giovedì, Luglio 29

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Crimea indipendenza

La Crimea accelera sull’annessione, mentre l’Europa a parole rialza una Cortina di ferro con la Russia. A una settimana dalla consultazione popolare, il Parlamento della Repubblica autonoma ha approvato l’indipendenza dall’Ucraina con 78 sì su 81 presenti. «In virtù delle norme internazionali e del parere consultivo della Corte internazionale di giustizia dell’Onu sulla dichiarazione d’indipendenza del Kosovo del 22 luglio 2010», hanno proclamato i deputati, «se verrà approvato il referendum del 16 marzo, la Repubblica di Crimea sarà Stato della Federazione russa».

Nelle stesse ore, il Premier locale Serghiei Aksionov (non riconosciuto da Kiev) annunciava di procedere a «nazionalizzare le navi della flotta ucraina in Crimea». E Mosca dava man forte ai filorussi, riconoscendo la «dichiarazione di indipendenza della Crimea come assolutamente legittima» sulla base dello statuto dell’Onu e delle conclusioni della sua Corte.

Contro le manovre spedite del Cremlino ha preso immediatamente posizione la Francia, disconoscendo qualsiasi paragone con il Kosovo e tornando a minacciare sanzioni europee contro la Russia, «da questa settimana». Le uniche autorità ucraine che Parigi ammette, sono «quelle frutto dell’accordo firmato il 21 febbraio. Qualunque altra azione non ha legittimità politica», ha fatto sapere l’Eliseo. Anche il Ministro degli Esteri tedesco Frank-Walter Steinmeier, capofila nei negoziati falliti tra Kiev e Mosca, ha annunciato «misure dell’Ue entro la fine della settimana», «da lunedì prossimo 17 marzo», per il Governo polacco.

Ma i russi non si scompongono. Da Rostov sul Don dove è rifugiato, anche il deposto Capo di Stato ucraino Viktor Yanukovich è tornato a tuonare in diretta tivù, in qualità di «unico presidente legittimo e comandante in capo dell’Esercito». Smentendo le voci sulle sue gravi condizioni di salute, ha dichiarato «assolutamente illegittime le prossime presidenziali, indette dalle nuove autorità ucraine che vogliono scatenare una guerra civile».

Il confronto tra le milizie “filo-russe” e l’esercito ucraino si avvicina. Dopo il fermo della Procura generale di Mikhail Dobkin, l’ex Governatore filorusso di Kharkiv, l’esecutivo provvisorio di Kiev ha alzato il tiro, comunicando in Parlamento l’istituzione di una Guardia nazionale di volontari delle forze armate, «per difendere i cittadini dai criminali e dalle aggressioni interne ed esterne». La Crimea è sempre più isolata dall’esterno. In mattinata, tutti i collegamenti aerei dalla penisola contesa sono stati cancellati, a eccezione dei voli da Sinferopoli per Mosca. Anche le corse dei traghetti dalla Russia verso Kerch sono stati interrotti, ufficialmente per le cattive condizioni del tempo, mentre alla frontiera terrestre verso nord sono stati rafforzati i controlli e le misure di sicurezza. Prima del 21 marzo, comunque, a referendum ormai concluso, a Mosca il Parlamento russo non potrà esaminare il disegno di legge per inglobare territori stranieri sulla base di una semplice consultazione, abolendo la necessità di firmare accordi internazionali: così ha stabilito l’agenda dei lavori della Duma.

Oltre il Mediterraneo, l’Europa e gli Stati Uniti sono spaventati per la deriva della Libia post-GheddafiIl Paese in mano alle bande di milizie armate ha perso anche il suo Premier ad interim Ali Zeidan, in carica dal novembre 2012 e, dopo mesi di attacchi incluso un sequestro lampo, sfiduciato dai deputati del Congresso generale nazionale (Cng). Al suo posto è stato nominato, per 15 giorni, il Ministro della Difesa Abdullah al Thani, operativo fino alla prevista elezione di un nuovo Primo ministro.

C’è grande tensione anche in Iraq, dove, per il secondo giorno consecutivo, i sostenitori del leader sciita Moqtada al Sadr hanno manifestato in massa per l’impeachment del Primo ministro Nuri al Maliki, sciita ma oppositore del radicalismo islamico di al Sadr.

Dal Nord Africa al Medio Oriente fino all’Asia centrale, i Paesi musulmani sono una cintura di fuoco sempre più instabile. In Afghanistan, un commando armato ha ucciso il giornalista svedese Nils Horner, veterano delle zone calde nella regione e a Kabul dalla caduta dei talebani nel 2001. Ma anche nell’Egitto attraversato dalle proteste il rischio attentati è sempre più alto: le autorità del Cairo hanno sgominato una cellula di al Qaida che aveva pianificato attacchi (poi incompiuti) alle Ambasciate americana e francese. Le forze di sicurezza hanno arrestato «18 persone, in un blitz nel nord del Sinai che ha portato al sequestro di armi automatiche, molotov, granate e detonatori», e nell’operazione sono stati distrutti sei tunnel tra l’Egitto e la Striscia di Gaza per il traffico illegale. Contro i palestinesi di Gaza, anche Israele ha condotto un raid aereo, colpendo a bordo tre persone. «Siamo sempre più distanti da un accordo di pace con i palestinesi», ha dichiarato il Premier israeliano Benyamin Netanyahu, limitandosi a esprimere «rammarico» sull’uccisione del giudice giordano-palestinese Raed Ala-din Zuaiter, il 10 marzo scorso alla frontiera. Per l’esercito dello Stato ebraico, l’uomo era un «terrorista», colpito in seguito a un’aggressione. Ma le versioni diffuse da alcuni testimoni in Giordania sono diverse: il giudice sarebbe stato freddato dai militari israeliani con tre proiettili al petto.

Con Tel Aviv si sfiora la crisi diplomatica: ad Amman centinaia di dimostranti hanno accerchiato l’Ambasciata di Israele, invocando l’espulsione dei funzionari. Ma anche in Turchia le piazze ribollono di malcontento. Alla notizia della morte di un ragazzo di 15 anni, in coma da 9 mesi per un lacrimogeno sparato dalla polizia tra i manifestanti di Gezi Park, sono esplose proteste spontanee a Istanbul, Ankara e in diverse città del Paese. Sotto assedio per lo scandalo sulla corruzione, il Premier turco Recep Tayyip Erdogan è sempre più incalzato dal predicatore islamico Fetullah Gülen, suo ex alleato, che ha lanciato un appello perché sia adottata una nuova Costituzione in difesa della democrazia.

Le proteste non si placano neppure in Venezuela, dove i medici e gli studenti di Medicina sono scesi per in strada a Caracas contro le carenze del servizio sanitario nazionale. Il muro contro muro tra chavisti e anti-chavisti prosegue in tutto il Paese. Nell’ultima giornata hanno perso la vita uno studente di San Cristobal, raggiunto da tre proiettili al petto, e una cilena di 47enne, colpita da uno sparo alla testa mentre si opponeva alle barricate erette nel suo quartiere a Merida. Atteso a Santiago per la cerimonia d’insediamento della Presidente cilena Michelle Bachelet, l’omologo venezuelano Nicolas Maduro è stato costretto a restare nel Paese, per fronteggiare l’emergenza.

Tutto il mondo, infine, resta in angoscia anche per l’aereo della Malaysian Airlines scomparso dai cieli del Golfo della Thailandia, l’8 marzo scorso. I pareri degli investigatori sono discordanti. Con il progredire delle indagini, l’Interpol tende a escludere la pista del terrorismo. La presenza a bordo di due passeggeri con falsi passaporti europei sarebbe piuttosto addebitabile al «traffico di esseri umani». Ma per il numero uno della Cia, John Brennan, l’ipotesi dell’attentato o del dirottamento «non può essere ancora scartata». I viaggiatori sotto falsa identità erano un diciottenne e un ventinovenne di nazionalità iraniana, senza apparenti legami con gruppi di estremisti islamici, e probabilmente imbarcati sul volo MH370 per emigrare in Europa. Del relitto dell’areo tuttavia non c’è traccia nelle acque dell’oceano. E a quattro giorni dal probabile incidente, 19 famiglie di passeggeri cinesi dispersi hanno raccontato ai media di aver trovato la linea libera e udito squilli senza risposta quando hanno provato a chiamare i loro cari sui cellulari.

A infittire il giallo ci sarebbe poi, secondo le indiscrezioni della tivù inglese ‘Bbc‘, l’inspiegabile virata a ovest del velivolo, rispetto alla rotta prevista, riportato dai radar militari. Due terzi dei 239 passeggeri erano cinesi e Pechino ha messo in campo 10 dei suoi satelliti per localizzare i resti del Boeing. Anche Malesia, Stati Uniti, Singapore, Vietnam, Nuova Zelanda, Indonesia, Australia e Thailandia partecipano alle ricerche.

 

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