domenica, Maggio 16

Australia: truppe speciali contro lo Stato Islamico L’impegno australiano in Iraq continua, al pari del dibattito interno

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Sydney
Prosegue l’impegno in Medio Oriente assunto dal Governo conservatore di Tony Abbott, volto a contrastare l’espansione dello Stato Islamico (Islamic State – IS)  -guidata da Abu Bakr al-Baghdadi il cui scopo è conquistare tutti i territori a maggioranza sunnita ed espandere il Califfato islamico sunnita fondato sulla Shari’a, la legge islamica.

In tale contesto ha stupito l’impostazione interventista di Abbott, generalmente considerato un politico attivo in vicende nazionali e regionali, ma disinteressato alle grandi questioni internazionali. L’Australia sta infatti operando ben al di fuori del proprio contesto geopolitico, ovvero il Pacifico sud-occidentale e il cosiddetto ‘Arco di Instabilità‘ – l’insieme di Stati arcipelago che sovrasta le coste australiane da nord-ovest a nord-est e che comprende Indonesia, Timor Est, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone, Nauru, Fiji e Tonga. In tali contesti l’Australia ha frequentemente svolto il ruolo di arbitro e di controllore, con aiuti umanitari, aiuti allo sviluppo, missioni di pace ed interventi armati unilaterali o multilaterali.

Oggi, tuttavia, l’Australia sta lentamente modificando il proprio ruolo nello scacchiere internazionale, passando da quello di potenza regionale (‘regional power‘) a quello di media potenza (‘middle power‘), risultando in un forte impegno non soltanto nella propria sfera d’influenza, ma anche laddove interessi condivisi con i propri alleati possano essere a rischio.

L’Australia è infatti fortemente attiva nella delicata vicenda ucraina, a cominciare dalla tragedia del MH17, l’aereo della Malaysia Airlines abbattuto nell’Ucraina orientale lo scorso Luglio, in cui persero la vita 298 persone, tra cui 37 Australiani. Il contesto dove l’Australia si è mostrata più attiva, tuttavia, è quello tra Iraq e Siria, flagellato dall’avanzata dello Stato Islamico. E’ infatti in tale scenario che Canberra ha già inviato 400 aviatori, supportati da 8 caccia F-18, diversi elicotteri da ricognizione, un aereo da trasporto ed un numero imprecisato di droni  -in Iraq già da due settimane-  e 200 tra soldati delle forze speciali, tecnici e membri dei servizi segreti australiani, attualmente di stanza nella base degli Emirati Arabi Uniti.

Tale situazione ricorda quanto accaduto diversi anni fa quando, assieme ad USA, Regno Unito e ad altri alleati, l’Australia si impegnò nella Guerra del Golfo del 1991-1992 (1.800 tra soldati e personale tecnico, 7 navi da guerra, un numero imprecisato di caccia, elicotteri e velivoli da ricognizione), nella Guerra in Afghanistan cominciata nel 2001 (25.000 tra soldati e personale tecnico, circa 2 miliardi di dollari di costi finanziari) e nell’invasione dell’Iraq del 2003 (17.000 tra soldati e personale tecnico, 500 elementi delle forze speciali, 3 navi della marina militare, 14 caccia F-18, 3 aerei da trasporto C-130, 3 velivoli da ricognizione, un numero imprecisato di elicotteri e velivoli di supporto).

Analogamente a quanto verificatosi in quegli anni, l’Australia si trova ora a pagare il prezzo del proprio impegno nei contesti in cui prolifera il terrorismo islamico. Il Paese sta infatti affrontando la seria possibilità di ritorsioni all’interno dei propri confini, in uno scenario che ha visto alzare il livello di allerta ad ‘alto’ in seguito ai molti arresti nelle maggiori città australiane. Questi hanno permesso di sgominare diversi piani di affiliati dello Stato Islamico in Australia, i quali contemplavano uccisioni casuali per diffondere il panico, raccolta di fondi per l’IS e al-Nusra ed un attacco terroristico al parlamento federale di Canberra.

In queste ore le forze aeree della RAAF (Royal Australian Air Force) stanno bombardando le postazioni jihadiste in Iraq, ma non in Siria. Secondo quanto dichiarato dal Vice Ammiraglio David Johnston, omonimo del Ministro della Difesa australiano: «I caccia australiani hanno condotto almeno due operazioni militari di successo, eliminando dozzine di terroristi sul suolo iracheno con relative infrastrutture. Nelle ultime due settimane, da quando abbiamo iniziato i raid aerei, abbiamo effettuato circa 3 voli di ricognizione al giorno, congiuntamente con le altre forze alleate». Johnston ha rilasciato queste dichiarazioni in presenza del Ministro del Tesoro australiano Joe Hockey, il quale ha fatto una visita a sorpresa alle truppe australiane di stanza nella base degli Emirati Arabi Uniti.

L’impegno australiano non è mai unilaterale, dunque, ma risulta strettamente connesso con gli altri Paesi membri della coalizione internazionale. Scopo di quest’ultima è, come accennato, eliminare la minaccia jihadista rappresentata dall’IS ma, al contempo, rafforzare istituzioni e forze militari irachene, al fine di limitare il proprio impegno nel lungo termine. Se da un lato, infatti, nessun Paese fa mistero del fatto che la lotta all’IS richiederà molti mesi, dall’altro il supporto diretto ad una futura gestione irachena post-emergenziale sembra essere l’unica soluzione per evitare che gli attuali bombardamenti si trasformino, inevitabilmente, in un nuovo atto del lungo impegno occidentale in Medio Oriente.

E’ in tale contesto che il Ministro degli Esteri australiano, Julie Bishop, ha siglato un accordo con le autorità irachene per l’invio delle 200 forze speciali australiane ancora di stanza negli Emirati Arabi Uniti, le quali avranno il compito di “addestrare ed assistere” le truppe irachene nella lotta contro lo Stato Islamico. Secondo Bishop, allo stato attuale delle cose «Sono stati finalizzati i contesti legali nei quali le nostre forze speciali potranno operare. A questo punto si tratta solo di attendere la decisione degli ufficiali superiori, da ora la gestione quotidiana sarà in mano ai nostri militari». Come anticipato quasi due mesi fa da chi scrive, dunque, l’Australia tornerà a mettere i ‘boots on the ground‘, gli stivali sul territorio iracheno, storicamente preludio di un impegno non di breve durata.

Nel mentre, l’Australia continuerà ad interrogarsi sui molti aspetti legati a tali scenario, a partire dalle dirette conseguenze che questo potrebbe avere sul Paese con la più alta qualità di vita al mondo, per arrivare ad un dibattito più ampio sull’Islam in generale.
Sono, infatti, circa 480.000 le persone di religione islamica attualmente residenti in Australia, una cifra pari a circa il 2,1% della popolazione totale. Di questi, tuttavia, i due terzi sono nati in altri Paesi, principalmente Libano, Turchia, Afghanistan, Pakistan, Indonesia, Iraq e Iran. Questo scenario, unito alla presenza radicata di gruppi fondamentalisti islamici in alcuni dei Paes-i appena elencati, ha provocato negli anni una certa diffidenza tra i cittadini australiani. Tale sentimento, soprattutto di recente, è stato inasprito dalla notizia che vede coinvolti circa 60 Australiani di seconda generazione  -150 secondo le stime ufficiose- di religione islamica tra le fila dell’IS in Iraq e Siria.

Nel Paese si dibatte dunque sulle conseguenze dell’immigrazione proveniente da tali regioni del mondo, sul ruolo dell’Islam in Australia e sul nuovo impegno australiano in Iraq. Come spesso accade in scenari con forti componenti emotive, gli Australiani sono divisi tra coloro che appoggiano in maniera completa l’intervento militare e coloro che lo reputano miope e controproducente, temendo il ripetersi degli errori passati.

A prescindere dalle diverse opinioni, ad ogni modo, risulta evidente il carattere fortemente emergenziale dell’espansione dello Stato Islamico, simbolo di un nuovo terrorismo globalizzato capace di fare proseliti a migliaia di chilometri di distanza nell’arco di poche ore. Se, poi, la necessaria risposta a questo parossismo di violenza ripeterà gli errori del passato, sarà la storia a giudicare.

 

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