giovedì, Settembre 23

Australia: l'immigrata africana S99, un numero field_506ffbaa4a8d4

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Il caso di S99, numero di matricola affidato dalla polizia australiana ad una immigrata africana, ha scosso le coscienze di mezzo mondo. Giunta clandestinamente in Australia nel 2013 l’immigrata africana fu accolta dalla marina di difesa costiera e indirizzata presso il centro di ‘accoglienza’ Manus Island dopo essere stata registrata con una sequenza di lettere e numeri: S99. La registrazione delle persone con lettere e numeri è estremamente pratica dinanzi a nomi stranieri difficili da pronunciare o da scrivere. Purtroppo la pratica tende a spersonalizzare creando forti problematiche psicologiche nelle persone registrate in questo modo e sviluppando un idea disumanizzante nella mentalità delle competenti autorità.

La registrazione con numeri e lettere è stata ideata dal Nazismo prima nei campi di prigionia e successivamente nei campi di concentramento. Ai giorni nostri è praticata dalle autorità di immigrazione e dai militari israeliani nei confronti degli immigrati (nella loro patria illegalmente occupata) palestinesi. La tecnica fu adottata dal Nazismo non per rendere più agibile la registrazione delle persone ‘in custodia’ ma come supporto psicologico per le persone addette alla custodia, creando nel loro subconscio la lenta trasformazione delle persone in numeri quindi in oggetti. Un supporto psicologico per giustificare le sofferenze inflitte alle vittime. Sofferenze inflitte anche alla nostra S99, ripetutamente violentata dalle forze dell’ordine australiane durante la sua permanenza presso il centro Manus Island, costruito nella provincia di Manus in Papua Nuova Guinea nel 2001 come parte del network di centri di detenzione per immigrati clandestini gestito dal governo e dalle forze armate australiane. Il centro di detenzione di Manus è stato teatro di varie violenze giunte  a conoscenza della opinione pubblica grazie a scioperi della fame e disobbedienza civile dei detenuti e  la ribellione dei ‘sette giorni‘ nel gennaio 2015.

Il partito ecologista Australian Greens assieme al Australian Labor Party denunciarono il governo nel gennaio 2014 costringendolo nel luglio 2015 ad aprire una indagine sulle  violenze commesse a Manus Island a seguito della morte di un immigrato iraniano di 23 anni Reza Berati avvenuta nella sua cella nel febbraio 2014 e alla rivolta dei sette giorni. L’inchiesta del governo australiano scopri’ che altre 22 persone erano decedute causa ‘suicidi’ assai sospetti o per mancanza di cure mediche, come nel caso di Hamid Khazaei che morì nell’agosto 2014. Altri 76 detenuti furono trovati dagli investigatori australiani tra la vita e la morte causa le mancate cure mediche. Il 26 aprile 2016 la Suprema Corte della Papua Nuova Guinea decretò la chiusura del centro di detenzione nonostante le vive proteste del governo australiano.

É in questa prigione dell’orrore che la S99 viene ripetutamente violentata e costretta a rapporti sessuali di gruppo degradanti contro la sua volontà. Le violenze sessuali contro l’immigrata africana sono durate vari mesi, spezzando la sua resistenza. Nelle ultime settimane la vittima si offriva ‘volontariamente’ ai suoi aguzzini nel chiaro intento di subire il meno possibile le violenze corporali dovute alle sue resistenze al trattamento di ‘gangbang’ (stupro di gruppo). Trasferita a Nauru, un altro centro di detenzione australiano sempre in Papua Nuova Guinea S99, rimasta incinta da sconosciuti durante i mesi di stupro continuo, al posto di essere liberata e risarcita dalle inaudite violenze subite, si vede imporre l’aborto dal Corte Federale Australiana, lo stesso ente giuridico che aveva impedito l’incriminazione degli agenti di sicurezza suoi stupratori per mancanza di prove ‘convincenti’.

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