giovedì, Ottobre 21

Australia: in crescita PIL e salario minimo Economia e salario minimo crescono più del previsto, ma restano diversi punti deboli

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Sydney – Sono ancora tempi duri per l’economia globale, impegnata a scrollarsi di dosso l’onda lunga della crisi economica internazionale che ha colpito la maggior parte del Paesi al mondo, colossi asiatici compresi. Alcuni Stati, tuttavia, non sono mai entrati in recessione ed hanno concentrato gli sforzi per mantenere in crescita le proprie economie, come nel caso dell’Australia.

L’Australia è infatti il Paese con la più alta qualità di vita al mondo assieme alla Norvegia, secondo lo Human Development Index (HDI) dell’ONU, ed il primo in assoluto stando all’ultimo rapporto dell’OCSE. Il Paese, con una crescita media del 3,4% all’anno nell’intero ultimo secolo, rappresenta l’attuale modello economico di riferimento per le economie di mercato, basato per il 70% sul settore dei servizi. Nel settembre 2008, in seguito al fallimento del colosso bancario americano Lehman Brothers, la flessibilità e la rapidità d’intervento della politica economica australiana contribuirono ad evitare che il paese seguisse le sorti di USA, Europa e gran parte del resto del mondo, proseguendo sul cammino della crescita.

Per quanto importanti siano state la rapidità e l’entità delle misure adottate da governo federale e banca centrale, tuttavia, ciò che realmente ha permesso all’Australia di evitare le tenaglie della recessione è stata la ricchezza che nasconde il suo sottosuolo. L’Australia è infatti il maggiore produttore al mondo di bauxite, alluminio e opali, il secondo al mondo di nichel, oro e zinco, il terzo di ferro, uranio, diamanti e gas naturale, il quarto di carbone e uno dei maggiori produttori delle altre risorse comunemente usate nelle industrie. Il settore minerario produce il 10% del PIL del Paese, mentre l’indotto contribuisce per un altro 9%.

La peculiare condizione di Paese occidentale altamente sviluppato – generalmente associata all’importazione di materie prime ed all’esportazione di prodotti finiti – ma fortemente basato su un tipo di esportazioni di tipo coloniale (materie prime non lavorate), dunque, ha permesso all’Australia di tenersi al di fuori della crisi economica internazionale, seppur con qualche incertezza. L’OCSE, lo scorso anno, aveva infatti rivisto al ribasso la crescita dell’economia australiana, stimandola attorno al 2,6% per il 2014. Stime simili erano arrivate anche dal Fondo Monetario Internazionale (FMI) e da diverse agenzie di rating, che ritenevano l’economia australiana troppo dipendente dal comparto minerario.

Contro ogni previsione, dunque, i primi risultati di questo anno mostrano una crescita del 3,5% nel primo trimestre, una differenza di ben 0,9 punti percentuali. Tuttavia tale cifra, la più alta degli ultimi due anni, è largamente basata sugli ottimi risultati delle esportazioni di minerali australiani, supportata dalla ripresa delle richieste di grandi economie asiatiche come Cina, Giappone, India, ed Indonesia.

Uno studio più attento dei dati rilasciati dall’Australian Bureau of Statistics (ABS), infatti, conferma che l’80% di questi risultati eccezionali derivano da una rinnovata ondata di esportazioni di minerali ferrosi e carbone. Quest’ultimo, in particolare, rappresenta una delle maggiori risorse del Paese, contribuendo con circa l’80% dell’intera produzione energetica nazionale ed impiegando oltre 55.000 lavoratori a tempo pieno, cifre in continua crescita.

Tom Kennedy, economista di JP Morgan, ha così commentato l’attuale balzo in avanti dell’economia australiana: «La ragione alla base di questa crescita, più forte delle previsioni, è da cercarsi nel settore delle esportazioni nette, caratterizzata da un andamento molto marcato nel primo trimestre di questo anno, soprattutto grazie all’esportazione via nave di carbone e minerali ferrosi. Se si guardano i dati di quanto prodotto all’interno dei confini nazionali, invece, si nota che questo comparto si sta riducendo».

In un’intervista dello scorso Gennaio, l’economista Daniele Fano aveva delineato, assieme a chi scrive questo articolo, quattro settori dell’economia australiana potenzialmente alla base di problemi nel medio e lungo termine, primo tra i quali spiccava proprio la cronica dipendenza dalle esportazioni di minerali verso le grandi economie asiatiche. Nonostante il legame a doppio filo con il generale andamento di tali economie – e dando per scontato il continuo impegno nella diversificazione delle fonti di guadagno – è tuttavia inevitabile che l’Australia continui a fare affidamento sulla propria industria mineraria, in cui ha indubbiamente un fondamentale vantaggio comparato.

Un’ulteriore fonte di potenziali problemi è rappresentata dall’elevato livello di debito privato degli Australiani, in cui gli ultimi dati disponibili dell’OCSE registrano un rapporto debiti/ricavi del 185%, tra i più alti al mondo. Secondo Michael Workman, economista della Commonwealth Bank, la situazione dell’Australia è tuttavia ben lontana dall’essere preoccupante: «Uno dei dati più interessanti mostra infatti come nel corso dell’ultimo anno le famiglie abbiano ripagato più velocemente i propri debiti grazie ai tassi d’interesse più bassi, mostrando di saper gestire efficacemente il proprio denaro. L’Australia è riuscita ad evitare la crisi finanziaria internazionale e uno degli indicatori chiave, il tasso di disoccupazione, è rimasto sotto il 6%. Tutto questo si associa ad una crescita molto bassa del debito contratto con carte di credito, uno dei problemi più annosi».

Il terzo punto debole riscontrato nell’economia australiana è rappresentato dall’elevato costo del lavoro del Paese, aumentato del 54% solo negli ultimi 10 anni. Questo può essere gestibile nel caso di un’economia in forte crescita ma protetta dalla concorrenza internazionale, mentre l’Australia è sì in crescita, ma è anche fortemente avviata verso l’implementazione di una moltitudine di accordi di libero scambio con i principali partner commerciali. Questo porterà indubbiamente ad una ulteriore specializzazione del settore manifatturiero australiano in quei settori in cui possa vantare un vantaggio comparato, a discapito di comparti in cui questo non accada. E’ questo il caso dell’industria automobilistica australiana (Holden, Ford Australia, Toyota Australia), costretta a chiudere le fabbriche e a spostarsi in Corea del Sud.

Il quarto settore dell’economia australiana a creare ancora qualche dubbio è quello immobiliare, in cui i prezzi delle case sono cresciuti in media dell’80% dal 2000 ad oggi. E’ opinione degli economisti, tuttavia, che questa sia una situazione gestibile viste le attuali condizioni economiche e che non rappresenti una bolla eccessivamente grande da poter scoppiare. Consapevole di tali problematiche, la Reserve Bank of Australia (RBA), banca centrale australiana, utilizza gli strumenti di politica finanziaria per mantenere positivo lo scenario economico nazionale. Lo scorso martedì, infatti, la RBA ha annunciato che lascerà invariati i tassi d’interesse al 2,5%, il minimo storico.

Anche il Governo, secondo le proprie idee, fa la sua parte e non esita ad usare tutti gli strumenti di politica economia a sua disposizione. In linea con la tradizione conservatrice in caso di debito pubblico crescente, l’esecutivo diretto da Tony Abbott ha infatti attuato un controverso budget (legge finanziaria) caratterizzato da molteplici tagli trasversali che hanno toccato anche sanità, istruzione, ricerca, aiuti internazionali ed ambiente. Gli effetti di tali misure, realizzati più con l’accetta che con il bisturi, saranno evidenti più avanti nel tempo, ma sono teoricamente diretti a mantenere sostenibile il debito pubblico del Paese nel prossimo futuro.

Un’ulteriore misura appena varata, studiata per mantenere vivace la propensione alla spesa delle fasce meno abbienti della popolazione, è quella che vede nuovamente aumentare il salario minimo nazionale. A partire dal primo luglio, infatti, questo sarà di 16,87 dollari all’ora, un aumento di quasi 80 dollari al mese per chi lavora full-time e di quasi 500 dollari al mese rispetto ai livelli di 7 anni fa. Tali misure sono soggette a diverse variazioni a seconda di età, condizione sociale e località (l’Australia ha un assetto federale) ma, ad ogni modo, rappresentano un valido tentativo di dare slancio all’economia attraverso i consumi di chi fa parte della fascia di reddito più bassa. Questa è generalmente composta da lavoratori occupati nel settore delle pulizie, della ristorazione, del settore alberghiero, dell’assistenza privata e dell’agricoltura, comparti in cui spesso lavorano giovani immigrati provenienti da tutto il mondo, Italia compresa.

La situazione non è quindi mutata rispetto a 6 mesi o a 12 mesi fa, tracciando lo scenario di un’economia solida, ancora in forte crescita ma caratterizzata da alcune debolezze, prima su tutte quella della dipendenza dalle esportazioni del settore minerario. Gli occhi restano puntati sui prossimi dati relativi al PIL e sugli effetti delle incisive ma discusse riforme del governo australiano.

 

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