mercoledì, Ottobre 27

Australia: pensionati sempre più poveri Secondo l’OCSE più di un terzo dei pensionati australiani vive sotto la soglia di povertà

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Sydney – E’ da poco stato pubblicato il nuovo report dell’OCSE relativo ai sistemi pensionistici dei 33 Paesi membri dell’organizzazione con sede a Parigi. I risultati sono decisamente negativi per l’Australia, Nazione che invece figura al primo posto della classifica della qualità di vita della stessa OCSE.

Il ‘Pensions at a Glance 2015 è un’analisi comparativa di diversi parametri dei sistemi pensionistici nazionali, facenti riferimento alla sostenibilità finanziaria, all’accesso, all’adeguatezza ed alla equità sociale degli stessi. Ed è proprio quest’ultimo indicatore quello in cui l’Australia presenta le maggiori criticità: i dati mostrano infatti che più di un terzo dei pensionati australiani, il 36%, vive al di sotto della soglia di povertà. Si tratta del secondo risultato peggiore dell’intera area OCSE, superato soltanto da quello della Corea del Sud, in cui tale percentuale arriva al 50%. Per fare un ulteriore paragone, in Israele è del 24%, negli Stati Uniti del 22%, in Giappone del 19%, nel Regno Unito del 13%, la media OCSE è del 13%, in Austria è dell’11%, mentre, in Italia, la percentuale di pensionati al di sotto della soglia di povertà è il 9%, il sesto risultato più basso, uguale a quello di Germania e Svezia.

Il report fornisce altri dati utili a comprendere la fragilità o, al contrario, la solidità dei sistemi pensionistici nazionali. Un indicatore importante, ad esempio, è quello del rapporto tra pensione e reddito medio, uno dei principali fattori della propensione al consumo dei pensionati. In Australia, tale rapporto è del 67%, ancora una volta il secondo risultato peggiore dopo la Corea del Sud. In Belgio è del 77%, in Nuova Zelanda dell’83%, la media OCSE è dell’87%, in Norvegia è dell’89% e, in Italia, è del 96%, il quinto risultato migliore assieme a Portogallo e Spagna.

Il quadro migliora di poco nel calcolo del rapporto futuro tra pensione di un lavoratore con reddito medio ed il relativo reddito, ipotizzando che questo abbia 20 anni e vada in pensione secondo le leggi vigenti. In tal caso, il futuro pensionato australiano avrà come pensione il 58% di quanto guadagnava come lavoratore, un dato sicuramente migliore del 28,4% dei Messicani, del 43% dei Neozelandesi e del 50% dei Tedeschi, ma certamente peggiore del 63% della media OCSE, del 66,4% dei Danesi, del 79,7% degli Italiani o del 95,7% degli Olandesi. In virtù delle diverse forme di assistenza per i più disagiati, tuttavia, è importante sottolineare che tale percentuale sale, in Australia, all’88,6% nel caso di un cittadino con reddito molto basso.

Quanto al parametro critico dell’età pensionabile, secondo i dati dell’OCSE l’Australia si mostra decisamente più in linea con il generale aumento della speranza di vita. L’età media in cui gli Australiani sono andati in pensione, tra il 2009 ed il 2014, è stata di 65,3 anni per gli uomini e di 63 anni per le donne, un dato più basso di quello degli Statunitensi (65,9 anni per gli uomini e 64,7 anni per le donne), dei Neozelandesi (67,2 e 67) e dei Coreani (72,9 e 70,6), ma di certo maggiormente proporzionato alla speranza di vita rispetto ai dati relativi alla media OCSE (64,6 e 63,1), ai Cechi (63,3 e 60,5), ai Polacchi (62,1 e 59,5), agli Italiani (61,4 e 61,1) e ai Francesi, i più precoci ad andare in pensione con un’età media di 59,4 anni per gli uomini e 59,8 anni per le donne.

Rimane un ultimo parametro da considerare, tra i più importanti, ovvero la sostenibilità economica dei sistemi pensionistici dell’area OCSE. Il già citato aumento dell’aspettativa di vita comporta che l’Australia, secondo le proiezioni attuali, avrà un rapporto tra persone sopra i 65 anni e persone in età da forza lavoro del 28,2% nel 2020 (la media OCSE sarà del 30,9%, quella italiana del 39%), del 34,6% nel 2030 (media OCSE del 38,6%, media italiana del 48,6%), del 38,1% nel 22040 (media OCSE del 45,5%, media italiana del 63%), fino a raggiungere un picco nel 2050, con il 40,8% (media OCSE del 51%, media italiana del 68,3%).

Questo si traduce chiaramente nel rapporto tra spesa pensionistica e PIL: nel 1990, in Australia, era del 3,1% (media OCSE 6,2%, media italiana 11,7%), nel 1995 era del 3,6% (media OCSE 6,7%, media italiana 13,2%), nel 2000 era del 3,8% (media OCSE 6,8%, media italiana 13,7%), nel 2005 calava al 3,3% (media OCSE 7%, media italiana 14%), mentre, nel 2011, era del 3,5% (media OCSE 7,9%, media italiana 15,8%).

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