sabato, Aprile 17

Aziende pubbliche, quando le privatizzazioni non funzionano

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Le privatizzazioni in Italia sono iniziate a partire dagli anni novanta, e hanno riguardato le maggiori aziende nazionali del nostro Paese, quali Telecom Italia, Enel e Eni. Dettate, nella maggior parte dei casi, dall’urgenza di risanare i conti pubblici.

Nel periodo dal 1991 al 2001 molte aziende sono state privatizzate, tra le quali l’ENI, di cui Goldman Sachs acquisì l’intero patrimonio immobiliare, e quelle controllate dall’IRI, tra cui la SME (agroalimentare). Questo tipo di politica è stata attuata proprio per evitare i fallimenti in toto. Introdurre investimenti di privati in aziende che prima erano pubbliche. La commistione tra pubblico e privato, però, è stata sempre un’arma a doppio taglio. Purtroppo la storia la conosciamo. In alcuni casi, infatti, le privatizzazioni non hanno risolto il deficit economico delle aziende statali, basta pensare al caso dell’IRI, fallita definitivamente nei primi anni 2000. La domanda, però, è un’altra: come mai non riusciamo a mantenere totalmente italiana una qualsivoglia compagnia? Caso, non ultimo, è quello di Alitalia che versa in una situazione disastrosa. Per spiegare questa situazione abbiamo intervistato Alessandro Carretta, professore di Economia degli intermediari finanziari nell’Università Tor Vergata di Roma.

 

Come mai le aziende a partecipazione statale o statali del tutto, hanno sempre avuto un destino così tragico? Ha sbagliato solo la politica in senso stretto? Come mai non siamo mai riusciti a portare avanti un certo patriottismo economico?

Il problema dell’Italia riguarda soprattutto la sua politica industriale. E’ un Paese, il nostro, dove la coesistenza fra pubblico e privato è sempre stata presente. Come tutti sappiamo il nostro è un paese a forte intensità di iniziativa pubblica nell’economia. Questo rapporto è in Italia complesso e un po’ sofferto, anche se in quasi tutti i paesi europei è presente questo tipo di dialettica (tra pubblico e privato), ma l’Italia ha sempre avuto delle difficoltà proprio perché non ha una politica industriale degna di questo nome. Si è concentrata storicamente sulle vicende di alcune industrie e in alcuni settori, come quello automobilistico. Sul fronte pubblico la nostra politica industriale ha preso la strada delle privatizzazioni ma senza conseguire dei grandi risultati. Non voglio giudicare il merito di questo o quel governo, ma questa difficoltà c’è sempre stata. Manca un disegno industriale di fondo, e se c’è stato adesso lo abbiamo abbandonato completamente. Pensiamo al forte intervento pubblico con la nascita dell’IRI ed alla sua fine, non particolarmente gloriosa.

L’IRI è uno degli esempi più eclatanti. Ma anche gli interventi statali nel settore pubblico (e viceversa) hanno portato grossi ‘abbagli’. Perché?

La mia risposta non può che fare riferimento ad una visione prettamente economica del problema. Parliamo dell’assenza e della mancata coerenza di una politica industriale, sia sul pubblico che sul privato. Ad esempio, bisogna essere chiari su cosa si vuole mantenere pubblico, quali sono i settori che devono essere oggetto di iniziativa pubblica e quali di iniziativa privata. Così si evitano situazioni, come quella di questi giorni, nelle quali questo mix fra pubblico e privato è confuso. Lo Stato si trova a sostenere aziende che hanno carattere privatistico, ma che, nello stesso tempo, rispondono anche ad esigenze di tipo pubblico (perché riguardano settori importanti e strategici). Appunto quello che sta accadendo ad Alitalia. Conferire capitali pubblici per salvare aziende che hanno carattere privatistico e allo stesso tempo sono sottoposte al rischio d’impresa sarebbe complicato. Queste sono le regole. Valutare il caso di Alitalia solo in questo momento storico sarebbe inutile, nel senso che la situazione attuale è frutto di una lunghissima concatenazione di eventi e in alcuni casi di errori.

La domanda d’obbligo. Il caso Alitalia, in che modo dovrebbe intervenire lo Stato? Un caso di fallimento di compagnia aerea nazionale è quello della Swissair nel 2001. Fallimento e rinascita. Gesto estremo, sicuramente. Sarebbe possibile?

Dal punto di vista economico, se guardiamo con un’ottica di impatto sull’economia quindi parliamo di intervento pubblico, in riferimento solo agli ultimi avvenimenti, credo che un’immissione di denaro da parte dello Stato sarebbe impropria e improduttiva. La strada è stata quella di attuare una politica di privatizzazione per la compagnia di bandiera. Se poi ci guardiamo indietro, nella storia ci sono stati Governi che avevano avuto sul tavolo delle proposte anche allettanti, ma ormai, come ho detto, questa è storia. Non ci aiuta a risolvere la situazione attuale. Dal punto di vista economico non è ‘corretto’ che lo Stato intervenga, a meno che non decida di cambiare (ma non mi sembra questo il caso) rotta e di farla diventare nuovamente pubblica immettendo capitale appunto pubblico. Se il carattere è privatistico, un’immissione permanente di denaro pubblico non ha senso in un’ottica economica. Se usciamo dall’idea di un intervento permanente da parte dello Stato, tutte le soluzioni che possono in sostanza far ripartire la compagnia con altri presupposti, possono essere valide. E’ chiaro che il caso della compagnia aerea è particolare. Anche l’idea del fallimento a breve penso che sia abbastanza improponibile, perché il trasporto aereo fa parte di un sistema internazionale, dove ci sono una serie di stakeholder, di portatori di interessi che vanno dalle altre compagnie aeree ai servizi di terra e così via. Non può all’improvviso sparire un vettore come Alitalia. Ecco perché credo che non sia prefigurabile una sparizione a breve termine.

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