sabato, Settembre 25

Australia: tra terrorismo e sicurezza nazionale Nuovi poteri a intelligence e polizia: il prezzo da pagare per l’impegno del Paese nel mondo

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L’Australia comincia ad affrontare le conseguenze del proprio rinnovato impegno nello scacchiere internazionale, a causa del quale sta varando maggiori poteri per polizia e servizi segreti, in chiave antiterroristica. Il più grande Paese dell’Oceania è infatti impegnato in un processo che l’ha visto passare da potenza regionale (regional power) a media potenza, o middle power. Questo ha comportato un cambiamento importante nella sfera d’influenza del Paese, avvenuto solo di recente.

Fino agli ultimi anni del secolo scorso l’Australia era una grande nazione dotata di un’economia in crescita e di un’alta qualità di vita, condizione tuttavia associata ad un pressoché totale anonimato in ambito di politica internazionale. Questo scenario ha iniziato a mutare con l’arrivo del nuovo millennio, durante il quale il Paese ha assunto impegni sempre maggiori in quello che sarebbe poi divenuto il proprio contesto geopolitico, ovvero il Pacifico sud-occidentale e l’Arco di Instabilità. Quest’ultimo è un insieme di Stati arcipelago che sovrasta le coste australiane da nordovest a nordest e che comprende Indonesia, Timor Est, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone, Nauru, Figi e Tonga. In tali contesti l’Australia ha frequentemente svolto il ruolo di arbitro e di controllore, con aiuti umanitari, aiuti allo sviluppo, missioni di pace ed interventi armati unilaterali o multilaterali.

I più importanti casi in cui l’Australia è intervenuta al di fuori della propria regione, ad ogni modo, sono dovuti alla ferrea alleanza politica, strategica e militare con gli Stati Uniti, alla base degli interventi australiani in Afghanistan (2001) ed Iraq (2003). Queste ed altre missioni hanno comportato per l’Australia un crescente rischio di terrorismo di matrice islamica, un rischio che si è tuttavia concretizzato sempre in terra straniera, come nel caso degli attentati di Bali del 2002, dove persero la vita 88 Australiani, e del 2005, in cui vennero uccisi 4 Australiani.

Nello scenario attuale, invece, l’Australia sta prendendo impegni sempre maggiori in terre molto lontane dalla propria area di influenza, come l’Ucraina ed il Medio Oriente. Il Paese è, infatti, fortemente attivo nella delicata vicenda ucraina, a cominciare dalla tragedia del MH17, l’aereo della Malaysia Airlines abbattuto nell’Ucraina orientale lo scorso Luglio. In quell’occasione persero la vita 298 persone, tra cui 37 Australiani. L’Australia ha già inviato da tempo 9 investigatori speciali per tentare di fare luce su quanto accaduto – nonostante nessuno nel Paese nutra dubbi sul fatto che l’aereo sia stato abbattuto da separatisti filorussi – ma il governo conservatore guidato dal Premier australiano, Tony Abbott, ha intenzione di aprire una ambasciata ad interim a Kiev, al fine di supportare il personale australiano in Ucraina. Ulteriori potenziali sanzioni prevedono lo stop delle esportazioni di uranio australiano verso Mosca, misure che non intaccherebbero in modo incisivo l’interscambio economico tra i due Paesi, del valore di soli 1,8 miliardi di dollari nel 2013.

Il contesto dove l’Australia si è mostrata più attiva, tuttavia, è quello tra Iraq e Siria, flagellato dall’avanzata dello Stato Islamico (Islamic State – IS). Il cuore della neonata coalizione internazionale è rappresentato da USA, Regno Unito, Francia, Italia, Germania, Danimarca, Polonia, Turchia, Canada e Australia, dove quest’ultima non solo è l’unico Paese non membro della NATO a partecipare, ma è anche il primo della coalizione ad aver inviato truppe di terra. Si tratta di circa 400 aviatori e 200 tra soldati, tecnici e membri dei servizi segreti australiani, attualmente di stanza negli Emirati Arabi Uniti, presso le basi del comando USA nel Paese. Alle truppe di terra sono poi affiancati 8 caccia F-18, diversi elicotteri da ricognizione, un aereo da trasporto ed un numero imprecisato di droni.

Proprio le forze aeree della RAAF (Royal Australian Air Force) hanno ricevuto il via libera per poter iniziare i bombardamenti delle postazioni jihadiste in Iraq, ma non ancora in Siria. I primi voli di ricognizione sono stati effettuati ieri, mentre non è ancora stato annunciato l’utilizzo delle truppe di terra nel Paese. A questo punto, tuttavia, è lecito attendersi che ciò accada qualora anche le truppe statunitensi ricevano l’ordine di muoversi via terra, in virtù non solo dei molti accordi militari vigenti tra i due alleati, ma anche a causa dei forti interessi condivisi tra le due nazioni.

Come accennato in precedenza, dunque, un tale tipo di impegno non può esistere senza qualche forma di ritorsione da parte dei gruppi fondamentalisti islamici colpiti dalla coalizione internazionale. Nel corso dell’ultimo mese l’Australia ha effettuato tre diversi arresti, nella città di Brisbane, ed ha condotto la più imponente operazione antiterrorismo della sua storia, in cui 800 tra poliziotti e membri dell’intelligence hanno arrestato 16 persone. Queste erano impegnate nel creare una cellula dell’IS in Australia, il cui piano prevedeva di sgozzare cittadini in maniera casuale, inviare i video all’IS e raccogliere fondi per al-Nusra, il ramo siriano di al-Qaeda. Nuovi arresti sono stati effettuati nei giorni scorsi, in un clima che ricorda sempre più da vicino gli Stati Uniti nel periodo immediatamente seguente l’11 Settembre 2001.

Se, da un lato, è vero che l’Australia non ha ancora subito attacchi terroristici sul proprio territorio, dall’altro è altrettanto chiara la preoccupazione che ciò possa accadere, come dimostrato dall’innalzamento del livello di allerta ad “alto”, dove un attentato è ora ritenuto “probabile”. Anche l’evoluzione del concetto di sicurezza nazionale australiano sembra ricalcare quello degli USA, con sviluppi drastici che tuttavia non devono sorprendere. Tony Abbott ha infatti proposto nei giorni scorsi un nuovo pacchetto di leggi antiterrorismo, le quali sono state discusse – ed approvate – a tempo di record nel senato federale, complice l’appoggio del principale partito di opposizione, il Partito Laburista, guidato da Bill Shorten.

Le nuove leggi comprendono anche la più importante riforma dei servizi segreti australiani degli ultimi 35 anni – l’ultima grande riforma fu il 1979 ASIO Act, seguita da una minore, l’Anti-Terrorism Act 2005 – in base alla quale questi ultimi avranno maggiori poteri per raccogliere informazioni ritenute sensibili per la sicurezza nazionale. Un aiuto importante a tale processo verrà dalla sofisticata rete di spionaggio di cui l’Australia si è dotata negli ultimi anni, composta da Australian Security Intelligence Organisation (ASIO), Australian Secret Intelligence Service (ASIS), Office of National Assessments (ONA), dai quattro dipartimenti del Defence Intelligence and Security Group (DISG), incaricati di raccogliere le conversazioni, analizzarle e fornire supporto aereo e satellitare, e da agenzie secondarie.

Le operazioni internazionali dei servizi australiani si muovono nel contesto di Five Eyes, i Cinque Occhi, conosciuta per il sistema ECHELON. Five Eyes, costituita da Australia, Canada, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti, rappresenta l’attuale forma di cooperazione in ambito di servizi informativi tra i paesi della sfera anglofona, sviluppatasi con la fine della seconda guerra mondiale e l’inizio della guerra fredda. La collaborazione Australia-USA, nello specifico, si è spinta oltre con il progetto comune del Wideband Global System (WGS), la più completa rete satellitare governativa al mondo, cui l’Australia contribuisce con il sesto dei dieci satelliti che la rendono operativa.

Se dunque, da un lato, le nuove leggi antiterrorismo australiane non mancano di affrontare la fondamentale importanza delle telecomunicazioni e di internet, dall’altro non sottovalutano i rischi connessi alla diffusione di informazioni tramite mezzi di comunicazione più tradizionali. A tale scopo è stata infatti istituita una nuova fattispecie di reato, in base alla quale chiunque – più probabilmente solo giornalisti – riveli i dettagli o la semplice esistenza di un’operazione segreta australiana rischia ora fino a dieci anni di carcere. Attenuanti concernenti il legittimo interesse del popolo australiano di conoscere la verità sono state proposte, ma sono state tutte bocciate in quanto «[…] assolutamente non necessarie. Esistono già dei principi generali che, se applicati ad un giornalista colpevole di aver diffuso informazioni riservate, gli permetterebbero in sede processuale di richiedere una attenuante per quanto commesso», secondo quanto dichiarato dal Procuratore Generale George Brandis.

Tali norme, approvate al Senato di Canberra con 44 voti favorevoli e solo 12 contrari, devono ora essere vagliate dalla Camera dei Rappresentanti federale, dove, a questo punto, l’approvazione è solo una formalità. Sembrano dunque allontanarsi i tempi in cui l’Australia era un Paese ricco e pacifico, ma isolato dalla gran parte dei mali del mondo. Il “Patriot Act” australiano – una versione edulcorata di quello statunitense, alla base di una ulteriore riduzione della libertà dei cittadini USA in favore di un relativo concetto di sicurezza – ha sollevato molti dubbi per la durezza delle misure e per la velocità con la quale è stato presentato ed approvato. La libertà di stampa e di opinione, in particolare, sono a rischio secondo quanto dichiarato dalle associazioni di categoria, dai Greens e da molti intellettuali australiani. Allo stesso tempo sembra che l’impegno in Medio Oriente, alla base di tali controverse misure, sia solo agli inizi. La maggior parte degli analisti è infatti concorde nell’affermare che l’attuale guerra contro lo Stato Islamico non si possa vincere solo con i bombardamenti aerei, ma che il successo dell’operazione dipenda dalla velocità con la quale i Paesi membri della coalizione decidono di schierare truppe di terra. A tal riguardo Tony Abbott non conferma, ma non smentisce: «E’ importante comprendere che il nostro impegno in Medio Oriente durerà probabilmente mesi, piuttosto che settimane».

E’ dunque di immediata comprensione il dilemma che ora attanaglia l’Australia e gli Australiani: fare ciò che è giusto o fare ciò che è comodo? Secondo i sondaggi la maggior parte della popolazione era favorevole ad un impegno dell’aeronautica militare contro l’IS fino a poche settimane fa, ma cosa accadrebbe nell’opinione pubblica, in caso di una crescente presenza del terrorismo in Australia, è difficile da prevedere. Ancora una volta è necessario attendere gli ormai quotidiani sviluppi della vicenda, ma un fatto è oramai chiaro: la maggiore presenza dell’Australia nello scenario internazionale richiede un prezzo da pagare. Quale, con precisione, non è ancora dato sapere.

 

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