lunedì, Settembre 27

Babbo Natale tra ipermercati e pizzicagnoli field_506ffb1d3dbe2

0

123128346-b3b6b281-541d-4739-9667-8d0db0414bed

Il 14 maggio 2013 una delegazione di cittadini -sotto la guida di Confesercenti– ha presentato alla Camera dei Deputati una legge di iniziativa popolare per richiedere l’abrogazione delle disposizioni del decreto Salva-Italia del 2012, quelle -per intenderci- che liberalizzano gli orari di apertura degli esercizi commerciali. Molte petizioni in merito sono state proposte da vari coordinamenti durante lo scorso anno. Il presupposto del decreto Salva-Italia è che, per rendere il sistema commerciale italiano al dettaglio affine a quelli degli altri Paesi europei, sia necessario e utile liberalizzare l’orario di apertura mettendo i commercianti nelle condizioni di scegliere se tenere aperto il loro negozio anche durante i giorni di festa, sabati e domeniche.

Il provvedimento è stato avversato da Confesercenti che -attraverso la campagna Liberaladomenica sostenuto anche da Federstraderoma  e CEI (Conferenza Episcopale Italiana)- ha raccolto le firme necessarie alla presentazione della pdl popolare per la revisione dell’articolo 31 del decreto-legge 6 dicembre 2011, n. 201, il Salva-Italia appunto. Contro questo decreto e contro la sua logica si sono dunque mobilitati gli esercenti, i cittadini e anche movimenti culturali e religiosi. Due grandi assenti dall’arena della competizione: le reti dei mercati rionali e il mondo delle infrastrutture. Se tengo aperti i negozi a orario indeterminato perché non dovrei tenere aperti tutti gli esercizi infrastrutturali anche pubblici?

In Italia -secondo Confesercenti- sono poco meno di 800.000 gli esercizi commerciali. «Con il decreto Salva-Italia -recita un comunicato nel sito- è stato improvvisamente imposto a tutto il settore del commercio un regime di totale deregulation degli orari delle attività commerciali, rendendo possibile dal primo gennaio 2012 l’apertura 24 ore al giorno tutti i giorni dell’anno, domeniche e festività incluse.» Anche per via di questa misura si sarebbero generate oltre 150.000 chiusure.

Il dato va contestualizzato nella situazione generale del piccolo commercio. Citiamo Roma, dove una breve passeggiata in centro lascerà scoprire che interi pezzi dell’identità culturale e sociale del territorio sono spariti. Botteghe storiche come Schostal a via del Corso, la libreria antiquaria Cascianelli di Largo Febo, il parrucchiere per bambini vicino a vicolo Valdina sono alcuni esempi di porzioni di storia che abbiamo lasciato sparire. Scopriamo che gli arredi storici di questo negozio, della prima metà del Novecento, sono stipati da qualche parte e non si possono più vedere passando davanti alla vetrina. Lo spezzettamento del nostro patrimonio storico è un danno molto grave alle nostre radici storiche e culturali.

Direte: ma cosa c’entra l’economia? C’entra, perché le piccole botteghe tradizionali, accanto alle reti dei mercati rionali, non sono soltanto il rifugio di acquirenti ‘fuori moda’. Svolgono anche, per esempio e secondo le analisi dell’osservatorio del Progetto Orienta -finanziato fino a qualche anno fa dalla Camera di Commercio di Roma- anche una funzione di ‘calmiere’ dei prezzi. Se non altro erano una fonte alternativa per fare acquisti.

E se anche i dati relativi ai mercati non sono facilmente reperibili (abbiamo chiesto informazioni all’Azienda Romana Mercati e ci hanno risposto che del tema si occupano i singoli municipi di Roma Capitale), appare utile la considerazione su cosa sia la rete distributiva dei mercati: «un luogo ideale dove il venditore educa il cliente all’acquisto e, nel contempo, il consumatore può confrontare e discutere il prezzo della merce in vendita.»

Anche se i prezzi non sono più aggiornati, l’analisi proposta dal sito appare interessante. I mercati sono luoghi nei quali le fasce più deboli della popolazione possono ancora scegliere le merci, contrattare sul prezzo, accedere a un ‘sostegno’ umano e individuale (anticipazioni, doni e svendite dell’ultima ora prima della chiusura). Un concetto legato all’identità, dunque, ma anche all’economia. Il legame non si può sciogliere. Sono nati comitati spontanei che difendono la rete dei mercati come luogo identitario e centrale nelle economie delle famiglie.

Chi si voglia cimentare nella ricerca di quanti e quali siano i mercati in Italia scoprirà che non è facile trovare fonti univoche, il tema resta poco approfondito. Allora ragioniamo sul fatto che, sia nel caso dei mercati, sia in quello degli esercizi commerciali singoli, operare strategie generali è sempre un rischio e ragionare a larghe spanne significa incidere in settori che rappresentano una leva economica locale di grande rilievo.

È infatti ovvio che il turn over possibile ai grandi centri commerciali copre fasce orarie e giorni molto più ampi rispetto a quelli del piccolo negozio o anche per un supermercato di dimensioni medie. Al decreto Salva-Italia e alla norma di liberalizzazione degli orari si sono dunque opposti i commercianti, diverse associazioni che richiamano l’argomento ‘culturale’ (aprire anche nei festivi o in orari nuovi stravolge anche nostra cultura tradizionale) e diverse Regioni. Un ricorso avverso il decreto è stato presentato alla Corte Costituzionale -che lo ha respinto- da diverse Regini, che opponevano la questione delle competenze centrali e locali (deregulation).

Infine: se resta possibile aprire ogni giorno a qualsiasi ora, serve restare aperti anche a Natale?  Una chiusura su fonte Confesercenti: se il Salva-Italia intende sostenere le aperture ‘libere’, assecondando una tendenza alla verticalizzazione del tempo (il tempo-lavoro che si estende e esce dall’orario di ufficio, le domeniche sera impiegate a preparare documenti o progetti per la settimana seguente, i tempi di spostamento ‘valorizzati’ dall’uso degli smartphone per telefonare, mandare email, leggere documenti e aggiornamenti) «perché non riorganizzare non il solo commercio, ma tutto il sistema dei servizi, anche pubblici (asili, trasporti, scuole, banche, etc.) affinché chi lavora la domenica ne possa fruire?»

Interrompiamo l’esultanza di Monsieur de Lapalisse per citare alcuni numeri di esempio. Secondo la Camera di Commercio di Roma, il saldo 2012 tra imprese attive e passive è negativo: -900. Riporta Confcommercio che i negozi chiusi (sempre a Roma) negli ultimi due anni sono 12mila. Sono considerati piccoli gli esercizi di 1-9 addetti e questi sono il 97% delle imprese cessate. La fascia media (esercizi di 10-49 addetti) resiste appena, hanno chiuso il 2,5% di loro. Le categorie più sofferenti sono quelle più tradizionali: artigiani, rivenditori di alimentari e ferramenta, negozi di giocattoli.

Tenere aperto il giorno di Natale aumenta la competitività di un Paese che il 25 mattina si radunerà comunque attorno a un tavolo, facendo rimostranze ma tornando ugualmente a casa per impugnare uno schiaccianoci e aspettare di scartare un regalino (piccolo, ma lo aspettano in molti)? Chi rinuncia al panettone per andare a fare la spesa dal pizzicagnolo? E il povero pizzicagnolo, a Natale, resterà dietro il suo bancone per vendere un etto di prosciutto? Lascerà sguarnito il suo posto di capotavola al pranzo di famiglia cedendolo al figlio maggiore (borbottante, ma seduto al suo posto)? Forse il decreto Salva-Italia voleva renderci più europei, ma non sembra possa essere nemmeno questa la via che ci porterà fuori dalla crisi.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->