sabato, Maggio 15

Aziende e Co2, servono più investimenti field_506ffb1d3dbe2

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emissione co2 aziende

 

Ridurre le emissioni di Co2 nell’atmosfera significa per le aziende avere l’opportunità di produrre riducendo l’impatto ambientale, ma anche avere maggiori risparmi nel breve, medio e lungo periodo. La sensibilizzazione delle aziende italiane di fronte a questo concetto sembra essersi rafforzata negli anni, anche se c’è ancora molto da fare. Dal monitoraggio delle emissioni di anidride carbonica nell’atmosfera emerge, infatti, che lo scorso maggio il livello di Co2 ha per la prima volta sorpassato la soglia di 400 parti per milione, un livello che non si raggiungeva da oltre un milione anni, quando l’Artico era ancora privo di ghiaccio. Gli scienziati prevedono danni climatici molto seri e irreparabili nel caso in cui si dovesse raggiungere la quota di 450 parti per milione.
Lo scorso settembre, l’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) ha rilasciato il suo quinto rapporto sulla valutazione climatica in cui, per la prima volta, si conferma con una certezza del 95%, che l’attività umana è la causa fondamentale dell’aumento di temperatura. Il rapporto dimostra inoltre che, all’attuale tasso di emissioni, il carbon budget si esaurirà entro il 2040. Nelle conclusioni che l’Ipcc ha indirizzato ai decisori politici, gli scienziati sottolineano che, a causa della lunga durata in cui le emissioni di Co2 rimangono nell’atmosfera, la maggior parte degli aspetti legati al cambiamento climatico persisterà per secoli anche se le emissioni dovessero azzerarsi.

Le aziende italiane sembrano aver capito l’importanza di svolgere la propria attività limitando l’impatto ambientale, ma per il momento c’è ancora molta timidezza nell’affrontare investimenti a lungo termine per poter ridurre le emissioni di Co2 nell’atmosfera. È questo che emerge dal Rapporto Cdp Italy 100 Climate Change Report 2013, presentato nei giorni scorsi a Milano. Il rapporto deriva dall’attività svolta da Cdp, Carbon Disclosure Project, un’organizzazione internazionale no-profit, che mette a disposizione di aziende e città l’unico sistema mondiale per la misurazione, pubblicazione, gestione e condivisione delle più importanti informazioni ambientali, e che opera per conto di 722 investitori istituzionali che gestiscono assets per 87.000 miliardi di dollari e raccoglie informazioni dalle aziende relativamente alle loro emissioni di gas a effetto serra, alle azioni messe in atto dalle stesse per gestire rischi e opportunità legati ai cambiamenti climatici e alla gestione delle risorse idriche. Cdp ad oggi gestisce la più grande banca dati mondiale sui cambiamenti climatici, sull’acqua e le risorse forestali, e la mette a disposizione a supporto di scelte politiche, strategiche e di investimento. Insieme ad Accenture, un’azienda globale di consulenza direzionale, servizi tecnologici e outsourcing che conta circa 275 mila professionisti in oltre 120 Paesi del mondo, Cdp realizza un rapporto annuale su 70 Paesi per identificare il livello dell’impegno delle aziende nel ridurre il proprio impatto ambientale prendendo a riferimento parametri comuni in tutto il mondo.

Il rapporto, per quanto riguarda l’Italia, si basa sulle risposte fornite da 46 aziende al CDP Climate Change Programme, lo stesso numero del 2012. Tra queste, vi sono 44 risposte uniche rispetto alle 43 dell’anno scorso. Nel rapporto italiano, realizzato in collaborazione con Accenture e Imq, ente italiano del Marchio di Qualità, sulla base dello stesso campione dello scorso anno, si legge che «il valore medio di disclosure (grado di completezza ed accuratezza delle informazioni fornite) aumenta di ben 10 punti arrivando ad un punteggio di 72 su 100 il che dimostra un approccio alla gestione del cambiamento climatico più strutturato. Ben 27 delle 46 aziende che hanno partecipato hanno migliorato il proprio livello di disclosure, inoltre sempre più aziende (26 rispetto alle 20 dello scorso anno) hanno definito strumenti di incentivazione legati alla riduzione delle emissioni di CO2. Un altro dato incoraggiante è rappresentato dall’aumento delle iniziative di riduzione delle emissioni rispetto allo scorso anno +22 % (da 180 a 221 iniziative), tuttavia accanto a questo aumento non corrisponde un incremento degli investimenti che calano del 25% (da 3600 milioni di euro a 2700 milioni)».

Migliora, quindi l’approccio delle aziende italiane al tema della riduzione dell’impatto ambientale, ma gli investimenti necessari per raggiungere questo risultato sembrano essere ancora troppo pochi e in ulteriore diminuzione. In particolar modo si tratta di investimenti di entità minore e con tempi di ritorno più brevi: il 60% delle iniziative ha un tempo di ritorno degli investimenti entro tre anni, e solo il 15% entro 10 anni.

“Questo trend” commenta Danilo Troncarelli, responsabile Practice Sustainability di Accenture “potrebbe essere una conseguenza della regressione economica: capitali limitati non permettono alle aziende di aspettare per periodi lunghi per ottenere un ritorno sull’investimento. Il secondo fattore è che questi progetti sono più facili da approvare per i vertici aziendali. Infine, questo trend potrebbe riflettere la difficoltà di prevedere le conseguenze a lungo termine delle attività connesse al cambiamento climatico”.

Investire a lungo termine su progetti di riduzione delle emissioni di Co2, d’altra parte, comporterebbe risultati economici vantaggiosi, almeno secondo Steven Tebbe, Managing Director di Cdp Europe, secondo cui «gli investitori non sono più interessati solo a ‘se’ ma a ‘come’ i rischi e le opportunità relative al cambiamento climatico influiscono sulle aziende e come le stesse aziende gestiscano queste in modo effettivo. Le aziende devono rendersi conto che queste pressioni esterne comportano anche opportunità per diventare capifila e ciò comprende non solo risparmi tangibili nel breve termine, ma anche nella capacità di recupero a lungo termine anche nei soft capital che possono essere acquisiti attraverso le azioni messe in atto per il cambiamento climatico».  

Secondo questo ragionamento, quindi, un’azienda che adotta iniziative concrete per ridurre l’impatto ambientale della sua produzione ha maggiori possibilità di attrarre investitori esterni e quindi di poter avere risultati concreti anche nel medio e lungo termine.

Il rapporto, oltre a dare un quadro generale della situazione, stila una vera e propria classifica delle aziende top performer italiane. Nell’edizione di quest’anno le aziende sono state valutate anche da Imq, ente italiano del Marchio di Qualità, leader in Europa per la valutazione della conformità e di laboratorio di prova. La valutazione si basa sulla metodologia Cdp e sulla qualità ed esaustività delle informazioni fornite dalle aziende. Quelle che ottengono il punteggio migliore vengono incluse nel Climate Disclosure Leadership Index (Cdli). Quest’anno, le tre aziende che sono entrate nel Climate Performance Leadership Index (CPLI) sono Assicurazioni Generali, Fiat e Yoox, le quali hanno ridotto le emissioni, tramite iniziative di riduzione, di una percentuale almeno pari al 4%, dimostrando una forte capacità di tradurre le proprie azioni in risultati.

Cosa si può fare per migliorare ancora e per rendere effettivamente concreta questa propensione delle aziende alla riduzione dell’impatto ambientale? “Gli investimenti messi in atto fino ad oggi”, spiega Troncarelli, “seppure incoraggianti, non appaiono sufficienti: è necessario che le strategie di business legate alla sostenibilità siano ulteriormente rafforzate per indurre azioni più concrete e di lungo termine. I consumatori devono esercitare sempre di più il loro potere di indirizzo ‘premiando’ le aziende più virtuose, mentre gli investitori possono supportare in modo significativo queste aziende facilitando l’accesso al capitale e offrendo migliori tassi di interesse. Gli attori di governo, infine, devono supportare la costruzione di un sistema normativo stabile, che incoraggi e favorisca il raggiungimento degli obiettivi di sostenibilità in ciascun settore economico e, in ultima analisi, lo sviluppo di una società sostenibile”.

 

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