domenica, Settembre 19

Autoreggenti e Guagliò image

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autoreggenti 

 

Ormai di liberi dovrebbero esserci rimasti soltanto i nostri pensieri; oppure, neanche quelli, perché è assai difficile rimanere impermeabili alla grandinata di idee ‘forti’ e ‘urlate’ che ci assediano.

Persino l’aggressività è una declinazione obbligata; se non la usi, soccombi. Non brillo per idee positive, oggi. Al di là delle considerazioni su casi personali, che rimangono fra me e me, ci sono fatti di cronaca che asseverano la riduzione della realtà che ci circonda allo stato di un cadavere putrefatto e puteolente.

Avevo ricamato sulla storia di ‘attrazione fatale in salsa abruzzese fra Letizia Marinelli e Gianni Chiodi, ipotizzando che si potesse trattare di una relazione di lungo corso. Prove ancora non ce ne sono, ma un po’ d’indizi, secondo me, sì.

A quelli che hanno già costituito fonte di disamina -ovvero la sequenza: notte del 15 marzo 2011 all’Albergo del Sole/investitura al ruolo di Consigliera di Parità/attribuzione  (da parte di lui, Commissario all’emergenza post sisma) della competenza alla realizzazione di un Centro per le Donne maltrattate a L’Aquila, del costo di 1,5 milioni di euro, malgrado un’incompatibilità istituzionale palmare (la Consigliera di Parità, non dimentichiamolo, ha competenza semplicemente per le discriminazioni sui luoghi di lavoro…)-, si aggiunge un altro elemento, ispirato da un’espressione icastica usata da Leo Longanesi in ‘Parliamo dell’elefante’: «Tengo famiglia». In realtà, pensavo che l’espressione fosse di Ennio Flaiano, corrosivo abruzzese…

Si è, infatti, scoperto che la sorella della signora Marinelli, Simonetta, ancor prima che lei venisse nominata Consigliera di Parità (ma, temporalmente, dopo la fatal notte, che deve aver proprio tramortito il Presidente), ebbe un incarico di collaborazione come segretaria, nell’ufficio dell’Assessore Federica Carpineta – unica donna della Giunta -.

L’assessore Carpineta, nelle geografie politiche dell’Amministrazione regionale abruzzese, risulterebbe persona di fiducia di Chiodi; dunque, l’equazione è presto fatta.

Insomma, ai vertici della Giunta, si potrebbe cantare una riedizione della famosa canzone di Domenico Modugno, con testi di Riccardo Pazzaglia, ‘Io, soreta e tu’: ma è possibile che il potere obnubili a tal punto la mente dei ‘potenti’ da far mettere loro a repentaglio tutto il proprio potere, tessuto certosinamente negli anni, per una notte in albergo con una seducente sirena?

Lascia basiti una simile leggerezza che butta nel fango persino le cose buone fatte in tanti anni di politica; i sacrifici sostenuti per aver avuto le redini di una Regione messa in ginocchio dal terremoto; il lavoro futuro e persino una ricandidatura.

Se si parla con qualche uomo -fortunatamente, non tutti son così- potrebbe anche lasciarvi sbalordite e rispondervi che era convinto che non fosse possibile scoprire gli altarini; che il brivido adrenalinico a volte acceca, mandando in corto circuito le sinapsi. E chi siete voi per intervenire nei suoi meccanismi mentali?

Ma ora lasciamo il verde Abruzzo, col suo basto di politici mandrilli, per venire ad un altro episodio paradossale, avvenuto in Puglia, nella splendida Gallipoli.

Un cartello nell’ambulatorio di ginecologia del consultorio della ASL locale, avviso nato magari dalle migliori intenzioni, si è rivelato un vespaio di polemiche.  «Abbigliamento consigliato per una visita ginecologica: gonna e calze autoreggenti», manco fosse un recruitment per il Moulin Rouge: il testo esposto, fotografato e socializzato su FB, in un attimo ha fatto il giro del web ed in tanti si sono imbufaliti o stupiti.

L’indagine interna ha appurato che a scrivere quel cartello era stata una dottoressa, definita dai suoi capi ‘sbrigativa’.

Vi parrò controcorrente, ma io non considero i contenuti dell’avviso lesivi di alcunché; anzi, sono un saggio consiglio, a meno che non si voglia insinuare che la dottoressa in questione sia un’agente provocatore pagato dalle lobbies dei produttori delle calze autoreggenti.

Se una si presenta dal/dalla ginecologo/a impaludata con pantaloni e collant, anche se c’è lo spogliatoio nello studio del medico (o il paravento), comunque deve completamente denudarsi dalla cintola in giù e andare in giro in questo stato fino al lettino con le staffe…

In un Paese dove la volgarità naviga gloriosa in Parlamento, sconvolgersi per un cartello del genere rappresenta la foglia di fico rispetto al mare magnum di cose intollerabili che quotidianamente siamo costretti a trangugiare.

Il cartello che dà consigli logici, invece, con somma incoerenza diventa pietra dello scandalo e miccia per una delle solite polemiche inutili che rappresentano la zavorra di questo Paese, come una ruggine che erode ogni ganglio dei rapporti sociali.

Un po’ sul genere dell’ultima ‘nuvola di chiacchiericcio sorta intorno all’Expo 2015.

I politici locali non stanno tanto a questionare se siamo pronti a ospitare quest’evento mondiale che dovrebbe giovare molto all’economia locale; se le infrastrutture sono a buon punto, oppure se l’attività di promozione manterrà le promesse di flussi dall’estero (ma anche dall’Italia) preventivati.

No: c’è una cagnara che non ce se crede sul simbolo-mascotte che è stato adottato e, soprattutto, sul suo nome.

I reduci leghisti, non contenti di averci fatto fare una figura da offellai (con tante scuse agli offellai, che a me le offelle piacciono assai) al Parlamento europeo, durante l’intervento del Presidente Napolitano-, ora hanno un altro obiettivo sensibile: il nome scelto è Guagliò.

E per dargli tale appellativo non s’è scomodato il solito guru della pubblicità, che per pagarlo ci sarebbe voluto tutto il budget dell’Expo.

No, il battesimo si deve ai giovani studenti che hanno partecipato ad un apposito referendum. Scrive il ‘Corriere della Sera: «E come se la sono presa, i lombardi. Sono tre giorni che sui social network vomitano sfoghi (al solito) antimeridionali. Per via del naso (una testa d’aglio) della mascotte dell’Expo di Milano (una composizione antropomorfa di frutta e ortaggi alla Arcimboldo) che un concorso di idee destinato ai bambini ha deciso debba chiamarsi Guaglio’, alla napoletana»

Sono insorti in tanti, Matteo Salvini, l’enfant prodige dei quiz, in testa. Nella loro opaca tetragonia non hanno calcolato che, se davvero c’è stato una prevalenza meridionale nei votanti, tale da far vincere un nome così sgradito, è anche perché gli studenti settentrionali hanno loro per padri; sono poco motivati, senza entusiasmi, magari era un concorso gratuito e non circolavano gli sghei…

Insomma, Guagliò sarà, salvo correzioni in corso d’opera per ingraziarsi questi ayatollah.

Sono maliziosa e gli suggerisco un escamotage: affidino la bandiera della loro crociata a Mr B. Lui l’aglio (e la cipolla) li detesta, tanto da fare, ai tempi in cui era premier, un’apposita raccomandazione ai nostri diplomatici affinché li evitassero, per non emanare acri effluvi.

A meno che la sua ancella partenopea non sia riuscita a fargli inghiottire anche questo rospo, oltre a fargli il vuoto intorno. Una strategia classica di chi vuole tenere in pugno qualcuno.  

 

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