martedì, Novembre 30

Auto: in Europa anno peggiore dal 2003 field_506ffb1d3dbe2

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Mentre i modelli avveniristici che vedremo sfrecciare sulle nostre strade nel prossimo futuro vengono messi in bella mostra al salone dell’auto internazionale di Detroit – in Usa – dall’altra sponda dell’Oceano è ancora crisi dei consumi nel settore. Gli europei fino al 2013 dimostrano di prediligere ancora l’acquisto di vetture usate o rimandare il passaggio a una nuova auto a tempi migliori.

In Europa il mercato ha accusato una contrazione del -1,8% l’anno scorso, per quello che è il sesto calo consecutivo. Per le immatricolazioni è il peggior volume dal 1995 e l’anno peggiore dal 2003. I dati sono stati diffusi dall’Associazione dei costruttori dell’Acea. Allo stesso tempo nell’ultimo mese dell’anno sono stati venduti il 13% di veicoli in più rispetto a dicembre 2012, maggiore rialzo si base annuale da quattro anni a questa parte, ovvero da quando la crisi è scoppiata.

Cala ancora la presenza del gruppo Fiat, che vede scendere la quota di mercato del 5,5% a fine 2013. Fanno meglio Renault e Wolkswagen. Il Lingotto tiene a precisare di aver «subito la penalizzazione del mercato italiano (il peggiore tra i major market, in calo del 7,1% nel confronto con il 2012) e ha chiuso il 2013 con quasi 741 mila immatricolazioni complessive, ottenendo una quota nell`anno del 6 per cento».

Lo si legge in un comunicato nel quale si sottolinea comunque la positività del risultato dell’ultimo mese dell`anno, periodo durante il quale le vendite sono aumentate del 2,3%.  Nel puntare il dito contro la debolezza generalizzata delle immatricolazioni in Italia, Fiat segnala inoltre i risultati ottenuti dal gruppo nel Regno Unito, dove nell’anno le immatricolazioni sono cresciute del 12,2% in un mercato che aumenta del 10,8%, e in Spagna, con le registrazioni a +13,7 in un mercato che cresce del 3,3%.

Nonostante la ripresa tentenni e la crisi morda ancora i consumi e comprometta il mercato del lavoro, il Pil italiano potrebbe salire fino al 2%. Merito delle modifiche ai metodi di calcolo che sono allo studio in Europa, la quale nel suo complesso potrebbe anche registrare rialzi del +2,4%. Sono i calcoli effettuati dalla Commissione Europea nelle prime stime relative all’impatto che l’introduzione delle nuovo schema contabile avrà sui Paesi membri dell’Ue.

L’attuale metodologia di calcolo, in vigore dal 1995, sarà sostituita a settembre di quest’anno da un nuovo schema, con un aggiornamento delle regole di contabilità e degli standard comuni. Tra le novità il riconoscimento della spesa per ricerca e sviluppo come una sorta di ‘investimento’. Ne consegue che ricerca e sviluppo non saranno più conteggiati come spesa corrente e questo da solo farà aumentare il Pil dell’Ue dell’1,9%. Verranno considerate investimenti anche le spese per i sistemi d’arma. In precedenza il Sec inseriva questa voce tra i ‘consumi’ per via della natura distruttiva che si riconosceva a tali sistemi, ma adesso verrà riconosciuto l’effetto positivo per la sicurezza del paese.

Restando sul versante macro, il tasso di inflazione in Eurozona rimane ben sotto la soglia del 2% fissata dalla Banca Centrale Europea. I prezzi al consumo sono stati pari allo 0,8% anno su anno in dicembre, in linea con le previsioni. Il dato è stato invece dello 0,3% mese su mese, anche in questo caso in perfetta sintonia con le stime. I rischi di una deflazione, contemplati anche dal capo del Fmi Christine Lagarde, restano quanto mai attuali.

Il banchiere centrale tedesco, facendo eco a quanto espresso dal suo omologo austriaco ieri, vede la luce alla fine del tunnel nella maggior parte delle nazioni più travagliate dell’Eurozona. Jens Weidmann ha dichiarato che secondo le stime della Bundesbank la ripresa economica continuerà a prendere slancio quest’anno, grazie all’abbassamento dei livelli di disoccupazione e alla crescente domanda interna dei consumatori.

Secondo Weidmann la crescita fiacca del 2013 (di appena lo 0,4%) non rende onore alla forza della prima potenza economica della regione, la Germania. «L’economia interna tedesca è già molto dinamica rispetto ai tassi di crescita moderata evidenziati dai dati del 2013». Il banchiere, uno dei membri del Consiglio Direttivo della Bce, ha anche difeso le criticate misure volte a mantenere la stabilità dei prezzi prese dal board di Francoforte sul Meno. Non è il caso, secondo Weidmann, di farsi prendere da paure inflative irrazionali e nemmeno di temere il palesarsi di una fase di deflazione.

Qualche settimana prima della consueta riunione annuale di Davos, l’istituto organizzatore World Economic Forum ha lanciato un allarme sull’ampliamento del divario tra ricchi e poveri nel mondo. Insieme alla creazione di una generazione perduta” di giovani che non trovano un lavoro sono questi i grandi temi che la classe politica deve affrontare. Si tratta di vere e proprie minacce per la crescita economica mondiale.

In un nuovo rapporto, l’ultimo prima del meeting che vedrà  riuniti leader mondiali, economisti e giornalisti prevista per la prossima settimana in Svizzera, l’organizzazione indipendente ha detto che la disparità di reddito è il fattore che più probabilmente provocherà distorsioni nell’economia per i prossimi dieci anni.

Per giungere a simili conclusioni l’istituto elvetico ha consultato 700 opinionisti ed esperti, che citano anche un paio di pericoli provenienti da fattori esterni meno prevedibili. Le condizioni meteo averse e eventuali attacchi informatici determinati, che potrebbero portare a una «disintegrazione digitale».

Chi critica e in alcuni casi protesta di persona contro il consueto meeting annuale nelle Alpi svizzere mette in dubbio la capacità e volontà dell’elite mondiale di risolvere veramente questi grandi problemi. Per molti, che citano gli scarsi risultati ottenuti in passato, non è nell’interesse del famoso 1% invocato dai manifestanti di Occupy Wall Street ridurre il gap di benessere tra più e meno fortunati. Spetterà ai politici dimostrare che fanno veramente sul serio e che i critici si sbagliano.

Per il momento ci si può accontentare osservando l’agenda in programma. Per lo meno il tema è presente. Il WEF parla di una «sfida gemella» per i più giovani, costituita dalla mancanza di opportunità di impiego e i costi crescenti delle tasse scolastiche e dell’istruzione di alto livello.

Oltre la metà dei giovani nei mercati industrializzati sta cercando un lavoro ed è in aumento il numero di impieghi in nero e di tipo informale nelle regioni in via di Sviluppo, dove vive ben il 90% dei giovani. David Cole, Chief risk officer del gruppo finanziario Swiss Re, ha rilevato un gap anche in questo senso, osservando che i giovani sono svantaggiati rispetto ai più anziani quando si tratta di opportunità di lavoro che vengono loro concesse.

 

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