mercoledì, Luglio 28

Australia: linea dura contro i clandestini Si induriscono le politiche migratorie contro gli irregolari

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Sydney – In Australia si dibatte nuovamente sulla questione dell’immigrazione irregolare via mare, da sempre uno dei maggiori problemi di politica interna e regionale affrontati dai governi australiani. L’Australia, infatti, rappresenta ormai da anni una delle principali mete per tutti coloro che hanno necessità di fuggire dai diversi Stati del cosiddetto Arco di Instabilità – Indonesia, Timor Est, Papua Nuova Guinea, Isole Salomone, Isole Fiji, Tonga e Nauru – situato a nord delle coste australiane, caratterizzato spesso da instabilità politica, balcanizzazione, degrado, violenza e povertà. La più alta qualità di vita al mondo (OCSE) e la tratta di mare relativamente breve da percorrere, poi, rendono la scelta facile alle migliaia di persone che cercano rifugio e ai loro traghettatori senza scrupoli.

Sono sempre di più, tuttavia, le persone che cercano la speranza di una nuova vita partendo da Paesi più lontani e straziati da conflitti interni, come Sri Lanka, Iran, Afghanistan e Siria. L’Australia possiede un passato controverso in quanto a politiche migratorie, avendo applicato fino al 1975 la nota White Australia Policy, la politica dell’Australia bianca, in base alla quale nessun tipo di immigrato, a prescindere dal motivo della partenza, poteva entrare nel Paese se non era di ‘razza’ bianca. Dal 2001 al 2007, invece, è stata in vigore la Pacific Solution, una politica migratoria volta a suddividere la pressione demografica esterna ripartendo gli immigrati clandestini in diverse strutture, dislocate in Paesi facenti parte dell’Arco di Instabilità, quali Nauru e la Papua Nuova Guinea (PNG).

Tale situazione ha permesso all’Australia di passare dai 5.516 arrivi irregolari via mare del 2001 a cifre drasticamente più ridotte: 1 solo arrivo non autorizzato nell’anno seguente, 53 nel 2003, 15 nel 2004, 11 nel 2005, 60 nel 2006 e 148 fino al 2007. La Pacific Solution è stata abbandonata nel 2007, in seguito a diverse proteste circa la legalità dell’intero progetto e a dubbi su possibili violazioni dei diritti umani. A partire dallo stesso anno, tuttavia, i governi australiani hanno cercato diverse altre soluzioni, a riprova del fatto che una politica migratoria stabile è indispensabile per gli esecutivi di Canberra.

Il dibattito interno ha portato al progetto di una Malaysian Solution, prima, e alla realizzazione di una PNG Solution (Papua Nuova Guinea) successivamente, con la quale l’ex Primo Ministro Kevin Rudd intendeva portare la maggior parte degli immigrati irregolari a Manus Island, in PNG, come accadeva fino a qualche anno prima. Il periodo immediatamente successivo alla cancellazione della Pacific Solution, infatti, ha comportato una rinnovata ondata di immigrazione irregolare verso le coste settentrionali del Paese: 17.204 nel 2012, 20.587 nel 2013 e 24.500 solo nei primi sei mesi di quest’anno.

Il ritorno di questo fenomeno ha quindi preoccupato tutti i governi in carica, ma ha interessato in modo particolare l’attuale esecutivo, retto da una coalizione di partiti conservatori e guidato dal Primo Ministro Tony Abbott. La situazione odierna vede imposto con forza il principio in base al quale chiunque arrivi irregolarmente via mare in Australia – a prescindere dalle motivazioni del viaggio, dal sesso e dall’età – non avrà la possibilità né di risiedere né di presentare richiesta di asilo nel Paese. L’impianto migratorio prevede ancora la suddivisione della pressione demografica in strutture di detenzione sia interne che esterne, dove queste ultime sono poste nello Stato insulare di Nauru, a Manus Island (PNG) e a Christmas Island, posta sotto l’amministrazione australiana.

L’esecutivo retto da Abbott si è distinto per la durezza delle proprie politiche in tema di immigrazione irregolare ma anche per una notevole mancanza di lungimiranza in tema di politiche regionali. E’ infatti noto come, a partire dall’anno scorso, i respingimenti dei barconi di migranti effettuati dalla marina militare australiana abbiano sconfinato più volte in acque territoriali indonesiane, in un momento di forte tensione tra i due Paesi a causa dello scandalo del Datagate australiano.

Le polemiche si sono riaccese in seguito alla forte campagna d’informazione del Ministero dell’Immigrazione e del Governo australiano, propagandata da immagini e video che mostrano come in nessun caso – e senza alcuna eccezione – l’immigrazione irregolare via mare possa risultare in un qualche tipo di visto o residenza a scopi umanitari in Australia. Al di là delle attuali polemiche, tuttavia, tale dibattito non si è mai spento, costantemente tenuto acceso dalle opposizioni, dall’UNHCR, da molte ONG e dalle frequenti proteste dei 3.624 uomini, donne e bambini detenuti nei centri di detenzione presenti all’interno o al di fuori del territorio australiano.

Il governo australiano fa dunque utilizzo della propria marina militare e della propria guardia costiera al fine di fermare e respingere qualunque tipo di imbarcazione contenente immigrati e rifugiati, ma non trascura gli aspetti giuridici legati a tali vicende. Spesso, infatti, si dibatte sul fatto che tale situazione violi la Convenzione sui Rifugiati, che il Ministro dell’Immigrazione australiano Scott Morrison ha definito «uno strumento per facilitare ai trafficanti di esseri umani il compito di organizzare viaggi di morte. La Convenzione sui Rifugiati è nata come un documento necessario e sensibile, ma poi sono state aggiunte molte nuove parti che, male interpretate dai nostri tribunali, si sono sostanzialmente tradotte in uno strumento utilizzato dai trafficanti di esseri umani per poter organizzare viaggi di morte, che poi riceveranno soccorso».

Il dibattito delle ultime settimane si è dunque concentrato sulla proposta del governo di modificare il contenuto della Convenzione, progetto poi ritirato, ma anche su alcuni eventi che contribuiscono ad internazionalizzare ancor di più la controversa posizione australiana. E’ stato infatti molto discusso il caso dei 157 Tamil, di cui circa 50 bambini, che hanno esplicitamente richiesto di non essere consegnati alle autorità indiane e che, poche ore dopo, sono stati trasferiti nel centro di detenzione di Nauru a tempo indefinito, una condizione che ha creato nuove tensioni con l’India. Un altro evento che ha suscitato clamore è stato quello di circa 25 esperti africani di AIDS presenti alla conferenza di Melbourne – la stessa dove erano diretti alcuni ricercatori a bordo del volo MH17 – i quali hanno fatto richiesta di rimanere in Australia per motivi umanitari.

Se dunque, da un lato, l’attuale scenario della politica internazionale comporta un sempre maggiore numero di rifugiati diretti in Australia, dall’altro è necessario comprendere anche le preoccupazioni di tale Paese. L’Australia, infatti, è uno degli Stati più grandi al mondo – il sesto per estensione geografica – uno dei meno popolati, con solo 23 milioni di abitanti, ed uno dei più ricchi. Tale condizione, contestualizzata nell’ambito del sovrappopolato, instabile e più povero sud-est asiatico, ha inevitabilmente segnato i concetti di sicurezza nazionale e di politica migratoria dell’Australia.

Il principio della suddivisione della pressione demografica in diversi centri, anche al di fuori del proprio territorio, deve essere visto come ragionevole necessità di preservare le condizioni uniche di cui gode il Paese. E’ inoltre importante ricordare che la Operation Sovereign Borders (OBS), missione militare che attua i contenuti della politica migratoria di Canberra, salva ogni anno migliaia di vite.

Se, quindi, risulta comprensibile l’impegno australiano nel mantenere l’invidiabile status quo economico e sociale del Paese attraverso tali misure, è anche vero che troppo poco è stato fatto e si sta facendo ai fini del rispetto dei diritti umani all’interno dei centri di detenzione. Critiche in tal senso arrivano quotidianamente dalle opposizioni, dall’UNHCR e da molte ONG attive nell’ambito. Nonostante sia improbabile che qualche cambiamento possa arrivare in tale direzione dall’attuale esecutivo, è auspicabile che questo possa avvenire con i futuri governi di Canberra, fermo restando che l’impianto generale delle politiche migratorie australiane non sembra essere in discussione, a prescindere dal colore dell’esecutivo in carica.

 

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