martedì, Giugno 22

Baghdad: alla vigilia della battaglia cruciale La marcia dei combattenti sunniti verso Baghdad prosegue. Nella capitale si contano le ore prima della battaglia decisiva

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Doha
– Incoraggiati dalla rapida conquista di Mosul e Tikrit, i combattenti sunniti proseguono la loro marcia su Baghdad, verso quello che sembra sia il loro obiettivo finale. A Baghdad il Governo iracheno rinfoltisce le truppe, alle quali si stanno aggiungendo altre divisioni, in arrivo da Bassora. È sempre più chiaro come i combattenti dello Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (ISIL) abbiano unito le loro forze a quelle di altri gruppi militanti islamici sunniti, predisponendo sul campo un supporto avanzato. Non si sa se il Governo sciita guidato di Nouri al Maliki sarà in grado di mantenere il controllo di Baghdad o se i gruppi dei combattenti cercheranno di prendere le città che si trovano più a meridione, il cuore del territorio sciita, che comprende anche la città santa di Karbala.

Un successo così rapido ha scatenato le accuse di negligenza contro il Governo di Maliki e ha seminato il panico tra i leader della Siria, della Turchia e del Libano. L’Iran ha spostato dei contingenti al confine con l’Iraq, temendo eventuali ripercussioni se la battaglia dovesse assumere un tono più settario. Le memorie delle battaglie tra americani e sunniti islamici a Mosul e Tikrit dopo la caduta di Saddam Hussein, dieci anni fa, sono state riesaminate alla ricerca di indizi su dove tutto questo abbia avuto inizio. Intanto è sempre più evidente che i gruppi emersi nell’Iraq del dopo-Saddam si sono reinventati, e, sfruttando in pieno i vantaggi derivanti dalla presenza di un Governo corrotto e settario a Baghdad, sentono che la battaglia decisiva è ora, e che l’imperativo è vincerla.

Nella primavera 2012 i leader arabi si sono riuniti a Baghdad e l’agenda regionale si è concentrata sulla rivolta siriana, che aveva già imperversato per 14 mesi: qui è stata individuata la prima origine della battaglia che oggi sta per esplodere. Mentre i leader del mondo arabo si incontravano, tenendosi sempre ben lontani dalla stampa, ai giornalisti si è avvicinato un altro gruppo. Avevano una dichiarazione di una pagina, scritta in arabo, molti pensavano che il loro gruppo fosse già in declino; avrebbero presto saputo riconquistare l’attenzione generale. Si trattava dei reduci di Al Qaeda in Iraq, un gruppo islamico combattente che era già risorto dalle ceneri dell’invasione dell’Iraq guidata dagli USA e che ha poi continuato la sua guerriglia contro gli Stati Uniti e i loro alleati iracheni. Ma, nel corso del 2012, l’80% dei 42 leader del gruppo, compresi reclutatori e finanzieri, sono stati uccisi o catturati. Questo gruppo, pensarono i giornalisti riuniti nel 2012, non valeva la fatica di un viaggio sulla pericolosa strada verso Fallujah.

Quanto allora ebbero da dire, oggi appare come una forma di preveggenza. I combattenti iracheni si stavano addestrando fianco a fianco con i soldati siriani anti-Assad nella periferia di Fallujah, nel cuore della rivolta post-Saddam, e avevano già iniziato a progettare di entrare in Siria accanto ai loro fratelli sunniti, per iniziare a combattere con l’obiettivo di creare un califfato islamico nel cuore del Medio Oriente. Per contraddistinguere la nuova battaglia, hanno cambiato il loro nome e oggi sono noti come lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante, o ISIL (abbreviato anche ISIS).

Appena 2 anni più tardi, le forze di ISIL invadono Mosul e Tikrit. All’improvviso in tutto il mondo si comincia a parlare di loro, e spesso. La loro struttura organizzativa e la base di chi li sostiene sono però informazioni confuse. Quel che è noto è invece come, negli ultimi due anni, ISIL abbia tentato di conquistare una fascia di territorio nel nord-est della Siria. Il gruppo, noto per le sue spietate tattiche e per i suoi attentati dinamitardi e suicidi, segue rigorosamente l’interpretazione fondamentalista dell’Islam, nella costernazione della comunità internazionale.

Ma già da alcuni mesi gli osservatori stanno lanciando un allarme circa la combinazione potenzialmente esplosiva tra guerra civile siriana e allontanamento della minoranza musulmana sunnita dall’Iraq. Mentre la battaglia infuriava in tutta la Siria e nell’Iraq orientale, la guerra in Siria stava allentando i confini tra i due Paesi. Combattenti affiliati a ISIL si spostavano impunemente tra Iraq e Siria e sembrava che l’obiettivo di un califfato islamico privo dei confini post-ottomani stesse diventando una realtà.

Nessuno, però, si aspettava che Mosul e Tikrit cadessero così facilmente. Come si poteva immaginare che un gruppo di 800 combattenti di ISIL sarebbe stato in grado di sconfiggere due intere divisioni, cioè 30.000 soldati, dell’Esercito iracheno? Secondo Shiraz Maher, del King’s College di Londra, la caduta di Mosul e l’abbandono di migliaia di soldati iracheni sono stati una vera sorpresa. “La caduta di Mosul era inevitabile. Non esisteva alcuna strategia di coordinamento. La popolazione civile era abbastanza disillusa da suggerire che il concretizzarsi di una sfida di questo tipo, semplicemente, non avrebbe incontrato nessuna resistenza“.

Oggi il Primo Ministro Maliki può contare sul sostegno dei funzionari degli Stati Uniti, ma ha la fama di essere uno che tratta i sunniti con molta durezza, limitandone fortemente l’accesso al potere. La sua brama di potere assoluto ha fatto si che molti iracheni lo considerassero un Saddam Hussein sciita. Leader politici e semplici cittadini sunniti sono stati incarcerati, e nelle carceri subiscono pratiche di tortura e stupri. Molti ex membri dei Consigli del Risveglio sunniti, che hanno combattuto contro gruppi islamici, ricordano di aver lottato duramente contro al-Qaeda, sino a pochi anni fa, per poi ritrovarsi emarginati appena il potere di Maliki è aumentato.

Come ha dichiarato Alaa Makki, membro iracheno sunnita del Parlamento, ai microfoni di ‘Aljazeera TV‘, «Siamo in Iraq e sappiamo che queste persone non sono solo dā‘ī (NdT: qui la parola indica i membri di ISIL), ma tra di loro si trovano anche cittadini emarginati e ci sono nazionalisti e ci sono persone che vivono in città dove la sicurezza è disturbata. In qualche modo, queste persone hanno collaborato con il gruppo».

ISIL, è ormai chiaro, include ex baathisti e ufficiali dell’Esercito iracheno, e la parola è diventata un modo per indicare i rapimenti e gli attentati suicidi accaduti nel corso dell’insurrezione contro gli Stati Uniti, un decennio fa. ISIS è stata in grado di radunare tutti questi gruppi e di farli combattere, Secondo Shiraz Maher, «attualmente ISIS, in Iraq e in altre parti della Siria,  in grado di agire come moltiplicatore di forza. È in grado di infiltrarsi, di far leva sulle rimostranze locali, di rispondere alla rabbia della popolazione locale, delusa, che sente il bisogno di ribellarsi. In cambio offre logistica, supporto, uomini e munizioni per contribuire a generare disordini».

Colpisce, attualmente, l’assenza quasi totale di violenza. Che due grandi città siano state prese così rapidamente, sostanzialmente senza grandi perdite di vite, è un fatto molto nuovo per l’Iraq.
Mercoledì scorso, i residenti rimasti a Mosul hanno riferito che l’elettricità c’era e i mercati erano rimasti aperti. Ieri pomeriggio sono giunte segnalazioni  che i combattenti ISIL hanno pacificamente ceduto il controllo alle tribù locali e agli ex militari dell’Esercito baathista. Contemporaneamente circolano informazioni, sempre più frequenti, di incursioni delle forze aeree irachene contro i combattenti di ISIL. Mentre questi ultimi, con i loro seguiti, proseguono la marcia verso la capitale irachena, alla periferia di Baghdad si sta preparando la battaglia più importante, ed è improbabile che questo combattimento possa essere altrettanto rapido e incruento.

(Traduzione di Valeria Noli @valeria_noli)

 

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