domenica, Settembre 26

Aziende, il web le salverà? field_506ffb1d3dbe2

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Il web può rappresentare un’ancora di salvataggio per le aziende, ma questa potenzialità sembra essere stata compresa da pochi soggetti in Italia. Non sono ancora abbastanza, infatti, le aziende che sono consapevoli delle potenzialità che ci sono nell’essere presenti e attivi sul web. Queste sono state le conclusioni a margine della tre giorni del Web Economy Festival, che si è svolto a Cesena lo scorso week end.

Il Web Economy Festival è un evento organizzato annualmente dallo Studio Giaccardi e Associati, un team di consulenti per strategie economiche e di impresa, in collaborazione con il Gruppo 24 Ore, all’interno del progetto più vasto del Web Economy Forum, un progetto che coinvolge le aziende romagnole con l’obiettivo di farle tornare a crescere. Il Web Economy Festival, che si è svolto nel Campus dell’Ateneo di Bologna e nelle hall pubbliche del Comune di Cesena, aveva l’obiettivo di creare un punto di incontro tra il web e le imprese. All’evento hanno preso parte ospiti di fama nazionale e internazionale, esperti in web economy e imprese piccole e grandi. Tra di essi erano presenti Alessandro Fusacchia, capo gabinetto dell’attuale Ministro dell’Istruzione; Giulio Sapelli, maestro di storia economica; Anna Tampieri, dirigente del Cnr di Faenza; Francesco Sacco professore alla Bocconi di Economia e socio della Commissione dell’Agenda Digitale Italiana, ma anche Nava Swersky Sofer, big mondiale in Israele, il Paese che conta il maggior numero di start-up.

L’obiettivo comune di questi relatori era quello di trovare un modo per fare uscire le aziende da una pesante e lunga crisi economica. L’assunto di partenza è che oltre 2 miliardi di persone nel mondo e decine di milioni di aziende sono connesse quotidianamente a Internet. Le imprese che lavorano online sono in crescita e in attivo, crescono mediamente dell’1,2% rispetto a quelle che lavorano esclusivamente offline, che risultano essere in rosso del 4,5%. Le aziende presenti sul web registrano un 65% in più di produttività, il 34% in più di occupazione e il 15% in più di export. Questi risultati sono stati rilevati da un’indagine condotta dallo Studio Giaccardi e Associati sulle aziende romagnole. La ricerca, dal titolo “Tornare a crescere: come?” è stata condotta su 111.000 aziende dell’area vasta di Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, un territorio molto abitato, giovane, dinamico per la presenza di tante imprese e rinomato come bacino turistico internazionale.

«Il trend di sviluppo imprenditoriale» si legge nell’introduzione della ricerca «ha visto tra il 2005 ed il 2013 una natalità d’impresa in flessione e una mortalità d’impresa in crescita. Questo significa che nelle tre province della Romagna, Forlì-Cesena, Ravenna e Rimini, sono scomparse in due anni circa 3.300 imprese: da oltre 114 mila a poco meno di 111 mila. Inoltre la Romagna si trova in una situazione di gap rispetto agli standard di innovazione: ha valori inferiori alla media regionale (che è notoriamente di buon livello) per il numero di domande depositate per disegni, modelli di utilità, marchi e brevetti EPO. Ma ha valori addirittura inferiori anche alla media nazionale (che invece è notoriamente inferiore agli paesi europei) per il numero di domande depositate per le invenzioni».

L’indagine aveva l’obiettivo di ascoltare le esperienze e le opinioni dei responsabili delle imprese per conoscere e misurare il loro rapporto con il web, le misure adottate per far fronte alla crisi e i beni, servizi e competenze necessarie per crescere e sostenere lo sviluppo del territorio. Le imprese che hanno partecipato alla ricerca fanno parte del settore dei servizi (50%), dell’industria (46%) e dell’agricoltura (4%) e hanno sede nelle province di Ravenna (32%), Rimini (32%) e Forlì-Cesena (36%). Il 66% delle aziende che hanno risposto (che corrisponde a circa 74 mila su 111 mila) è classificata  come micro-impresa, ovvero con un fatturato nel 2012 di meno di 2 milioni di euro. Tra queste il 41% ha un fatturato inferiore ai 500 mila euro.

Dalla ricerca emerge in modo preoccupante che «nell’area vasta della Romagna il 59% delle imprese (che corrisponde circa a 66 mila unità su 111 mila) non è online o è online passiva. Alcuni dati allarmanti: il 38% non ha un sito e l’83% non ha alcun tipo di piano strategico sul web, il 60% dichiara di non avere le competenze interne adeguate per lavorare online. Solo un quinto delle aziende (il 21%, che corrisponde circa a 23 mila unità su 111 mila) ha apportato due o più tipologie di innovazione. Inoltre, ben due terzi delle imprese dell’area vasta di Romagna non esportano, ossia operano soltanto nel mercato italiano».

La situazione a livello nazionale non si discosta molto dal trend delle aziende romagnole, anzi in alcuni casi è anche peggio. D’altra parte, per quanto riguarda innovazione e web, gli altri Paesi ci passano avanti. Secondo la manager israeliana Nava Swersky Sofer, nella lista dei Paesi con capitali a rischio, l’Italia non è presente. Secondo la manager israeliana si tratta di un problema di cultura, perché «tantissimi imprenditori di successo hanno fallito, questa è una cosa che ho imparato in California, ma il fallimento, soprattutto in Europa, è temuto, e questo rende quasi impossibile dar vita a qualcosa di nuovo».

La cultura dell’innovazione e il web come strumento per mettere in moto questo processo sono sostenuti da Beppe Giaccardi, ideatore, con Livia Marongiu, del Wef di Cesena. In relazione ai dati emersi dalla ricerca, Giaccardi spiega che “abbiamo capito perché abbiamo 45 mila aziende che crescono: sono online attive, investono in innovazione e hanno risultati superiori cinque volte in termini di business rispetto a quelle che non sono online attive”. Ma c’è anche il lato negativo della medaglia. In controluce, infatti, come spiega Giaccardi “ci sono 66 mila aziende (il 59% di quelle intervistate), che non sono in questa condizione e che avranno difficoltà importanti, perché chi è fuori dal web, purtroppo, non ha le opportunità per tornare a crescere”. I dati rilevati dalla ricerca, però, non costituiscono secondo Giaccardi “un verdetto senza appello”. Si tratta, piuttosto, “di un processo in divenire che ha una radice che risale al 2008-2009, cioè dallo scoppio di questa crisi. Siamo in ritardo, dobbiamo prenderne atto, e velocizzare le decisioni per recuperare, ed è possibile farlo, come ci insegnano le stesse imprese che invece sono online attive”.

In particolare, dalla ricerca emergono “fenomeni più virtuosi attorno a Rimini, che è la capitale del turismo tradizionale del nostro Paese, quindi un’economia fortemente internazionalizzata e che da più tempo è used-web per gestire i rapporti con i clienti e per sviluppare business. Contemporaneamente abbiamo, però, una città d’arte come Ravenna, che è in seconda posizione, dove abbiamo un settore che lamenta un ritardo nell’industria manifatturiera rispetto agli altri settori produttivi del territorio nello sfruttare le opportunità offerte dal web. La realtà di Forlì, invece, sconta un maggiore ritardo nello sfruttare queste potenzialità”.

La ricerca non si limita a fornire un quadro analitico delle aziende coinvolte, ma mira a dare una prospettiva di crescita e di sviluppo a partire proprio da quelle aziende che hanno dimostrato di sapercela fare. Tornare a crescere si può, seguendo l’esempio di quelle imprese che hanno investito sul web, hanno innovato e si sono aperte a nuovi mercati esteri, crescendo così cinque volte di più rispetto a chi non lo ha  fatto. Il rischio di non sfruttare queste potenzialità adesso è quello di ritrovarsi, nell’arco di poco tempo, fuori dai mercati e quindi di sparire. Queste potenzialità, d’altra parte, hanno bisogno di sostegno per poter essere sfruttate. Dalla ricerca emerge, infatti, che il 78% degli imprenditori intervistati chiede risorse per fare innovazione, con crediti d’imposta e non con bandi pubblici, o attraverso private equity o venture capital più che finanza di debito. Il 75% degli intervistati, inoltre, nuovi modelli di formazione per lavorare di più sul web, segno che ciò che è stato offerto finora non è più adeguato alle sfide della web economy.

Secondo Giaccardi, tre sono le cose da fare, molto chiare, precise e semplici, “perché a una situazione complessa servono risposte semplici e chiare”. “La prima cosa fondamentale” spiega Giaccardi “è massimizzare tutto ciò che porta a essere online attivi, qualunque tipo di soluzione sotto questo punto di vista è utile e necessario. La seconda cosa fondamentale è che occorre favorire e incentivare i processi di aggregazione tra le piccole imprese. Oltre il 60% di queste imprese sono sotto i 2 milioni di fatturato, sono aziende familiari che devono trovare uno spirito di comunità e fare le cose insieme per avere una massa critica da porre sul mercato, e noi per questo, all’interno del progetto, renderemo disponibile una fondazione di partecipazione per aumentare la ricerca dei fondi comunitari per sostenere questi processi e una piattaforma collaborativa per il business, che serva a queste piccole e medie imprese a diventare grandi e visibili online”.

Le prospettive di Giaccardi riguardano anche un profilo culturale dell’economia del Paese. Secondo Giaccardi, infatti, “la terza cosa fondamentale da fare è essenzialmente una parola d’ordine: raddoppiare la quantità di giovani e di donne che sono all’interno dell’impresa e dei processi economici, perché sono oggettivamente, in questo Paese, portatori di innovazione e di cultura digitale”.  

 

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