martedì, Maggio 11

Australia-Indonesia: il punto field_506ffb1d3dbe2

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Sydney – Sono giorni di attesa, quelli che contraddistinguono le elezioni presidenziali indonesiane di quest’anno. Lo scorso 9 Luglio, infatti, il quarto Paese più popoloso, nonché terza democrazia e primo Paese islamico al mondo è andato alle urne per eleggere il futuro Presidente di 250 milioni di Indonesiani. Il candidato in testa è Joko Widodo, uomo del popolo, ex sindaco di Surakarta e attuale governatore della capitale Jakarta, noto per il suo carisma da moderato e la sua apertura a collaborazioni internazionali. Il secondo candidato invece, ancora ufficialmente in corsa, è Subianto Probowo, controverso ex generale nelle fila del noto Presidente/dittatore Suharto ed imprenditore milionario, supportato economicamente dal fratello magnate.

I risultati ufficiali di queste elezioni saranno resi noti tra oggi e domani ma, per ora, la maggior parte delle fonti accreditate dà in vantaggio Joko “Jokowi” Widodo di circa 3-4 punti percentuali rispetto a Subianto. Per quale motivo, quindi, non solo i vicini colossi asiatici ma anche le grandi potenze occidentali attendono con ansia il responso delle urne? I motivi sono diversi ma, volendo semplificare, i più rilevanti sono di carattere economico – l’economia indonesiana cresce a ritmi di oltre il 6% all’anno – commerciale – la posizione geografica del Paese è strategica nel contesto dell’Asia sud-orientale e del Pacifico Meridionale – e geopolitico, dove risulta innegabile l’ascesa economica e politica della maggiore nazione islamica del mondo.

E’ infatti importante tenere in considerazione l’attuale scenario politico della regione, caratterizzato dalla continua crescita della Cina, dai continui tentativi degli USA di porvi qualche argine e dalle attività delle cosiddette potenze regionali, tra cui Indonesia ed Australia. Queste ultime presentano, pur con enormi differenze, caratteristiche di nazioni che per diversi motivi svolgono un ruolo di primo piano nella regione, in uno scenario sempre più diviso tra alleati degli Stati Uniti, della Cina, e Paesi non apertamente allineati.

Australia ed Indonesia, in particolare, hanno vissuto nel corso dell’ultimo anno un numero sempre maggiore di frizioni diplomatiche, prevalentemente innescate dal Datagate australiano, lo scandalo spionistico che ha riguardato lo spionaggio da parte australiana di personaggi chiave di Paesi alleati come Giappone, Timor Est, Corea del Sud, India e di partner come Indonesia e Cina. I rapporti con l’Indonesia poi, secondo Paese più vicino all’Australia dopo l’ininfluente Papua Nuova Guinea, sono ulteriormente deteriorati in seguito ai contrasti sorti a causa delle rigidissime politiche migratorie australiane, basate sulla detenzione extraterritoriale degli immigrati irregolari e sul frequente rimpatrio forzato di migranti in fuga da Paesi come Siria, Iraq e Afghanistan. In seguito allo scandalo del Datagate australiano, dunque, l’attuale presidente indonesiano Susilo Bambang Yudhoyono, prima vittima dell’intelligence australiana, ha richiamato l’ambasciatore da Canberra – che ha fatto ritorno solo da poche settimane – ed ha imposto una road map in sei punti che prevede, nell’ordine: discussione di tematiche sensibili riguardo allo scandalo spionistico; negoziazione di un codice di condotta relativo allo spionaggio; analisi e studio del codice di condotta da parte di esperti delle due nazioni; ratifica del codice da parte dei rispettivi leader; implementazione del codice; infine, ritorno ad un “clima di reciproca fiducia” necessario non solo per riaprire le molte forme di collaborazione, ma anche per incrementare i flussi commerciali tra le due economie, stimati attorno ai 15 miliardi di dollari solo nello scorso anno.

Le attuali elezioni presidenziali indonesiane riaprono quindi il dibattito dei rapporti bilaterali tra i due Paesi. Se da un lato, infatti, tutti gli analisti concordano nell’affermare che Jokowi sarebbe senza dubbio il presidente migliore per gli interessi australiani, dall’altro non sono pochi i dubbi sul fatto che quest’ultimo si rivelerebbe meno tollerante del suo predecessore in caso di nuove tensioni con l’Australia.

Di queste complesse vicende ne abbiamo discusso con Klaus Radityo Tan, diplomatico indonesiano ed esperto del Mar Cinese Meridionale.

 

L’Australia sta lavorando per ampliare una grande stazione spionistica nel Western Australia, al fine di migliorare le sue comunicazioni satellitari militari in tutto il mondo. Come descriverebbe gli effetti di questa decisione nel complesso scenario dell’Asia sud-orientale?

Nel dibattito tra i candidati alla presidenza circa la politica estera indonesiana, entrambi hanno menzionato la mancanza di fiducia tra Indonesia e Australia. Credo che la costruzione di una nuova stazione spionistica nel Western Australia aggraverà il problema invece di risolverlo. Indonesia e Australia dovrebbero lavorare per costruire una rinnovata fiducia tra di loro, condividendo maggiori informazioni. Entrambi i Paesi si trovano ad affrontare le stesse sfide in termini di sicurezza non tradizionale, ad esempio nell’ambito del terrorismo e della questione dei rifugiati. Queste sono ragioni sufficienti perché entrambe le parti costruiscano una cooperazione più forte in tema di intelligence.

Le rinnovate comunicazioni satellitari saranno condivise con gli Stati Uniti e con gli altri Paesi membri di Five Eyes – Nuova Zelanda, Regno Unito e Canada – per poter controllare più da vicino gli sviluppi riguardanti colossi asiatici come la Cina. Crede che stiamo vivendo una nuova crescita delle tensioni spionistiche nel Pacifico Meridionale?

Se queste sono realmente le intenzioni, questo dimostra il livello di gravità della diffidenza di tali Paesi. Ma sono convinto che non si possa incolpare un solo un attore in questa vicenda. La Cina, come è noto, ha gravemente violato il  sistema informatico statunitense e questo ha prodotto una seria inquietudine tra gli USA ed i suoi alleati. Credo che se ogni Paese si concentrasse su come affrontare problemi non tradizionali concernenti la sicurezza, come terrorismo, pirateria e molti altri, ci sarebbero più motivi per collaborare invece di spiarsi a vicenda.

L’Indonesia ha molte questioni in sospeso con le attività spionistiche australiane, diverse delle quali non sono ancora state risolte. Crede che l’ampliamento della base spionistica di Kojarena possa rallentare il riavvicinamento tra i due Paesi?

I rapporti tra i due Paesi continueranno a procedere come sempre. Entrambi hanno bisogno l’uno dell’altro e la cooperazione tra i due è qualcosa di inevitabile, ma è altrettanto inevitabile che la diffidenza continui a crescere. Invece di spiare l’Indonesia, l’Australia ha motivi molto più validi per concentrare le proprie attività di intelligence su altre nazioni potenzialmente dannose per i suoi interessi nazionali. Non ravviso alcuna motivazione ragionevole nelle attività australiane di spionaggio in Indonesia, dal momento che l’Indonesia non rappresenta e non vuole rappresentare alcun pericolo per l’Australia.

L’Indonesia sta vivendo una situazione politica molto particolare, in cui entrambi i candidati alla presidenza affermano di aver vinto le elezioni. Sia Joko Widodo che Subianto Probowo, tuttavia, sembrano rifarsi ad una minore flessibilità in tema di politica estera rispetto all’attuale presidente Susilo Bambang Yudhoyono. Crede che ci sarebbe una reazione più forte nel caso in cui dovesse scoppiare un altro scandalo tra Indonesia ed Australia?

No, non credo che questo avverrebbe. Prabowo Subianto adotta sicuramente un approccio più rigido, almeno stando ai suoi discorsi da candidato, rispetto a Joko Widodo. Subianto, infatti, mira a sfruttare l’immagine di Yudhoyono come figura pronta a scendere a patti, dall’atteggiamento indeciso – sia a livello nazionale che a livello internazionale –  per rafforzare la sua ascesa e trasmettere un’immagine forte di se stesso. Eppure Subianto ha qualche problema nel minare l’eredità di Yudhoyono, dal momento che il partito di Yudhoyono, il Partito Democratico, subito prima delle elezioni ha mostrato un certo sostegno a Subianto. Diciamo che se, per esempio, un nuovo scandalo di spionaggio si verificasse nell’ultima parte del mandato di Yudhoyono, è certo che sarebbe Subianto a trarne maggiore beneficio, perché questo indurrebbe la gente a credere che l’Indonesia ha ancora bisogno di un leader forte, se vuole smettere di vedere scavalcati i propri diritti da parte di altri Paesi. La personalità umile e modesta di Widodo, in questo caso, non sarebbe vista come la soluzione giusta per difendere l’integrità nazionale.

I due candidati alla presidenza hanno posizioni molto differenti in tema di politica nazionale ed estera. Cosa cambierebbe nei rapporti tra Australia ed Indonesia se Joko Widodo venisse dichiarato presidente – evento sperato da molti Australiani – e cosa, se questo accadesse per Subianto Probowo?

E’ naturale che gli Australiani preferiscano Widodo rispetto a Subianto. Il passato di Widodo è privo di qualunque violazione dei diritti umani. Ritengo che Widodo sia una persona dalla mentalità aperta, alla ricerca della cooperazione invece dello scontro. Dubito che l’amministrazione di Abbott voglia dare una risposta positiva alla proposta di Widodo per un maggiore livello di vicinanza nelle relazioni bilaterali. Subianto ed Abott, tuttavia, sono entrambi leader conservatori che non supportano in alcun modo la speranza per relazioni più strette tra i due Paesi.

L’Indonesia è il quarto Paese e la terza democrazia più popolosa al mondo. Cosa può essere ancora fatto per migliorare le relazioni con l’Australia, una potenza regionale che si è dimostrata un solido partner economico per l’Indonesia?

Ripristinare la fiducia. Questo è ciò che serve maggiormente. L’Australia dovrebbe smettere di nutrire sfiducia nei confronti dell’Indonesia. Le sfide che l’Australia si trova ad affrontare, come il terrorismo e la questione dei rifugiati, non hanno origine in Indonesia. Tali questioni sono considerate delle sfide anche dall’Indonesia. Ciò di cui hanno bisogno questi due Paesi è riconoscere quali siano le sfide comuni e cooperare per affrontarle assieme. D’altro canto, resta innegabile che dobbiamo anche trovare opportunità di sviluppo comuni e cooperare per supportare gli interessi economici di entrambe le parti.

 

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