sabato, Aprile 10

Australia-Timor Est: spionaggio, petrolio e nuovi confini

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SydneyProsegue il difficile cammino di cooperazione tra Australia e Timor Est (ufficialmente Repubblica Democratica di Timor-Leste), rallentato da attriti diplomatici e forti interessi geopolitici. Quest’ultimo è il più giovane Paese dell’Asia, ufficialmente istituito nel 2002 in seguito all’indipendenza ottenuta dall’Indonesia, Stato confinante che la invase nel 1975, in piena Guerra Fredda. In quell’anno, infatti, il Paese si apprestava a lasciarsi alle spalle il lungo dominio portoghese cominciato nel 1515. Nel 1999, infine, l’Indonesia di Bacharuddin Jusuf Habibie ritirò le proprie truppe dai territori contesi, dando seguito alle forti e persistenti pressioni delle Nazioni Unite, dell’Australia e delle altre forze occidentali della regione. E’ importante ricordare che se da un lato, negli anni ’70, Australia e Stati Uniti avevano supportato l’Indonesia in chiave anti-sovietica, dall’altro la Cortina di Ferro era caduta da tempo nel 1999, lasciando spazio al principio di autodeterminazione dei popoli. Da quel momento ebbe inizio lo stretto rapporto tra Timor Est ed Australia, dove quest’ultima ricoprì un ruolo fondamentale nel processo di transizione tra territorio occupato e Stato indipendente.

Fu infatti l’Australia, in virtù del proprio crescente peso nella regione, ad istituire e a dirigere la missione INTERFET (International Force for East Timor), comandata dal generale australiano Peter John Cosgrove. La missione – cui partecipò, tra gli altri, anche l’Italia – aveva come duplice scopo quello di eliminare le milizie filo-indonesiane e di stabilizzare il Paese. Degli oltre 12.600 soldati schierati dalla comunità internazionale, il numero maggiore proveniva dall’Australia (5.521), seguita dalla Nuova Zelanda (1.100).

L’operazione australiana venne poi affiancata e sostituita dalla missione UNTAET (United Nations Transitional Administration in East Timor), sotto egida ONU, che durò fino al 20 Maggio 2002, data ufficiale dell’indipendenza di Timor Est. Fondata sulla Risoluzione n. 1272 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, UNTAET si presentava sia come missione di pace che come amministrazione civile temporanea, le cui truppe vennero affidate ancora una volta all’Australia.

Terminati i tre anni di transizione, Timor Est divenne membro dell’ONU e si apprestò ad accogliere oltre 200.000 rifugiati che ritornavano nel Paese, in un primo tentativo di dare seguito alle istanze di pacificazione interna provenienti dall’intera popolazione. Nel 2006, tuttavia, le forti tensioni interne alle forze militari del Paese sfociarono in una serie di atti di violenza e in un tentativo di colpo di stato, ai danni dell’allora Presidente Xanana Gusmão. La comunità internazionale fu costretta ad intervenire con la operazione Astute, istituita e comandata nuovamente dall’Australia. La missione australiana venne supportata da circa 1.800 soldati provenienti da diversi Paesi e da decine di navi, aerei ed elicotteri.

Il costante impegno dell’Australia a Timor Est deve essere contestualizzato nel più ampio Arco di Instabilità, un insieme di Stati arcipelago che sovrasta le coste australiane da nordovest a nordest e che comprende Indonesia, Timor Est, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone, Nauru, Figi e Tonga. In tale regione l’Australia ha frequentemente svolto il ruolo di arbitro e di controllore, con aiuti umanitari, aiuti allo sviluppo, missioni di pace ed interventi armati unilaterali o multilaterali. La storia dei rapporti bilaterali con Timor Est, inoltre, rappresenta chiaramente l’interesse dell’Australia affinché nessuna nazione nella propria sfera d’influenza – solo 600 chilometri separano i due Paesi – si destabilizzi al punto da divenire terreno fertile per gruppi separatisti o formazioni terroristiche. Timor Est presenta, poi, caratteristiche inusuali nel contesto asiatico che hanno contribuito ad una certa empatia da parte dell’opinione pubblica australiana, a cominciare dalla presenza di una lingua europea, il portoghese, come idioma ufficiale assieme alla lingua tetum, per proseguire con la diffusione del cattolicesimo come principale credo religioso, attestato nel 97% della popolazione.

L’impegno australiano nei confronti di Timor Est non si evince dunque solo dagli interventi militari e dalle missioni di peacekeeping, ma anche dagli aiuti umanitari e dagli aiuti allo sviluppo, ingenti ed in crescita nel tempo (2002: 60 milioni di dollari; 2003: 56 milioni; 2004: 44 milioni; 2005: 64 milioni; 2006: 43 milioni; 2007: 102 milioni; 2008: 90 milioni; 2009: 95 milioni; 2010: 127 milioni; 2011: 113 milioni; 2012: 104 milioni; 2013: 119 milioni; stima per il 2014: 125 milioni). L’Australia rappresenta infatti il maggiore partner per lo sviluppo economico e sociale di Timor Est, con successi importanti come la drastica riduzione della mortalità infantile, la lotta ad AIDS, malaria ed altre malattie ed una maggiore sostenibilità ambientale per il territorio.

Il ruolo dell’Australia come principale potenza della regione è alla base, come è lecito attendersi, di diversi risvolti favorevoli nei consessi internazionali. E’ infatti una prassi piuttosto consolidata quella che vede i Paesi dell’area, interessati dagli aiuti australiani, supportare le istanze dell’Australia in seno non soltanto all’ONU, ma anche nelle varie organizzazioni sovranazionali asiatiche di cui l’Australia è membro.

Tale proficuo clima di fiducia è stato tuttavia spezzato dallo scandalo del Datagate australiano dello scorso anno, in cui è recentemente emerso che l’Australia ha preso parte attivamente a processi di registrazione, catalogazione e analisi di dati sensibili di decine di milioni di persone in Asia, utilizzando frequentemente le proprie ambasciate e reti consolari al fine di trarne vantaggio in ambito industriale ed economico. Il Datagate australiano, oltre ad aver seriamente minato i rapporti con l’Indonesia e ad aver creato tensioni con Cina, India, Giappone e Corea del Sud, ha bruscamente raffreddato i rapporti politici, diplomatici ed economici con Timor Est. E’ stata infatti confermata la registrazione di conversazioni private dell’ex Presidente Ramos-Horta durante la negoziazione di un importante accordo per l’utilizzo comune di petrolio e gas naturale, utilizzando come copertura il noto programma australiano di aiuti al piccolo Paese asiatico. Ramos-Horta, ora inviato speciale del segretario generale dell’ONU e a capo del programma UNIOGBIS (United Nations Integrated Peacebuilding Office in Guinea-Bissau), ha dichiarato a tal proposito: «Se avessimo saputo che l’Australia stava spiando i propri amici, se tale notizia fosse trapelata prima delle votazione Onu dell’anno scorso, dubito seriamente che avrebbe ottenuto il seggio. Non ho idea di cosa l’Australia possa fare per ripristinare la fiducia del popolo di Timor Est e dei suoi dirigenti, ma spero vivamente che non sottovaluti il sentimento di rabbia e delusione che questa attività di spionaggio ha provocato a Timor Est, e anche in Indonesia».

Dallo scorso anno, dunque, gli strettissimi rapporti tra i due Paesi sono fragili e instabili, uno scenario che ha permesso ad alcune delicate questioni strategiche di venire alla luce. La prima questione riguarda le grandi quantità di petrolio e gas naturale – con un valore stimato di circa 40 miliardi di dollari – presenti nel Timor Gap, una porzione di oceano divisa fra le acque territoriali dei due Paesi. Timor Est ha fatto ricorso alla Corte Internazionale di Giustizia dell’Aia per accusare l’Australia di aver utilizzato le informazioni sensibili, ottenute con lo spionaggio, al fine di ottenere condizioni più vantaggiose nell’accordo bilaterale che regola l’utilizzo delle risorse del Timor Gap. La Corte Internazionale ha già dato un primo, temporaneo parere favorevole alle richieste di Timor Est, intimando all’Australia di non interferire ulteriormente né con il processo legale in corso né con i futuri accordi al riguardo.

La questione del Timor Gap ha dunque portato alla prevedibile richiesta, da parte di Timor Est, di rivedere i confini delle acque territoriali dei due Paesi. Il parlamento dell’ex alleato australiano ha infatti da poco autorizzato “l’immediato inizio delle negoziazioni” con l’Australia per ridefinire i relativi confini, oltre ad aver suggerito l’istituzione di una commissione internazionale per la delimitazione definitiva di tali confini. A tale proposito è importante ricordare che circa il 90% delle entrate nazionali est-timoresi dipende dall’estrazione e dall’esportazione di greggio e di gas naturale.

Alcuni incontri preliminari tra rappresentanti dei due Paesi si sono già tenuti, nonostante si stia ancora discutendo di come, dove e quando effettuare le negoziazioni vere e proprie. L’Australia sta dunque affrontando ciò che l’alleato statunitense ha dovuto affrontare pochi mesi prima, una serie di conseguenze inaspettate per aver infranto la prima regola dello spionaggio, ovvero “whatever you do, don’t get caught”: qualunque cosa tu faccia, non farti sorprendere a farla.

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