mercoledì, Ottobre 20

Australia, carbone: la più grande miniera di sempre Tra molte proteste, è arrivato il via libera ad una delle maggiori miniere di carbone del mondo

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Sydney – La notizia, che ha fatto il giro del mondo, non poteva che suscitare molte polemiche. Il Ministro dell’Ambiente australiano, Greg Hunt, ha dato il via libera alla realizzazione di una colossale miniera di carbone a cielo aperto nello Stato del Queensland, la più grande d’Australia ed una delle più estese al mondo.

Il progetto, che porta la firma della multinazionale indiana Adani, ha dovuto rispettare 36 parametri stabiliti dal Ministro Hunt, il quale ha dichiarato che «in tal modo, Adani rispetterà le più strette norme ed i più severi standard ambientali». Questi prevedono lo sfruttamento intensivo di circa 30.000 ettari di territorio vergine nel Bacino di Galilee, la costruzione di una rete ferroviaria che colleghi la miniera al porto industriale di Abbott Point ed un utilizzo estremamente esteso di acqua per i processi di estrazione e lavorazione.

Lo sfruttamento di una superficie tanto estesa, equivalente a circa 7 volte l’intera Baia di Sydney, rappresenta uno dei maggiori motivi di protesta. Sono infatti note le conseguenze ambientali e paesaggistiche dei territori trasformati in miniere carbonifere, le quali necessitano di scavare a grandi profondità per poter diventare redditizie. A tal riguardo, il Governo australiano ha imposto al gruppo Adani di stanziare un milione di dollari per un progetto mirato allo studio delle specie animali e vegetali locali a rischio, potenzialmente danneggiate dalla distruzione del proprio habitat naturale.

L’altra fonte di preoccupazione e di forti proteste – non solo in Australia – è rappresentata dall’utilizzo estremamente intenso delle riserve di acqua della regione, necessarie per effettuare i processi di estrazione e purificazione del carbone. I 6 bacini della Miniera Carmichael sorgeranno infatti sopra al Great Artesian Basin, una delle più grandi falde artesiane del mondo, con una grandezza stimata di circa 1,7 milioni di chilometri quadrati, ovvero un quarto dell’intero territorio australiano e quasi 6 volte quello italiano. Per poter operare a pieno regime, la miniera dovrà dunque utilizzare 12,5 miliardi di litri di acqua ogni anno, di cui 750 milioni all’anno dovranno essere reimmessi, secondo una delle condizioni imposte dal Governo australiano, guidato dal conservatore Tony Abbott.

Le critiche al progetto, tuttavia, non si esauriscono qui. Per poter essere trasportato in India, dove fornirà energia a basso costo a circa 100 milioni di Indiani, il carbone australiano dovrà essere necessariamente trasportato via mare. Questo comporta la costruzione di una rete ferroviaria di 189 chilometri che colleghi la Miniera Carmichael al porto industriale di Abbott Point, affacciato sull’Oceano Pacifico. Ma non è questa necessità a rendere acceso il dibattito, quanto il fatto che le molte navi cargo dovranno inevitabilmente transitare sopra la Grande Barriera Corallina, la più grande al mondo e Patrimonio dell’Umanità dal 1981, già a rischio secondo il parere di molti esperti. La complessa struttura composta da microrganismi, infatti, potrebbe venire danneggiata irrimediabilmente dal passaggio di altre 450 navi da trasporto all’anno, in aggiunta a quelle che già operano nella regione. Felicity Wishart, portavoce della Società Australiana per la Conservazione Marina, a tal riguardo ha dichiarato: «C’è un ulteriore, grave problema per la Grande Barriera Corallina. Oltre alla Miniera Carmichael, ci sono proposte per costruire altre miniere di carbone e di gas naturale nella regione. Questo porterebbe ad un transito di grandi navi da trasporto nella regione compreso tra le 4.000 e le 7.000 all’anno».

I problemi relativi al trasporto del carbone, inoltre, coinvolgono anche il porto di Abbott Point. La struttura è infatti attualmente inadatta ad un’attività tanto intensa e richiede un sostanziale ampliamento il quale, a sua volta, rappresenterebbe un rischio per il delicato ambiente circostante, soprattutto a causa dei milioni di metri cubi di sedimenti pesanti che si depositerebbero sul fondale marino. Ad alimentare il dibattito ha contribuito anche la decisione dei colossi bancari Deutsche Bank ed HSBC di non finanziare i lavori di espansione del porto, considerati dannosi per la loro reputazione internazionale viste le implicazioni ambientali coinvolte nell’operazione.

Le diffuse proteste al progetto della più grande miniera di carbone d’Australia si concentrano dunque su più fronti e sono portate avanti dalla politica – i Greens in primis, che definiscono ‘un criminale ambientale’ il Governo di Abbott – dalla società civile e da molte associazioni ambientaliste e scientifiche del Paese. Le polemiche hanno però coinvolto molte associazioni al di fuori dell’Australia, tra cui Greenpeace, la quale ha pubblicato un documento contenente una lista delle 91 miniere proposte negli Stati del Queensland e del New South Wales.

L’impatto ambientale misurato in emissioni di Co2, in aggiunta a quanto appena descritto, è ugualmente imponente. Greenpeace ha infatti stimato tali emissioni in poco meno di 130 milioni di tonnellate di Co2 rilasciate ogni anno, corrispondenti a circa un quarto delle attuali emissioni dell’intero Paese, che è il secondo produttore di Co2 procapite al mondo tra i Paesi sviluppati.

E’ dunque evidente quali siano le motivazioni alla base delle molte proteste organizzate in Australia e all’estero, nonostante sia necessario considerare la questione anche in termini commerciali ed occupazionali. Gli investimenti per tale progetto, di cui è stimata una durata di circa 90 anni, ammontano infatti a più di 16 miliardi di dollari. E’ attesa una produzione a pieno regime di 60 milioni di tonnellate all’anno e la costruzione delle strutture offrirà 2.500 nuovi posti di lavoro, mentre l’estrazione ed il trasporto del materiale ne metterà a disposizione altri 3.900.

Come anticipato da L’Indro nel febbraio scorso, dunque, continua l’età dell’oro per il carbone australiano. In Australia, infatti, quasi l’80% dell’energia prodotta nel Paese deriva dal carbone. Se quindi da un lato è vero che il mondo sta differenziando sempre più la produzione energetica, è anche vero che negli ultimi 10 anni le esportazioni australiane di carbone nero sono aumentate del 50%, principalmente dirette verso i Paesi in grande crescita del sud-est asiatico. Il noto “boom minerario”, che ha permesso all’Australia di essere l’unico grande Paese occidentale al mondo di evitare la crisi economica internazionale, è stato fortemente sostenuto proprio dalle esportazioni del combustibile fossile, in continua crescita nonostante un rallentamento degli altri settori dell’export minerario.

La recente cancellazione della controversa Carbon Tax – istituita nel Governo Gillard nel 2012, mirata ad obbligare chi emette più dell’equivalente di 25.000 tonnellate annue di CO2 a pagare in proporzione – sembra essere tutto fuorché una coincidenza. Quali che siano le politiche energetiche dei governi australiani in carica, quindi, l’Australia non sembra volersi sganciare dai processi di estrazione, lavorazione ed esportazione del carbone. L’economia nazionale è, infatti, marcatamente basata sull’esportazione di materie prime, di cui il carbone rappresenta una delle voci più importanti. E’ dunque lecito aspettarsi l’utilizzo di fondi governativi e privati al fine di rendere tali processi meno inquinanti ma, ora più che mai, rimane certo che il carbone svolgerà un ruolo fondamentale per l’Australia ancora per molti anni.

 

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