in Kosovo e con l’attuale governo in Serbia sulla questione delle autonomie della comunità serba nella zona settentrionale del Kosovo. Questa decisione però non è mai stata ratificata dal Parlamento kosovaro per le opposizioni dei partiti che adesso hanno vinto le elezioni ma, siccome sono due coalizioni diverse, fra loro non c’è un accordo, almeno finora, per la costituzione del Governo e quindi non si sa. Tra l’altro, il partito di maggioranza relativa è contrario a questo accordo e quindi sembrerebbe che debba essere rinegoziato. L’Unione Europea dovrà trovare nuove formule, rilanciare il dialogo, ma, prima di tutto, dovrà capire chi governerà il Kosovo.

Sempre per quanto riguarda la Serbia, l’ingresso nell’Ue implica anche un’unione doganale, ma il Paese non è neanche membro dell’Organizzazione mondiale del Commercio, cosa che avrebbe facilitato gli scambi. Per cui, quanto è difficile un’integrazione di questo tipo? E la Serbia dovrà rinunciare all’accordo di libero scambio con la Russia?

Sicuramente verrà richiesto. Quanto la Serbia sia disponibile a farlo non lo so. Di recente, le autorità politiche serbe hanno detto che, se messe di fronte ad una scelta tra Unione Europea e Russia, sceglieranno l’Ue. Ma anche questa è un’affermazione che fa parte di una questione di negoziati che di una reale volontà. Io non metterei la mano sul fuoco per un’affermazione di questo genere.

L’avvio dei negoziati per l’ingresso dell’Albania dipende, invece, si legge nel sito del Parlamento europeo, da 5 priorità fondamentali. Quali sono i requisiti che l’Albania deve soddisfare?

Sono diversi. Riguardano il funzionamento della magistratura, il sistema politico istituzionale, che ancora soffre di faticose relazioni tra governo e opposizione, la ricostruzione di un sistema educativo funzionale e poi c’è sempre aperta la questione dei rapporti con gli albanesi al di fuori dell’Albania. Può essere che, per ragioni semplicemente di lobby, e di Edi Rama, che ha vinto di nuovo le elezioni, che, tempo fa, ha ribadito più volte che, se ci fosse stato un miglioramento inclusivo delle relazioni tra l’Unione Europea e Kosovo, Kosovo e Albania avrebbero potuto prendere la decisione di unirsi. Questo avrebbe modificato i confini, avrebbe aperto un conflitto politico con la Serbia e con la Macedonia. Su questo, Ue, e anche Stati Uniti, sono intervenuti pesantemente. Le questioni sul tappeto, in realtà, non sono tecniche, di mero negoziato, come avrebbero potuto essere negli anni ’90 quando si trattava con la Polonia, con la Repubblica Ceca. Qui i problemi sono politici e sono legati al fatto che non è stato superato lo shock del crollo della Jugoslavia, con tutte le conseguenze politiche che questo comporta.

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