venerdì, Luglio 1

Australia: bombe in Siria e 12mila rifugiati in più field_506ffb1d3dbe2

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Passando al nuovo impegno australiano in Siria, non sono ancora stati resi noti i dettagli, ma le fonti ufficiali specificano che i nuovi bombardamenti della RAAF saranno mirati alla difesa delle minoranze in fuga ed all’uccisione dei membri dell’IS che prima potevano fuggire indenni dall’Iraq semplicemente attraversando il confine siriano. Il ruolo del Paese, invece, è stato delineato dal Ministro degli Esteri Julie Bishop: «L’Australia risponderà a quest’emergenza in maniera ponderata e ragionata, al fine di assicurarci un ruolo importante all’interno della coalizione internazionale».

La svolta australiana ha dunque sorpreso positivamente sia i partner della coalizione internazionale che le Nazioni Unite e le ONG, nonostante, com’era prevedibile, non siano mancate alcune proteste dai toni accesi. A commentare questi eventi è stato Daniel Johnson, politologo australiano che ha già trattato gli eventi internazionali per conto de L’Indro, di ritorno da Christmas Island.

Mr. Johnson, la nuova svolta militare e umanitaria del Governo Abbott ha stupito, per una volta in maniera positiva, sia gli alleati della coalizione che le associazioni per la tutela dei rifugiati. Che idea si è fatto al riguardo?

Sì, e questo è un evento raro, a causa sia della difficoltà della cosa in sé, sia della non frequente accettazione delle idee del Primo Ministro Abbott all’estero, fuori dall’Australia. Ricordiamo ai lettori che Abbott è a capo di un governo conservatore, per di più imperniato, nello specifico di questo mandato, su problemi di carattere nazionale, non certo sul tentativo di risolvere problemi che avvengono in luoghi lontani e spesso percepiti come remoti dagli Australiani. Non dimentichiamoci che, come nel caso della Cancelliera tedesca Angela Merkel, svolte di questo tipo si possono fare solo quando si ha un consenso sia in parlamento che tra gli elettori, e questo è quanto sembra stia accadendo per Abbott. I sondaggi davano il suo partito, lo scorso Febbraio, al 43% di preferenze contro il 57% dei Laburisti. Oggi, quel divario è sceso a soli 8 punti percentuali. Ancora, le indicazioni di voto primario di Febbraio davano i Laburisti come il primo partito d’Australia, oggi, a Settembre inoltrato, Liberali e Laburisti sono entrambi al 39%, con i Greens lontani più indietro di 25 punti percentuali. Credo che il non aver ceduto a nazionalismi piuttosto sterili sia dovuto al fatto che il Governo abbia questo trend positivo nei sondaggi, con una relativa calma anche in parlamento.

Sappiamo, però, che queste novità non sono state accolte positivamente da tutti. Chi è stato a dichiararsi contrario e, secondo lei, perché?

Questo era inevitabile, sia per la natura importante della faccenda sia per la sua portata internazionale. Non dimentichiamoci inoltre – lo dico spesso perché chi non segue frequentemente la politica australiana può non tenerne conto – che le misure proposte da Abbott sono spesso ritirate e comunque modificate per le proteste che suscitano. Ad ogni modo, le proteste nazionali sono arrivate sostanzialmente dalle opposizioni, quindi Laburisti e Greens, i quali ritengono entrambi, con differenze di enfasi, che quanto proposto non sia sufficiente. Dall’altro lato dello spettro politico, invece, abbiamo le proteste dei partiti più conservatori, come il Partito Nazionale, i cui parlamentari hanno vivacemente espresso l’opinione secondo cui i rifugiati provenienti da Iraq e Siria andrebbero a rubare il lavoro agli Australiani e, qualora questo non avvenisse, ruberebbero punto e basta. Un fuoco incrociato, quindi. All’estero non ci sono state proteste in quanto tali – la diplomazia si esprime in maniera diversa – fatta eccezione per la Russia, la quale ha espresso per mezzo del suo ambasciatore in Australia il suo fastidio per l’estensione delle azioni militari australiane in Siria. Si tratta essenzialmente di opportunismo politico, per quanto riguarda le proteste politiche interne, mentre invece assistiamo a meccanismi geopolitici più complessi quando andiamo a riflettere sulle proteste della Russia.

 

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