mercoledì, Aprile 21

Avanti c'è posto Il carro di Renzi diventa sempre più affollato

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PRIMARIE CS: SWG; BERSANI AL 41%, RENZI SCENDE AL 26

In un intervista a “La Repubblica”, il premier Matteo Renzi ha annunciato che il Governo affiderà, per decreto, pieni poteri a Raffaele Cantone per vigilare sulla trasparenza e sugli appalti dell’Expo; parallelamente, verranno anche ampliate «le competenze dell’anticorruzione». Il Presidente del Consiglio apre la porta anche a modifiche sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale: «Prima dell’estate, non è uno slogan. Per approvare davvero quelle leggi sono pronto ad accettare modifiche. Sia sul Senato sia sull’Italicum. Ne discutiamo ma poi si vota. Anche perché sono sicuro che Berlusconi non si tirerà indietro».

Qualora vi fosse ancora, dopo le europee, qualche dubbio sul pieno appoggio dei moderati al Governo Renzi, questa mattina l’ex premier Mario Monti ad “Agorà” (Rai3), in collegamento da Berlino, ha espresso piena sintonia con l’azione portata avanti dall’Esecutivo: «La linea che Renzi sta con capacità politica affermando è – mi permetto di dire – la linea del mio Governo: mantenere disciplinati i conti e fare riforme strutturali per la crescita, avendo voce in Europa. (…) L’agenda Renzi ha preso il seguito dell’Agenda Monti, soprattutto per liberalizzazioni e per lotta, che ancora non è abbastanza incisiva in Renzi forse per l’alleato di centrodestra che si è scelto, di contrasto all’evasione fiscale». Parlando della propria esperienza politica in questi ultimi anni, Monti rimarca: «Normalmente una persona che si occupa di politica lo fa per entrare in una posizione di potere. A me non è capitato così: Il Presidente Giorgio Napolitano mi ha chiamato per un’operazione di salvataggio che è stata fatta. Nel finire del 2012 ho chiesto a Bersani se era disposto a fare un PD non preda di Fassina e della CGIL, e mi disse di no. Allora sentii il dovere di fare Scelta Civica. Ma chiediamoci se la linea di Renzi oggi sia quella del PD del 2012. No, basta guardare al mercato del lavoro. È la linea del PDL 2011? No, è quella del mio Governo».

Nel suo lungo discorso durante l’assemblea di Confindustria, il presidente Giorgio Squinzi ha dichiarato: «Temo che anche quest’anno la crescita che vorremmo vedere non ci sarà e, assieme alla crescita, non ci sarà il lavoro». E ha aggiunto: «Non è questa l’Italia che vogliamo. Non ci rassegniamo a un Paese stanco, sfiduciato, vittima di mali antichi, astruso e ostile alla cultura d’impresa»; perciò è giunto «il momento di costruire un’Italia nuova», superando logiche ormai vecchie e non avendo paura del nuovo, perché «possiamo uscire solo decidendo ciò che da almeno 2 decenni non abbiamo avuto il coraggio di fare. Cambiare decidendo». A tale riguardo arriva pronta la rassicurazione del Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi, già vicepresidente dei Giovani imprenditori e vicepresidente di Confindustria: entro il 20 giugno, il Cdm varerà un «un pacchetto normativo articolato che includerà misure a favore del rafforzamento patrimoniale delle imprese».

Nell’articolata comunicazione di Squinzi non è mancato un riferimento alla fiducia con la quale da Via dell’Astronomia si guarda al Governo di Renzi: «Il mandato popolare al PD e a Renzi testimonia la voglia di cambiamento che c’è nel Paese. Questa voglia attende fatti che diano sostanza alle riforme e alla crescita». Sulle riforme, sottolinea Squinzi, «La nostra disponibilità è immutata e completa. Però fate le riforme – dice rivolto al Governo – ne abbiamo bisogno per ricreare lavoro, reddito, coesione sociale. Non deludeteci. Senza riforme è impossibile agganciare la crescita».

Il presidente di Confindustria ha anche auspicato il ripristino dell’effettività dell’articolo 41 della Costituzione che stabilisce che l’iniziativa economica privata è libera in Italia: al momento, infatti, quest’ultima «non è più un diritto garantito», soffocato com’è da rigidità sindacali e burocrazia. Un simile stato di cose «Confindustria non lo può accettare. Le imprese sono un bene di cui il Paese dovrebbe essere orgoglioso. È necessario favorire la contrattazione aziendale virtuosa, che lega i salari ai risultati aziendali: privilegiare la natura dei salari, piuttosto che la loro fonte e consentire di decontribuire e detassare quello di produttività anche se nasce dall’autonoma decisione dell’imprenditore». Più specificamente a margine dei contratti di lavoro, Squinzi chiede di «semplificare e migliorare la disciplina del contratto a tempo indeterminato, rendendolo più conveniente e attrattivo per le imprese». Ciò di cui, invece, non si avverte la necessità è la messa a punto «di un nuovo contratto neppure a tutele crescenti». Il presidente rivolge anche un appello ai sindacati: «Guardiamo al mondo. Non chiudiamoci conservativamente nel nostro familiare ma ristretto orizzonte domestico. Il tempo delle eterne liturgie è trascorso. Dal sindacato mi aspetto uno sforzo di innovazione». Parole di apertura, ma anche di dura critica nei confronti dei sindacati, i quali ancora non hanno replicato; non è tuttavia difficile prevedere che la loro sarà una risposta per le rime.

Una parte del lungo discorso Squinzi è riservata a un’invettiva contro gli imprenditori implicati nel malaffare: «Chi corrompe fa male alla comunità e al mercato e arreca un grave danno alla concorrenza e ai suoi colleghi. Queste persone non possono stare in Confindustria». Anche in riferimento agli scandali riguardanti un appuntamento importantissimo per l’Italia come l’Expo2015, il presidente di Via dell’Astronomia ha affermato che contro la corruzione non servono leggi e poteri speciali: «La soluzione non sta nel darsene di nuove sta nell’applicare quelle esistenti».

Oggi la Camera ha approvato la proposta di legge bipartisan – ne sono relatori Luca D’Alessandro (FI) e Alessandra Moretti (PD) – sul ‘divorzio breve’, che riduce i tempi dello scioglimento del matrimonio: 381 i voti a favore, 30 i contrari, 14 le astensioni. Il testo della legge passerà nei prossimi mesi al Senato. Si tratta di un voto importante anche sul piano simbolico, dal momento che dopo tanti anni di silenzio il Parlamento torna a legiferare in materia di diritti civili e della persona: un primo passo – si spera – su una via che dovrebbe avvicinarci agli altri Paesi europei.

In estrema sintesi, le novità che introdurrebbe il provvedimento sono le seguenti:

divorzio: dai 3 anni attualmente previsti dal momento della separazione, il termine scende a 12 mesi per la separazione giudiziale e a 6 mesi per la consensuale, indipendentemente dalla presenza o meno di figli.

comunione legale: la comunione dei beni si scioglie a decorrere dal momento in cui il giudice autorizza i coniugi a vivere separati o al momento di sottoscrivere la separazione consensuale.

applicazione immediata: la norma avrà valore retroattivo, quindi sarà operativa anche sui procedimenti in corso.

Gian Ettore Gassani, presidente dell’Associazione degli Avvocati Matrimonialisti Italiani, ha espresso soddisfazione per il voto di Montecitorio: «Ormai il divorzio breve è virtualmente una realtà: manca solo il sigillo del Senato ma i giochi sono fatti. L’Italia volta pagina e il dato che fa riflettere è l’assoluta trasversalità del voto della Camera che ha approvato la proposta di legge. L’Italia è profondamente cambiata così come i costumi e il comune sentire degli italiani. In 40 anni nel nostro Paese vi sono stati forti cambiamenti sociali e giuridici, come da nessun’altra parte del mondo». «Tuttavia – avverte – c’è ancora molto da fare per dare una dignità al nostro diritto di famiglia. Occorrerà rendere facoltativa (e non obbligatoria) la separazione e urge una regolamentazione delle coppie di fatto etero ed omosessuali, perché l’Italia resta l’unico Paese tra i grandi d’Europa a mantenere un diritto di famiglia assolutamente conservatore, molte volte in dispregio dei diritti fondamentali dell’uomo».

Di tutt’altro avviso è Antonio Palmieri di FI, che rivolge parole molto dure contro il voto della Camera: «Ho il massimo rispetto per chi vuole questo provvedimento, ma la risposta che viene data è sbagliata. Il divorzio non va inteso come un diritto ma come una extrema ratio, l’esito finale di un cammino volto a recuperare la rottura della coppia». Fortemente critici nei confronti del provvedimento sono anche Paola Binetti e Mario Sberna di PI, e Massimiliano Fedriga della Lega. Durante il suo intervento per esplicitare le intenzioni di voto, Emanuele Prataviera della Lega Carroccio ha rimarcato che il Carroccio «lascia libertà di coscienza sul divorzio breve, ma non bisogna lanciare il messaggio agli italiani che il matrimonio possa durare solo un giorno e non una intera vita insieme. Diciamo no ad un incremento, che queste norme possono determinare, dei matrimoni di comodo con gli stranieri per accelerare l’iter di ottenimento della cittadinanza».

Di contenuto affatto diverso la dichiarazione di voto di Marisa Nicchi di SEL: il provvedimento sul sul divorzio breve «era improcrastinabile. I tempi lunghi attuali non sono europei ed il termine attuale per lo scioglimento è troppo lungo, un’inutile angheria che serviva solo a aumentare i conflitti».

Un più che giustificato e comprensibile applauso ha accolto Renzi al suo ingresso alla direzione Pd che si è tenuta oggi al Nazareno. Un secondo applauso è stato rivolto agli eletti alle europee e amministrative.

Prendendo la parola, il premier e segretario del partito ha esordito dicendo: «Questa nostra direzione deve essere non tanto l’occasione per fare festa ma per una riflessione e un’analisi del voto, con il sorriso, per cercare di capire cosa abbiamo da fare e come impostare i prossimi mesi. Il risultato ci carica di gioia e entusiasmo ma anche di straordinaria responsabilità. Abbiamo scelto di non festeggiare perché la straordinaria ampiezza del risultato non è solo per il Pd o per il suo leader. Va ben oltre le aspettative, è il voto degli italiani per l’Italia. Ha ragione Alfredo Reichlin a parlare di partito della nazione e il consenso che ci impone a provare a cambiare l’Italia in modo forte e l’Ue. Il PD è primo partito in Europa e ha una responsabilità che giudico naturale venga colta in pieno e non immiserita negli scontri interni. Trovo allucinanti le polemiche per la foto di gruppo: non c’è nessun salto sul carro ma un partito che è convinto di poter discutere al proprio interno con serenità. Ha vinto il PD».

Entrando nel merito dell’esito delle elezioni in una dimensione europea, Renzi ha sottolineato come «Le misure attuate dalla UE in un momento di crisi che risalgono a teorie degli anni ’80 non danno una risposta sufficiente alle attese dei cittadini»; e ha incalzato «Siamo il primo partito del PSE non per andare a mettere bandierine con i nomi, è fisiologico ma il nostro compito è richiamare il PSE a quanto detto in campagna elettorale, che è per noi fondamentale e per cui siamo entrati nel PSE». In tale prospettiva, «prima di discettare sui nomi è fondamentale capirsi su idee». La linea che nei prossimi anni l’UE sarà chiamata a perseguire è quella del cambiamento: «L’Europa cambia perché l’alternativa al cambiamento dell’Europa è l’Europa che non si salva», e in questo al PD spetta l’oneroso compito di stimolare e favorire il cambiamento in tutte le sedi.

Non è mancata una velenosa frecciata sull’incontro-accordo di ieri tra Beppe Grillo e Nigel Farage, leader del partito euroscettico britannico UKIP: «In streaming si fanno i dibattiti, a trovare i leader populisti inglesi si va di nascosto».

Sulle riforme Renzi ha assicurato che «Immediatamente dopo la fine del passaggio in Senato delle riforme costituzionali», «entro l’estate» sarà approvata la legge elettorale. Ma il mese di giugno sarà cruciale anche per le altre riforme messe in calendario dal Governo, come quella che riguarda la P.A., quella sulla competitività, quella della giustizia e, non ultima, l’attuazione della delega fiscale.

Il premier ha ricordato anche come l’azione del Governo si stia concentrando anche su vertenze riguardanti alcuni asset strategici del nostro Paese: la questione Alitalia sta arrivando in queste ore a soluzione; più impegnativa, invece la faccenda dell’Ilva, sulla quale «c’è bisogno di un cambio di passo nel giro di qualche giorno».

In un altro passaggio significativo del suo intervento, il segretario esorta il partito a intraprendere un’attenta una riflessione sulle implicazioni del voto, perché il risultato delle europee segna un segnale importante che bisogna saper mettere a frutto; per questo, occorre un «linguaggio di verità: il 40% è un accidente della storia, un colpo di fortuna o un obiettivo stabile? (…) Dobbiamo definire se questo obiettivo vogliamo considerarlo come casa nostra, se vogliamo metterci la residenza o limitarci a vivere l’istante». Tenendo conto di tutto ciò, conclude Renzi «Vorrei che l’assemblea nazionale [del 14 giugno, ndr.] fosse l’occasione per una ripartenza, un nuovo inizio insieme. Il Pd non può essere una sommatoria di correnti o il modo di ricordare quello che è accaduto al congresso. Non interessa a nessuno».

In casa 5Stelle, intanto, iniziano a palesarsi le prime analisi del voto di domenica scorsa. In un documento riservato dello staff comunicazione del M5S in Parlamento si legge: «Investire sulla Tv, cambio nel metodo di selezione dei parlamentari, presentare una squadra di governo. Sono queste le soluzioni che suggerisce per uscire dalla fase di stallo dopo la sconfitta alle Europee. (…) Il voto del 25 maggio non è stato tanto pro-Renzi o pro-PDd, nonostante le percentuali bulgare, quanto contro il MoVimento 5 Stelle e lo spettro della “paura” costruito finemente ed efficacemente per portare, quindi, tutti gli elettori in un alveo di “sicurezza”, rappresentata da Renzi».

Nel frattempo è giunto l’endorsement del M5S da parte di Jacopo Fo, figlio del Premio Nobel Dario Fo, sul blog ospitato dall’edizione on line di “Il Fatto Quotidiano”. «Il web – scrive Fo – è pieno di ironie sui pentastellati: #vinciamopoi. Ma se usciamo dalla miopia del momento e guardiamo a quel che sarà scritto sui libri di storia dobbiamo innanzitutto essere grati a questo gruppo di persone appassionate». Tra le altre cose, l’articolo delinea una breve analisi dell’esito elettorale ed esorta i 5Stelle a far propria «l’arte della trattativa». In alternativa, il MoVimento «può continuare a scegliere la via dell’intransigenza nell’attesa della vittoria finale. Gli resterà il merito di essere la forza che costringe la Casta a cambiare. Ma l’Italia che ne uscirà sarà peggiore di quella che potremmo avere se il M5S usasse il suo potere di mediazione. Perché, è triste ma è così, la politica non è l’arte delle azioni perfette, è l’arte del possibile».

In considerazione dei 2 pronunciamenti, nel 2012 e nel 2014, della Consulta sulla legge Fini-Giovanardi, le sezioni unite penali della Cassazione hanno sancito, anche per i recidivi, il diritto dei condannati per spaccio lieve di droga al ricalcolo al ribasso della pena. La decisione è stata presa accogliendo un ricorso della Procura di Napoli contro la decisione del Tribunale partenopeo che aveva escluso l’applicazione della rideterminazione della pena per un condannato recidivo per piccolo spaccio. Recependo la distinzione reintrodotta dalla Consulta tra droghe pesanti e droghe leggere, la suprema Corte ha inoltre stabilito che, nel ricalcolo delle pene, i giudici dovranno tenere conto dell’avvenuto ripristino della legge Iervolino-Vassalli.

 

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