mercoledì, Ottobre 20

Australia in recessione? Possibile nel 2016, secondo il noto economista Stephen Anthony, ma improbabile secondo i più

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Sydney – Sembra che, alla fine, anche l’economia australiana sia destinata a rallentare, almeno stando ai dati che preoccupano la maggior parte degli economisti che si interessano del Paese. Fra questi spicca Stephen Anthony, il quale ritiene che l’ipotesi di una recessione australiana sia decisamente sottovalutata.

Andando con ordine, ecco come l’economia australiana si presenta agli inizi del 2016. Con una crescita media del 3,4% all’anno nell’intero ultimo secolo, rappresenta uno dei modelli economici di riferimento per le economie di mercato, basato per il 70% sul settore dei servizi, con una crescita forte e costante e un’altissima qualità di vita. E’ il sesto Paese al mondo per estensione geografica, uno dei più ricchi sotto il profilo delle risorse minerarie e uno dei più sottopopolati, con solo 23 milioni di abitanti per un territorio grande quanto gli Stati Uniti senza Alaska.

L’Australia è stata l’unica grande Nazione occidentale ad aver evitato gli effetti della crisi economica internazionale, sviluppatasi negli USA, nonostante un’impostazione finanziaria simile a quella dei paesi in cui questa si è manifestata in principio. In tal senso furono fondamentali le rapide risposte del governo federale – il quale utilizzò strumenti di politica economica come diversi pacchetti anti-crisi – e della banca nazionale australiana (Reserve Bank of Australia – RBA), la quale abbassò i tassi d’interesse di 100 punti base senza attendere che la situazione degenerasse.

Per quanto importanti siano state la rapidità e l’entità delle misure adottate da governo federale e banca centrale, tuttavia, ciò che realmente ha permesso all’Australia di evitare le tenaglie della recessione è stata la ricchezza che nasconde nel sottosuolo, esportata in tutto il mondo ma con una quota particolarmente importante in Cina.

Oggi, tuttavia, proprio il legame a doppio filo con il colosso asiatico comporta che, quando l’economia di quest’ultimo rallenta, quella australiana ne viene pesantemente influenzata.
Per dare un’idea di quanto l’Australia faccia ancora affidamento sulla propria industria mineraria, basta ricordare che il Paese è il maggiore produttore al mondo di bauxite (68 milioni di tonnellate nell’ultimo anno), minerali ferrosi (443,2 milioni di tonnellate) e opali, il secondo al mondo di piombo (666.000 tonnellate), manganese (6,55 milioni di tonnellate) e ossido di alluminio (20,36 milioni di tonnellate), il terzo di oro (276 tonnellate), nichel (182.000 tonnellate), zinco (1,51 milioni di tonnellate), uranio (9.156 tonnellate), diamanti, gas naturale e carbone bruno (lignite: 227,9 milioni di tonnellate), il quarto di alluminio, carbone nero (166 milioni di tonnellate) e argento (1.737 tonnellate) e il quinto di stagno, nonché uno dei maggiori produttori delle risorse maggiormente usate nei processi industriali (rame: 880.000 tonnellate; sabbie minerali: 3,28 milioni di tonnellate, più altri).

Il settore minerario contribuisce, da solo, a circa il 6% dell’economia australiana, mentre il relativo indotto vale un altro 10%. Il contributo di questo settore all’economia del Paese, nel solo 2014, ultimo anno con dati ufficiali, è stato di 121,1 miliardi di dollari. Sono oltre 187.000 le persone direttamente impiegate nei processi di estrazione e lavorazione dei minerali australiani, mentre le industrie ausiliarie danno lavoro ad altre 600.000 persone. Oggi, però, complice il rallentamento dell’economia cinese ed il crollo del prezzo di petrolio e minerali, l’Australia si trova di fronte ad una prospettiva tutt’altro che rosea, conseguenza diretta dello sgonfiamento del suo boom minerario.

Secondo il noto economista Stephen Anthony  -capo economista di Insutry Super Australia ed ex consulente del Governo australiano, del Fondo Monetario Internazionale e della Heritage Foundation- il rischio di una recessione in Australia è tutt’altro che improbabile: «Credo che il rischio di una recessione sia decisamente più alto di quanto non si creda in genere. La maggior parte degli economisti ritiene che la probabilità che avvenga nel 2016 sia sotto il 30%, io credo che non sia così. Ci sono meno margini di sicurezza rispetto al 2008 per evitare una recessione. Nel 2008, il tasso ufficiale di sconto della RBA era del 6,75%, il che lasciava molto spazio per poter eventualmente tagliare tale tasso in seguito, Nel Gennaio di quest’anno tale tasso è del 2%. Sempre nel Gennaio del 2008, il debito pubblico era di 55 miliardi di dollari, oggi è di 415 miliardi, ovvero il 25% del PIL, il che concede meno spazio al governo per poter chiedere altri soldi in prestito senza allarmare le agenzie di rating».

Altri dati poco rassicuranti riguardano le finanziarie federali, quella del 2008 prevedeva un surplus di quasi 20 miliardi di dollari, quella del 2016 si ritiene che avrà un deficit di circa 25 miliardi. Anthony ritiene  -ed è difficile dargli torto- che la delicata situazione cinese sia un pericolo per la crescita dell’Australia: «La vera domanda che dobbiamo farci è: quanto grave sarà il rallentamento dell’economia cinese? Vedremo tale crescita calare fino al 6%, 5% o 4%? Una crescita economica cinese al 4% è senza dubbio una notizia molto negativa per l’Australia, perché inciderebbe negativamente sia sulle nostre esportazioni che sul prezzo delle materie prime che esportiamo».

Stephen Anthony, tuttavia, rimane tra i pochi a prevedere un tracollo nel breve termine. L’economista Nicki Hutley, della Urbis Consulting, ritiene infatti che la probabilità di una crisi derivante dal calo della crescita cinese sia, per il 2016, pari a circa il 10%, mentre l’economista Saul Eslake conferma il peggioramento della situazione rispetto al 2008, aggiungendo, però, che in caso di problemi continuativi il Governo dovrebbe rinunciare alla tripla A del debito pubblico australiano e sfruttare la possibilità di aumentare tale debito ora, in attesa di poterlo risanare nel medio e lungo termine.

I fattori di rischio dell’economia australiana sono noti: eccessiva dipendenza dalle esportazioni in Cina, eccessivo debito privato, aumento del debito pubblico negli ultimi 6 anni, costo del lavoro tra i più alti in assoluto e volatilità del settore immobiliare. Va ricordato, però, che nonostante il debito pubblico australiano sia in aumento, questo è ancora molto basso rispetto alla media OCSE (117%), mentre il settore bancario è tra i più solidi al mondo, con un attivo praticamente trasversale tra i diversi istituti. Uno scenario complesso, dunque, ma che molto difficilmente si tradurrà in un segno meno per il 2016.

E’ tuttavia fondamentale che il Governo federale si muova con rapidità per facilitare la crescita economica del Paese, stimolando maggiormente il terziario e rendendo sostenibile tale crescita per i prossimi 10 anni, un periodo di tempo in cui è molto probabile che la crescita economica della Cina continuerà a rallentare.

 

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