martedì, Luglio 27

Azerbaijan, Paese lontano e vicino all'Italia L'Ambasciatore a Roma, Vaqif Sadiqov, ci presenta un Paese non molto noto a tanti italiani

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 Vaqif Sadiqov

Poco più che un nome esotico per molti italiani, quello dell’Azerbaijan. E fra questi, mi ci metto anch’io, anche se mi era capitato di leggere da qualche parte che la sua capitale, Baku, è fra le città gemellate con Napoli.

La ragione di tale apparentamento me la spiegano in Ambasciata, quando mi reco per intervistare l’Ambasciatore in Italia, Malta e San Marino (oltre alla Rappresentanza permanente presso la FAO, l’IFAD e il WFP), Vaqif Sadiqov, già docente universitario e linguista, da quattro anni nel nostro Paese: la passeggiata lungo il mare di Baku, incorniciata com’è da eleganti palazzi ottocenteschi, evoca al visitatore l’immagine di Napoli e del suo golfo nel dipanarsi di via Caracciolo. Insomma, un lungomare partenopeo senza il Vesuvio e Castel dell’Ovo; affacciato non sul Tirreno ma sul Mar Caspio.
L’incontro, propiziato da Barbara Cassani, addetto stampa dell’Ambasciata, incontrata nel corso di un interessante seminario sul Caucaso meridionale, organizzato qualche giorno fa dallo IAI (Istituto Affari Internazionali), si svolge in un clima di cordiale ospitalità.

L’Ambasciatore Sadiqov è alla mano, senza albagia; i suoi collaboratori premurosi.
Mi coglie un moto di pura invidia per gli splendidi zigomi alti, tipici della fisionomia caucasica, delle addette alla segreteria: un po’ di artiste, si sussurra anche la nostra Sabrina Ferilli, per procurarseli hanno affrontato il bisturi del chirurgo plastico.
Io, che ho sempre contestato le forzature a come Mammà ci plasmò, me ne faccio immediatamente una ragione e trasferisco il pensiero su argomenti meno frivoli e più professionali.

L’obiettivo della mia conversazione con l’Ambasciatore è quello di contribuire a presentare il Paese sudcaucasico, nato nel 1991, allorché l’URSS implose e si crearono 15 Stati, ovvero la Federazione Russa, i Paesi baltici, dell’Asia centrale, dell’Europa orientale e della Transcaucasia. Di questi ultimi fa parte l’Azerbaijan, oltre la Georgia e l’Armenia.

Il primo punto che affrontiamo, quello religioso, evidentemente sta molto a cuore all’Ambasciato Sadiqov: tenta di spiegarmi la situazione nel suo Paese, dove convive una popolazione teoricamente quasi del tutto musulmana e uno Stato che la Costituzione proclama laico: “Si vedono più burqa e veli femminili a Parigi, Londra, Berlino e Roma che a Baku“, afferma, “eppure la nostra popolazione, che conta 10milioni di persone, è al 90, 95% musulmana, di cui gli sciiti sono l’80, 85%, mentre i rimanenti sono sunniti.  La nostra Costituzione garantisce la massima neutralità dello Stato e libertà di professione religiosa. In Azerbaijan vivono in armonia, accanto ai musulmani, cattolici, ortodossi, ebrei. I simboli religiosi non trovano collocazione nelle strutture pubbliche, ne’ nelle scuole, ne’ nei Tribunali. Negli altri Paesi della Transcaucasia, come la Georgia e l’Armenia, la situazione è profondamente diversa. Anch’essi si dicono laici, ma da loro esiste una religione di Stato. Diversamente da loro, respingiamo un imprinting religioso per la società e le Istituzioni“.

 

Quale è il vostro approccio riguardo le minoranze etniche e religiose?
Di estrema armonia. Da noi convivono senza problemi molte minoranze etniche e religiose e lo Stato offre a tutte eguale tutela. A Baku, che conta un quarto dell’intera popolazione azerbaijiana, esistono 4, 5 Moschee, quando a Istanbul, che si professa laica se ne contano centinaia, 3 Chiese ortodosse, 3 Sinagoghe, una Chiesa cattolica e una protestante. La stessa situazione si replica nelle altre città più popolose. I nostri esponenti istituzionali sono molto attenti a partecipare senza preferenze a tutte le feste religiose. Faccio un esempio: io sono musulmano, ma lo sono in maniera laica, la mia è una cultura tradizionale islamica. Sono nato, vissuto e ho studiato a Baku; rispetto questa religione per motivi familiari, conservando la mia laicità. Non faccio le cinque preghiere quotidiane inginocchiato verso La Mecca, non osservo il Ramadan e, se sono stato nelle città sacre, dove il buon musulmano è obbligato, almeno una volta nella vita, a recarsi in pellegrinaggio, è accaduto per questioni di lavoro. Nella nostra società ci sono anche rigidi osservanti dell’Islam, ma la maggior parte del popolo si riconosce nella laicità senza picchi di fondamentalismo.

Come mai c’è questa ‘crasi‘ così evidente?
E’ perché la nostra società è moderna e evoluta. L’Azerbaijan ha puntato sulla sua industrializzazione sin dagli inizi del XIX secolo, in piena epoca zarista, attraendo investimenti da Paesi stranieri, cosa favorita dalla sua multietnicità. Gli ebrei vivono sul nostro territorio da centinaia di anni e negli ultimi due secoli circa sono arrivati a stabilirsi, a lavorare e a investire tedeschi, polacchi, ucraini.

Da che epoca risale la penetrazione dell’Islam in Azerbaijan?
Andando indietro nel tempo, la prima religione ‘moderna’ ad approdare nella nostra area fu il Cristianesimo. In Azerbaijan vi è anche l’enclave della Chiesa apostolica albana, protetta dal nostro Governo come una reminiscenza storica e tradizionale. Non dimentichiamo, poi, che, nei dintorni di Baku, sorge anche un grande tempio dedicato a Zoroastro. Tutto questo risultava mescolato all’avvento dell’Islam nel nostro Paese, nell’VIII secolo, un secolo dopo la sua fondazione. Mi pare che nei lettori europei e americani tutto questo affresco storico risulti nebuloso a causa di un’informazione superficiale e inficiata da pregiudizi.

In che senso?
Che presumono che chiunque si professi musulmano sia portatore di un estremismo nella religiosità e sia un fautore di tutte le espressioni del fondamentalismo. In tal modo, si schiacciano l’immagine dell’Islam solo ai modelli arabi o iraniani. Quando qui a Roma io mi qualifico come musulmano, mi guardano a bocca aperta. Musulmani si può essere, ripeto, per cultura e tradizioni senza, per questo essere praticante e osservante. Mi sta molto a cuore correggere questa informazione distorta che circola nei Paesi di Europa e dell’America.

Quali sono state le sue esperienze per raggiungere il traguardo della carica di Ambasciatore?
Sono un linguista, ma lavoro da 22 anni per il Ministero degli Affari Esteri dell’Azerbaijan. Ero un professore universitario e vivevo a Baku quando, una mattina della fine del 1991, mi son svegliato e non ero più cittadino dell’Unione Sovietica. C’era un nuovo Stato,  tutto da costruire. Mi sono messo a riflettere su cosa fare per contribuire anch’io alla creazione della nuova Repubblica dell’Azerbaijan. Senza il crollo dell’Unione Sovietica, probabilmente avrei continuato la mia carriera fino a diventare Rettore, o Ministro dell’Istruzione. La fine dell’URSS, e con me tanti miei coetanei, ha cambiato il nostro destino. Siamo stati i protagonisti di una generazione-cerniera: fino ad allora eravamo ristretti nei nostri confini, senza doverci occupare di politica estera. Nel giro di una notte, ci siamo trovati ad assurgere al ruolo di player della politica mondiale.

Una rivoluzione epocale…
Sì, e non solo per le élites. Ogni persona del nostro popolo si è ritrovata protagonista di responsabilità che prima non aveva. E’ divenuta soggetto politico autonomo. Non tutti quelli della mia generazione, devo confessarlo, hanno saputo adattarsi alla nuova situazione; occorreva comportarsi di innovatori, da costituenti, ciascuno nel proprio campo d’attività: una sfida entusiasmante, densa di sollecitazioni alla propria cultura e intelligenza. In fondo, ripercorrevamo il cammino dei padri fondatori della prima Repubblica democratica dell’Azerbaijan, che visse solo dal 1918 al 1920, ma seppe strutturarsi in maniera egregia, finché non fu soffocata dai bolscevici. Abbiamo voluto dare segnali di continuità.

Quali, ad esempio?
Tanti, a cominciare dall’Inno nazionale, che fu composto ad hoc in quegli anni. Inoltre, abbiamo voluto ripristinare la bandiera e lo stemma. Allora fummo la prima repubblica democratica del mondo orientale, mentre Kemal Ataturk approdò a questa forma istituzionale solo nel 1923; il nostro primo Parlamento, come l’attuale, si fondava su principi multietnici, multireligiosi e multipartitici. Nel 1918 fu concesso alle donne il diritto di voto, da antesignani rispetto a molti Paese occidentali: il suffragio femminile fu riconosciuto in contemporanea con il Regno Unito (dove, però, fino al 1928, vi furono limitazioni per le donne sposate), ma almeno 26 anni prima della Francia e 28 anni in anticipo sull’Italia. In quegli anni nacquero l’Università, il Conservatorio, il Balletto del Teatro di Baku e fu data la giusta valorizzazione ai compositori azerbaijani. La Dichiarazione d’Indipendenza della Repubblica Democratica dell’Azerbaijan fu scritta in maniera così perfetta da essere valida ancor oggi, così come i principi su cui si è fondata sono stati riportati in vigore nel 1991. Un esempio emblematico della volontà dei fondatori che agirono in quel primo periodo di indipendenza di voler modernizzare il Paese fu costituito dal passaggio dall’alfabeto arabo a quello latino, con l’intento di aprirsi al mondo.

Un Paese in movimento, dunque, anche traendo linfa da una storia millenaria…
L’Azerbaijan era stato indipendente, con dei Regni autoctoni, un po’ come l’Italia preunitaria, fino al 1813, allorché si ritrovò diviso fra Impero Russo e Iran: ancora oggi, infatti, vivono in Iran più di 20milioni di cittadini di origine azerbaijana. Abbiamo anche radici nell’Impero romano, tant’è che a 50 km da Baku vi è un sito dove sono state ritrovate oltre 2mila scritte su pietra, risalenti all’epoca dell’Imperatore Domiziano. Fummo, inoltre, un territorio che occorreva attraversare per percorrere la ‘Via della Seta” e vi sono testimonianze su di noi anche nel celeberrimo ‘Milione’ di Marco Polo. Nel XVI secolo avevamo rappresentanze diplomatiche all’estero, anche presso i Medici di Firenze e la Repubblica di Venezia. Una storia che ci dà solide radici per il futuro.

 

La conversazione è finita, ma sono rimasti fuori molti argomenti fondamentali riguardanti questo Paese che è un crocevia imprescindibile per lo sviluppo e l’economia:  fra gli altri, il ruolo azerbaijano nelle questioni energetiche, in relazione anche alle politiche europee e la lunga diatriba con gli armeni sul Nagorno-Karabakh.
Inoltre, sono molte le iniziative di sostegno ai beni culturali italiani sotto l’egida della Repubblica dell’Azerbaijan, per rimarcare l’amicizia fra i due popoli.

 

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