sabato, Settembre 18

Autodichia e documenti fantasma

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Succede che la politica si perda in discussioni marginali e che l’informazione cavalchi la demagogia. Succede soprattutto se si parla di Autodichia, il principio grazie al quale Camera e Senato possono avere massima libertà di manovra. Un giudice terzo infatti non può entrare né a Montecitorio, né a Palazzo Madama: nessun controllo su bilanci, conti, gare d’appalto, affitti e cause di lavoro. Però è stato deciso di tagliare gli stipendi dei dipendenti. Attenzione, perché le due cose apparentemente sembrano scollegate, ma non è così.

 

Il taglio degli stipendi

Da gennaio è operativo il taglio degli stipendi dei dipendenti di Palazzo Madama. Contenti Sergio Rizzo, Gian Antonio Stella e con loro tanti lettori. Finalmente tagliano ai ricchi. E’ vero, una segretaria solo per il fatto di aver vinto un concorso al Senato, può guadagnare dieci volte di più di una segretaria di una pubblica amministrazione qualsiasi. Pur avendo le stesse mansioni. Eppure le cose non stanno così. Non per voler andare controcorrente a tutti i costi, ma a volte è necessario distogliere lo sguardo dal dito per guardare la luna.

Il taglio degli stipendi per i dipendenti di Camera e Senato è stato deciso dai due uffici di presidenza, una decisione che i due rami del Parlamento hanno preso in assoluta indipendenza. Tanto per avere un’idea: per tagliare gli stipendi dei dirigenti della PA serve una legge, per tagliare quelli di Montecitorio e Palazzo Madama basta che si riuniscano 19 senatori (consiglio di presidenza) e 16 deputati (ufficio di presidenza). L’autodichia, in estrema sintesi ha consentito per la prima volta nella storia, un trattamento non migliorativo ma peggiorativo di un pubblico dipendente. Adesso però il problema non è il taglio degli stipendi, ma l’uso “randomico” del famoso principio.

 

L’articolo 64 della Costituzione

Si chiama Autodichia, la capacità di autodeterminazione delle Camere, «il potere, conferito ad alcuni organi supremi dello Stato – si legge sul sito della Camera – di giudicare presso di sé i ricorsi presentati avverso gli atti d’amministrazione da essi medesimi posti in essere, in deroga alle norme che disciplinano in via generale le competenze degli organi giurisdizionali. Tale prerogativa, denominata anche giurisdizione domestica, è riconosciuta, nel vigente ordinamento italiano ad alcuni organi costituzionali: le Camere del parlamento e la Corte costituzionale». Alla base del principio, ci sarebbe l’articolo 64, primo comma della Costituzione: «Ciascuna Camera adotta il proprio regolamento a maggioranza assoluta dei suoi componenti». Interpretazione molto controversa, perché per gli avversari dell’autodichia, il principio sarebbe applicabile solo alla parte legislativa ma non a quella amministrativa e quindi dovrebbe essere dato il via libera al controllo dei bilanci e delle gare d’appalto di Camera e Senato.

 

La storia di Lorenzoni

Un caso di demansionamento è accaduto in Senato oltre dieci anni ad un geometra, P. Lorenzoni, fino a quel momento utilmente impiegato alla revisione e controllo di alcune spese edili.
Controllando forse anche dove non doveva, il geometra fu spostato dai cantieri dei Palazzi ad una stanza senza scrivania e lui, testardo, decise di non rimanere in silenzio. Il risultato è che il Lorenzoni sono anni che contesta la decisione dell’amministrazione di ridurlo a mansioni di dattilografo.

Nel 2004 l’autodichia viveva il suo massimo fulgore, come dimostra la sentenza della Cassazione 14085/2004 e al geometra non restava che affidarsi al “giudice domestico”, ossia la commissione contenzioso e il Consiglio di garanzia (composto da senatori, equamente distribuiti tra tutti i gruppi politici) il quale nel 2006 riconobbe che era stato demansionato; l’amministrazione del Senato però, non lo riportò nel suo posto originario, limitandosi ad adempiere, ma solo in parte, all’obbligo risarcitorio contenuto nel giudicato domestico. Il mancato reintegro nel posto di lavoro originario quindi, spinse il Lorenzoni a fare ricorso ai giudici di autodichia; nel frattempo però era cambiata legislatura e, come avviene nel nostro strano ordinamento, la nuova composizione dei collegi e i nuovi senatori del Consiglio di garanzia, dando una lettura molto riduttiva del deliberato dei loro predecessori, respinsero il ricorso (documento 141 21 luglio 2011).
La questione si è quindi spostata a piazza Cavour avendo Lorenzoni presentato ricorso in Cassazione sostenendo tematiche come la cattiva gestione delle risorse umane di una pubblica amministrazione, con profili non secondari di lesione dei diritti soggettivi all’immagine e alla qualificazione e crescita personale.

In estrema sintesi, quale la colpa del geometra? Avere contribuito ad evidenziare ampi margini di recupero di risorse nella gestione dei lavori affidati all’amministrazione.

 

Le pronunce da Ponzio a Pilato

Il fascicolo inizia così a peregrinare tra piazza Cavour e Consulta. A maggio del 2013 Ordinanza 10400/2013, la Cassazione solleva questione di costituzionalità sull’articolo del regolamento Senato che intesta al solo ordinamento interno lo status del rapporto di lavoro dei dipendenti, sottraendolo in fase contenziosa, al giudice esterno. Un anno dopo la Corte Costituzionale con sentenza 120/2014, dichiara inammissibile la questione sollevata dalla Cassazione, affermando che quel tipo di questioni possono – se non altrimenti decise – essere sottoposte a palazzo della Consulta solo nella forma di conflitto di attribuzioni.

Il 18 novembre scorso si è svolta l’udienza di riassunzione, nella quale la Procura generale in via primaria ha invitato le sezioni unite a radicare la giurisdizione, ma in camera di consiglio la Cassazione ha preferito accogliere la proposta subordinata e rispedire la causa alla Corte costituzionale sotto forma di conflitto di attribuzioni contro il Senato. La Consulta è stata così investita per la seconda volta dalla Cassazione di un atto che costituisce non solo diniego di giustizia, ma forse anche la riprova dell’incapacità del sistema giurisdizionale italiano di dare una tutela efficace alle ragioni del ricorrente. Ci sarebbe in pratica materia per la corte di Strasburgo.

Ma c’è di più, perché leggendo bene tra le righe dell’ultima pronuncia, per Lorenzoni si prospetta anche la possibilità di far ricominciare daccapo tutto il processo dinanzi ad un giudice civile di primo grado. In questo caso al danno veramente si aggiungerebbe la beffa, visto che il ricorso era solo per l’annullamento della decisione 141 dei giudici interni, sulla mancata ottemperanza del giudizio precedente.

Nelle stesse ore, sempre il 18 novembre 2014, la IV sezione del Consiglio di Stato depositava la sentenza 4618/2014 riguardante una gara di appalto della Presidenza della Repubblica per l’apertura di uno sportello bancario all’interno del Palazzo. Contestata la gara informale indetta, la Presidenza della Repubblica aveva invocato l’autodichia, ma al di là dell’errore formale di quest’ultima che ha portato alla decisione, i giudici di Palazzo Spada hanno messo nero su bianco «E’ indiscutibile che, nell’attuale assetto costituzionale, l’autodichia non sia momento essenziale per assicurare effettività alla posizione di autonomia e indipendenza degli organi costituzionali. Essa dunque esiste se e nella misura in cui l’organo, sul necessario fondamento costituzionale (esplicito o, come anche si sostiene, implicito), abbia deciso di farne uso».

 

Il mistero del documento 141 e delle interrogazioni mancanti

Il documento 141/2011 del Consiglio di garanzia non è pubblico, così come non lo è l’interrogazione parlamentare presentata lo scorso anno dal senatore Enrico Buemi, dove venivano messe in luce le assurdità della giurisprudenza domestica con decisioni vistosamente contraddittorie. Mai arrivata agli atti. Il senatore Enrico Buemi, subentrato a Ignazio Marino il 22 maggio 2013, esponente del Partito socialista italiano, è il primo firmatario del disegno di legge che chiede l’abolizione dell’autodichia e presentatore di una interrogazione parlamentare sull’argomento. Piccolo particolare: il disegno di legge è disponibile, l’interrogazione no. Buemi è intervenuto più di una volta sull’argomento, denunciando anche silenzi e immobilismi.

Una delle ultime questioni sollevate da Buemi è stata quella delle nomine dei vertici di Palazzo Madama e della tempistica della convocazione della seduta in cui sono state effettuate. Grazie all’autodichia non sapremo mai se le nomine fatte a novembre 2014 dal Consiglio di Presidenza siano corrette oppure no (salvo poi andare a leggere gli articoli di Sergio Rizzo sul Corriere riguardo parentele strane o quelli del Fatto quotidiano sulle Lobby parlamentari che organizzano lezioni a pagamento). “C’è una mia interrogazione, volta a sottolineare l’assoluta irrazionalità della giustizia domestica che sottrae da un lato lo status dei dipendenti alla disciplina generale del pubblico impiego e, dall’altro, le forniture e gli affitti alla normativa appaltistica di fonte europea, ma non viene neanche pubblicata“.

Lo scorso anno ho presentato una interrogazione al Governo per porre il problema dell’autodichia” ha spiegato Buemi. “So benissimo che il governo nulla potrebbe a questo proposito, ma volevo sollevare la questione (Gli atti di sindacato ispettivo, infatti, possono essere rivolti solo al governo e non agli organi interni, ndr). Non solo non ho ricevuto alcuna risposta, ma la mia interrogazione non è mai arrivata al governo, non è mai stata pubblicata, per questo ho anche scritto al presidente Piero Grasso“.

La lettera da lui inviata però deve essere rimasta incastrata in qualche cassetto, perché nulla è stato fatto e nessuna iniziativa è stata presa, anzi. “C’è stata una dialettica tra me e il presidente Grasso che non ha avuto conclusione” ha detto Buemi. Così, l’atto 141 rimane secretato e l’interrogazione con lui. Allo stato attuale c’è solo il rimpallo tra Cassazione, Parlamento e Corte costituzionale, dice ancora Buemi: “con evidenti conflitti di interesse perché tutte e tre i Palazzi sono soggetti al principio“. Interrogazione e lettera al presidente Grasso, documenti mai pubblicati, contengono passaggi di tutta la vicenda e spiegano bene quale sarebbe l’impatto della cancellazione dell’autodichia.

Dichiara ancora il senatore: “Attualmente le false applicazioni del diritto, nel procedimento legislativo, non possono essere sottoposti ad un giudice esterno, se si registra una alterazione di un procedimento legislativo, va tutto al giudice interno. Ora, nel procedimento legislativo è difficile togliere il principio, ma in quello amministrativo si, perché in questo caso si opera come qualsiasi altra pubblica amministrazione. Ci sono tanti motivi perché l’autodichia non venga smontata, basta confrontare i prezzi delle forniture: una risma di carta al ministero dell’Economia costa una cifra, al Senato costa il doppio…”

Altro che corsi di formazione tenuti dai lobbisti; per gare di appalto, forniture e altro si scoperchierebbe il vaso di Pandora. Viene allora da chiedersi: forse sul taglio degli stipendi non si sono sollevate questioni e non solo per il vento dell’antipolitica? Diceva un vecchio senatore: “A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina“.

 

L’appello al presidente Mattarella

Irene Testa, membro della direzione di Radicali Italiani e coautrice con Alessandro Gerardi del libro “Parlamento, zona franca – Lo scudo dell’Autodichia” ha rivolto al neo presidente della Repubblica un appello: “Chiediamo al nuovo Presidente, di imprimere una ventata di novità alla trattazione del polveroso dossier dell’autodichia degli organi costituzionali. Una decisione diversa, rispetto al passato, darebbe ingresso allo Stato di diritto anche per una categoria di persone, sin qui trattata in maniera maggiordomale invece che da cittadini. L’ordinanza n. 740/2015 della Corte di cassazione – si legge nella richiesta – ha citato la Presidenza della Repubblica dinanzi alla Corte costituzionale, per un conflitto tra poteri dello Stato: esso nasce proprio dal precedente rifiuto del Quirinale di consentire alla Cassazione di decidere – in terzo grado – sulle controversie di lavoro dei dipendenti del Colle. Se Mattarella ritirasse l’eccezione di carenza di giurisdizione del Giudice ordinario, il conflitto non avrebbe più luogo ed anche le parallele vicende di Camera e Senato riceverebbero una linea di indirizzo assai significativa“.

Del resto un candidato al Quirinale, diciamo suo diretto avversario, se così si può dire, Giuliano Amato, più di una volta si era dichiarato a favore dello smantellamento del principio (vedi sull’argomento Ddl Boschi e le alternative). Il presidente Mattarella arriva dalla Corte costituzionale, resta solo da vedere se vorrà mettere mano all’argomento. Occhi puntati sul Quirinale più che mai.

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