lunedì, Agosto 2

Balcani, di nuovo polveriera?

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Il ‘teatrino della politica’, spesso vituperato dalle nostre parti, sta forse prendendo piede anche nelle nostre vicinanze, appena al di là dell’Adriatico. È un’immagine che sembra riflettere quanto sta accadendo da qualche settimana nella penisola balcanica, o meglio quanto improvvisamente si scopre, o si crede di scoprire, che vi stia accadendo. Scatenati nel darne conto sono naturalmente i media, cartacei e online, affidandosi però in gran parte a ciò che esce dalla bocca dei politici di vari Paesi e di ogni colore.

Ecco un’eloquente selezione di titoli: «La destabilizzazione russa dei Balcani fa risuonare campanelli d’allarme mentre si riuniscono i dirigenti dell’Unione europea» (‘The Guardian‘). «UE e NATO guardano al posto sbagliato. Pericolo immediato nei Balcani» (‘Financial Times’, che invita a non lasciarsi distrarre da Ucraina e Nordeuropa). «UE allarmata dalle interferenze russe nei Balcani» (‘EUobserver‘). «La Russia torna nei Balcani e nessuno può fermarla» (‘B92′, citando una dichiarazione di Vojslav Seselj, vecchio nazionalista serbo). «Balcani completamente instabili, influenza russa ovunque» (ancora ‘B92‘). «È ora di affidarsi alla Russia, mica a Trump» (‘Sputnik’, riferendosi in particolare alla Macedonia).

Come si vede, che qualcosa di serio stia accadendo: lo dicono anche voci filorusse o di ispirazione ufficiale russa, mentre non mancano neppure versioni degli eventi opposte a quella predominante. «Le potenze europee estendono ai Balcani l’offensiva contro la Russia», titola ad esempio il ‘World Socialist web site’, portavoce della trozkista Quarta Internazionale. Tutti hanno un po’ ragione e un po’ torto, anche in qualche dettaglio come nel caso del ‘Washington Examiner’ che sotto il titolo «La Russia potrebbe entrare nei Balcani» ipotizza che Mosca miri ad «occupare un po’ del terreno perso dopo il collasso dell’Unione Sovietica».

L’URSS, in realtà, all’indomani della vittoria nella seconda guerra mondiale e della conquista di mezza Europa perse ben presto il controllo di quasi tutta la penisola balcanica in seguito alla sconfitta comunista nella guerra civile greca, al distacco da Mosca dei regimi comunisti jugoslavo e albanese e alla semi ribellione al Cremlino della Romania comunista guidata da Nicolae Ceausescu. A conferma della sua peculiarità, la regione divenne così, e rimase per tutti i decenni della “guerra fredda”, l’unica eccezione alla divisione del vecchio continente in due grandi blocchi contrapposti.

Una collocazione, questa, che la esponeva potenzialmente a rischi maggiori di altre, in continuità per un certo aspetto con la sua precedente condizione di “ventre molle” d’Europa, come l’aveva definita Winston Churchill, il premier britannico che avrebbe preferito uno sbarco anglo-americano sulla costa adriatica orientale anziché in Sicilia per attaccare da sud il Terzo Reich nazista. I rischi si materializzarono invece solo dopo la fine del braccio di ferro tra Est e Ovest e il crollo del muro di Berlino, con la disintegrazione della Jugoslavia nel corso di un conflitto cruento e feroce i cui strascichi non sono del tutto esauriti ancora oggi.

La ricaduta in una relativa instabilità e precarietà di situazioni e prospettive, paragonabile a quella che aveva caratterizzato la regione già nel periodo tra le due guerre mondiali, è stata provocata da fattori soprattutto interni piuttosto che da influenze esterne, benchè oggi si tenda a sottolineare piuttosto queste ultime. Ne deriva, comunque, quello che una volta si usava chiamare un accentuato “vuoto di potere”, causato dalla proliferazione di Stati per lo più piccoli e deboli, incapaci di fare gruppo anche perché inguaribilmente divisi da vecchi e nuovi antagonismi di natura etnica, territoriale o altro, e semmai fragili anche al proprio interno per motivi analoghi.

La ex Jugoslavia, come si sa, non si è solo scissa in sei repubbliche non più federate, come sotto il regime comunista, bensì pienamente indipendenti. La più popolosa di loro, la Serbia, ha inutilmente cercato di conservare un legame federale almeno con il consanguineo Montenegro e ha dovuto subire la separazione totale dalla propria culla nazionale, il Kosovo a maggioranza albanese da tempo schiacciante.

In un’altra repubblica, la Bosnia-Erzegovina, la coabitazione tra le sue tre componenti nazionali (musulmani, serbi e croati) resta oltremodo precaria essendo oggi più subita che voluta dai più diretti interessati. E un’altra ancora, la Macedonia, è minata alla base dalla difficile convivenza tra la maggioranza slava e la forte minoranza albanese e dalla pervicace contestazione greca della sua stessa denominazione, per quanto attualmente smussata dal grave indebolimento economico e politico del vicino meridionale.

I vuoti, in politica come in natura, chiedono normalmente di essere riempiti, e nel caso dei Balcani tendono a provvedervi, non da oggi, le grandi potenze, anche non necessariamente vicine, o grandi raggruppamenti come l’Unione europea, le une e gli altri spesso chiamati in aiuto dai Paesi della regione per sottrarsi ad egemonie sgradite ma anche per regolare i conti con qualche vicino.

L’emancipazione dalla plurisecolare dominazione ottomana avvenne grazie a campagne militari dell’Impero asburgico e di quello zarista. La Jugoslavia comunista, dapprima neutrale nell’ambito europeo, divenne uno dei leader dello schieramento mondiale dei Paesi non allineati e impegnati a sottrarsi in tutti i sensi alla morsa dei due grandi blocchi contrapposti. L’Albania comunista, inizialmente “satellite” della stessa Jugoslavia, preferì invece affidarsi a Stalin quando Josip Broz, più noto come Tito, ruppe con la centrale del comunismo mondiale.

Poi però optò per la pur improbabile protezione della Cina, allora ben più lontana di oggi, in seguito alla rottura anche tra Mosca e Pechino. Il tutto attirando sempre una particolare attenzione da parte degli Stati Uniti, il cui interesse per la posizione strategica del piccolo Paese adriatico si concretizzò soprattutto dopo la caduta del regime comunista di Tirana, portando gli USA a caldeggiare l’ammissione dell’Albania nella NATO, peraltro sempre rinviata, sinora, e resa adesso più incerta, forse, dall’avvento di Donald Trump alla Casa bianca.

In realtà, se l’interesse esterno per i Balcani è sempre stato vivo da ogni parte, altrettanto palese è stato e appare tuttora una certa riluttanza a tradurlo in impegni forti e risoluti. La UE, che negli anni ’90 si chiamava Comunità europea, viene ancor oggi accusata spesso e volentieri di avere contribuito a provocare, se non addirittura provocato, la dissoluzione della Jugoslavia. È vero che i nazionalismi o particolarismi croato e sloveno ricevettero non pochi appoggi di vario genere dalla Germania appena riunificata e dall’Austria. Ciò non impedì tuttavia alla diplomazia di Bruxelles di prodigarsi nella pur vana mediazione tra i governi secessionisti e Belgrado per salvare la moribonda Federazione.

Oggi la UE, dopo avere inglobato Slovenia e Croazia, persegue programmaticamente l’ammissione anche delle altre repubbliche ex jugoslave. Che è ostacolata, però, da una serie di difficoltà per lo più oggettive, ossia non imputabili a cattive volontà politiche da una parte e dall’altra, cui si sono comunque aggiunte, acuendole, quelle ricollegabili alla fase critica che stanno attraversando la comunità di Bruxelles, i suoi meccanismi e le sue politiche in generale.

Nell’area balcanica non mancano settori popolari e anche di opinione pubblica che guardano più volentieri verso est piuttosto che verso ovest. Per quanto i governi debbano tenerne almeno un po’ conto, nel complesso sembrano propendere ancora per l’opzione occidentale, comprendente sia l’adesione alla Ue sia quella, meno appetita, all’Alleanza atlantica. Ma devono ugualmente premunirsi contro il pericolo che si vada alle calende greche, benchè i ritardi dipendano largamente dalle proprie inadeguatezze e inadempienze. Oppure, cercano di premere per stringere i tempi minacciando di buttarsi, in alternativa, dalla parte opposta.

Non senza il rischio, peraltro, di ottenere anche l’effetto opposto. Potrebbe essere, ad esempio, il caso della Serbia, il pezzo più grosso tra i candidati all’ammissione nella UE. Belgrado sembra non temere di complicare le cose ammiccando a Mosca anche sul piano delle esercitazioni militari, che si svolgono sul territorio nazionale in comune sia con la NATO sia con la Russia. Alle sanzioni occidentali contro la quale, nel frattempo, la Serbia non aderisce.

Si tratta d’altronde dello Stato ex jugoslavo che, insieme con lo stretto parente montenegrino, vanta con il più grande Paese di ceppo slavo il più tradizionale legame non solo sentimentale, eguagliato nei Balcani dalla sola Bulgaria. La Russia attuale, che ama ricollegarsi al passato zarista più che a quello sovietico, ricambia a sua volta l’attrazione serba non soltanto per un naturale interesse politico. Lo dimostrò persino nei primi anni del post-comunismo, quando Boris El’zin, oggi vituperato per eccessiva remissività nei confronti dei vincitori della guerra fredda, sfoderò qualche gesto di orgogliosa reazione all’appoggio occidentale ai nemici jugoslavi della Serbia.

Adesso Vladimir Putin si spinge ben oltre. Al di qua e al di là dell’Atlantico lo si rimprovera a gran voce di pescare nel torbido sostenendo la Serbia nella sua perdurante contestazione dell’indipendenza del Kosovo col rifiuto anche russo di riconoscere quest’ultima. Di alimentare così le resistenze in Serbia all’adesione alla NATO ma anche e soprattutto di ostacolare quella ormai imminente, invece, del Montenegro giungendo, secondo accuse locali non comprovate, ad organizzare un complotto, nello scorso autunno, per rovesciare il governo di Podgorica. Di estendere, inoltre, con vari mezzi l’influenza russa a fini analoghi anche in Bosnia-Erzegovina e nella Macedonia recentemente destabilizzata da una profonda crisi interna.

Nulla di radicalmente nuovo, per la verità. Già un paio di anni fa si denunciava una penetrazione russa nei Balcani interpretabile anche come una ritorsione di Mosca per quella occidentale nello spazio ex sovietico, Ucraina in testa, e per lo più giudicata peraltro non troppo temibile a causa della scarsità di strumenti utilizzabili per sostenerla adeguatamente. Ora però il quadro internazionale è sensibilmente mutato perché la Russia rimane economicamente sprovveduta e vulnerabile ma la sua attrazione è aumentata in termini relativi sia grazie ad una politica estera energica ed efficace sia, soprattutto, all’indebolimento dell’Unione europea e alla ventilata revisione degli impegni oltremare degli USA.

Anche la Russia, tuttavia, di recente come nel passato si è mostrata restia, in fin dei conti, ad assumere impegni troppo onerosi e/o azzardati in una regione ostica come quella balcanica, vecchia “polveriera d’Europa”. Astenendosi, ad esempio, dal cogliere l’occasione favorevole per tirare dalla propria parte una Grecia economicamente disastrata, bisognosa di aiuti urgenti che la UE lesinava e ben disposta a ricorrere a Mosca anche pagando qualche prezzo.

Se non ci si vuole quindi accontentare di sottoscrivere la constatazione che «I Balcani diventano una scacchiera per le grandi potenze», come si limita a registrare un altro titolo mediatico (di ‘EurActiv’) di questi ultimi giorni, di potrebbe anche dare qualche credito ad un altro ancora (di ‘Europp’) che, pur battagliero, esorta l’Occidente a «chiamare il bluff della Russia nei Balcani», smentendo i commentatori che paventano l’imminenza di una nuova guerra nell’irrequieta penisola.

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