domenica, Aprile 11

Australia: la rivolta di Manus Island field_506ffb1d3dbe2

0

Sydney – E’ di un morto e 77 feriti il bilancio dell’ennesima disgrazia che ha colpito chi tenta di arrivare in Australia via mare. Questa volta non si è trattato di un naufragio a largo delle coste australiane  – evento tristemente frequente –  ma dell’esito di una rivolta nel centro di detenzione per immigrati irregolari situato a Manus Island, isola della Papua Nuova Guinea, il Paese più vicino all’Australia.

E’ stato confermato che la rivolta è nata dopo la seconda notte di proteste degli immigrati posti all’interno del centro di detenzione, a seguito di un violento scontro tra questi ultimi e gli agenti di polizia della PNG. Gli scontri sarebbero scaturiti dalla tentata fuga di alcuni detenuti, i quali sarebbero stati raggiunti dalle forze di polizia e dai reparti privati della G4S, compagnia di sicurezza privata tra le più grandi al mondo, con oltre 620.000 dipendenti. I centri di detenzione offshore, che l’Australia utilizza per impedire ai migranti via mare di raggiungere le proprie coste, sono infatti gestiti da una rete di agenzie internazionali di sicurezza dalla storia molto discussa  – Serco e G4S su tutte – in collaborazione con i governi locali. Altri centri di detenzione a disposizione del Governo australiano sono attualmente attivi a Nauru, Stato insulare nel nord-est dell’Oceania, e a Christmas Island, isola sottoposta ad amministrazione australiana.

Di quanto accaduto in questi giorni ne abbiamo parlato con il portavoce personale del Ministro per le Politiche Femminili e Ministro Assistente per l’Immigrazione e la Protezione dei Confini Nazionali, Michaelia Cash, il quale ha preferito rimanere anonimo data la sua posizione “di alto funzionario pubblico, ma non di personaggio pubblico”:

 

Al momento sono diverse le versioni riguardo quanto accaduto nel centro di detenzione, quali sono i fatti?
La misura e la natura di questi eventi e di questi incidenti sono al momento al vaglio delle autorità locali, assieme al Dipartimento per l’Immigrazione e la Protezione dei Confini Nazionali. Il collega del Ministro Cash, il Ministro per l’Immigrazione Scott Morrison, ha confermato la morte di una persona ed il ferimento di altre 77, di cui 13 in modo grave. Questi sono già stati trasferiti negli ospedali della capitale Port Moresby, mentre i più gravi sono stati portati tramite ambulanza aerea nei migliori ospedali australiani.

Qual è  dunque la situazione attuale a Manus Island?
La rivolta si è spenta, lasciando spazio per i soccorsi e per le valutazioni legali della situazione. Possiamo confermare che nessun collaboratore – diretto o indiretto – del centro di detenzione è rimasto ferito durante gli scontri. Possiamo inoltre aggiungere che nessun danno è stato fatto alle infrastrutture essenziali o agli alloggi degli ospiti. Il personale di sicurezza è attualmente impegnato nel controllare che tutte le persone abbiano fatto rientro nel centro, mentre lo staff medico sta completando i trasferimenti di quanti abbiano necessità di essere portati negli ospedali.

Le polemiche non accennano a fermarsi e le accuse mosse sono importanti, ma tutte condividono un atteggiamento fortemente critico nei confronti del coinvolgimento australiano negli eventi dei giorni scorsi. Che responsabilità ha l’Australia?
Non è chiaro in quali precise circostanze tali ferite siano state inflitte, una commissione d’inchiesta interna stabilirà chi è colpevole di quella che è stata una grande tragedia, per la quale ci sentiamo vicini alla famiglia ed agli amici di chi ha perso la vita e di chi rischia ancora di perderla. Tuttavia è essenziale mettere in chiaro un punto: questi eventi sono accaduti al di fuori del centro di detenzione, dal quale alcune persone sono riuscite a scappare. La responsabilità territoriale è dunque delle autorità poste sotto la legge della Papua Nuova Guinea, su questo non ci possono essere dubbi.

Tuttavia accuse di mancato rispetto dei diritti umani continuano ad arrivare da più parti, è davvero questa la strada migliore che il Governo possa seguire in materia di politica migratoria?
Il Ministro Cash ed il Ministro Morrison hanno previsto che in seguito a questi eventi sarebbero circolate voci inesatte e dichiarazioni senza un reale riscontro pratico. L’incidente è attualmente sotto un’inchiesta il cui risultato sarà diffuso al più presto, non appena sarà stato verificato l’esatto andamento dei fatti. Molte persone in questo momento stanno tentando di smantellare la politica migratoria che vede la ripartizione dei migranti irregolari in centri di detenzione offshore, al pari di altre misure adottate dal Governo al riguardo. Ma queste persone devono capire che l’impegno del Governo nell’implementare e migliorare quelle che sono le politiche più efficaci, compresa quella dei centri di detenzione fuori dai nostri confini nazionali, è ferreo. Ed è proprio tale impegno che continuerà a fermare le barche con immigrati irregolari a bordo e continuerà ad opporsi ed a perseguire i trafficanti di esseri umani, che sono i veri responsabili di queste tragedie.

 

Quanto accaduto rientra nella cornice legale delle controverse politiche migratorie australiane, più volte accusate di scarso rispetto dei diritti degli immigrati. Queste sono infatti basate sul principio che prevede la ripartizione della pressione demografica dell’Australia in centri di detenzione posti in territori di altri Paesi, in cambio di aiuti economici di cui questi hanno forte bisogno. Le attuali policies derivano dalla nota ‘Pacific Solution’ e sono la diretta conseguenza dell’importante pressione demografica che l’Australia vive ormai da diversi anni, in quanto punto di riferimento a livello internazionale in materia di prosperità economica e primo Paese al mondo per qualità di vita, incastonato in un contesto geopolitico decisamente diverso. Il Paese è infatti confinante con il cosiddetto ‘Arco di Instabilità‘, un insieme di Paesi caratterizzati da una sostanziale instabilità sociale, politica ed economica  – Indonesia, Timor Est, Papua Nuova Guinea, Bougainville, Isole Salomone, Nauru, Isole Figi e Tonga –  che incorona il Paese da nord-ovest a nord-est. Importanti flussi migratori arrivano inoltre da Paesi più lontani come Sri Lanka ed Iran, arrivando a raggiungere un numero totale di 20.587 immigrati arrivati via mare solo nel 2013.

Il Governo retto dal conservatore Tony Abbott ha annunciato l’istituzione di due diverse commissioni d’inchiesta per acclarare l’accaduto, confermando ancora una volta l’intenzione di lasciare intatto l’attuale impianto di politica migratoria. Polemiche ed accuse di diverso genere continuano, però, ad arrivare da tutte le associazioni per la tutela dei diritti umani e dei diritti degli immigrati, alle quali si sono uniti diversi politici australiani, come l’ex Primo Ministro Malcolm Fraser, al pari di molti intellettuali australiani, come Ben Saul, Professore di Diritto Internazionale presso la University of Sydney, il quale ha dichiarato: «La detenzione australiana dei richiedenti asilo si è dimostrata ancora una volta fuori da ogni controllo, con la rivolta di Manus Island che ricorda fin troppo bene quella dello scorso anno a Nauru. La violenza è una risposta inevitabile a questa detenzione crudele ed illegale di rifugiati disperati». Il Professor Saul, il quale ha personalmente assistito 51 istanze di violazione dei diritti umani presso la Corte Internazionale di Giustizia dell’ONU, è ancora più critico nei confronti delle ultime mosse del Primo Ministro australiano: «La detenzione degli immigrati è stata a lungo una prassi anche in territorio australiano. Ma questa settimana il Governo di Abbott ha silenziosamente confermato la peggiore forma di tale politica: la illegale detenzione a tempo indeterminato di persone che hanno richiesto e continuano a richiedere diritto d’asilo».

La tensione è in crescita tra Governo australiano e PNG, forti proteste sono attualmente in corso anche in Cina ed Iran, Paese natio dell’unico immigrato ad aver perso la vita negli scontri, Reza Berati, mentre la tensione è stata accentuata dal Ministro degli Esteri iraniano, il quale ha richiamato a Teheran il proprio ambasciatore in Australia. Una delle misure adottate dal Governo australiano è stata quella di cambiare la delicata gestione dei propri centri di detenzione offshore, ora affidata alla Transfield Services, con la quale è stato stipulato un contratto del valore di 1,2 miliardi di dollari australiani per 20 mesi di gestione a Manus Island e 12 mesi a Nauru. Quest’ultima disgrazia ha fortemente colpito l’opinione pubblica australiana, da sempre molto attenta agli effetti delle proprie politiche nazionali ed internazionali. Sono infatti migliaia le persone che hanno accesso una candela in molte piazze delle maggiori città del Paese, in segno di commemorazione per la morte di Reza Berati.

E’  quindi evidente come le politiche migratorie australiane rispecchino la determinazione di un Paese ricco, vasto e sottopopolato a rimanere tale, tenendo al di fuori delle proprie frontiere i timori di perdere tale condizione privilegiata. Risulta inoltre chiaro come il Governo guidato da Tony Abbott abbia tutta l’intenzione di non stravolgere l’attuale insieme di norme che regolano le politiche migratorie del Paese, soprattutto durante l’incontro dei Ministri delle Finanze e dei Governatori delle Banche Centrali del G20, avvenuto a Sydney lo scorso fine settimana. E’ altrettanto evidente tuttavia che i Governi australiani, a prescindere dall’appartenenza politica, dovranno perfezionare in breve tempo una politica migratoria che protegge in modo unilaterale i diritti degli Australiani, anche a costo di dimenticare quelli di coloro che fuggono da situazioni di disagio estremo.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->