domenica, Ottobre 17

Australia: automobili e liberalizzazioni field_506ffb1d3dbe2

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Sydney – Sono settimane molto impegnative quelle che vedono coinvolto il Governo di coalizione guidato da Tony Abbott. Il Primo Ministro australiano, noto per la sua attitudine ad affrontare problemi di politica interna ma non di politica estera, è infatti impegnato in una serie di importanti questioni che mettono alla prova il respiro internazionale del suo Esecutivo ed il ruolo di ‘middle power’ che l’Australia da tempo ricopre. Questi sono, principalmente, il tentativo di continuare a migliorare i rapporti con l’Indonesia, da poco sotto la guida del nuovo Presidente Joko Widodo; l’impegno in Ucraina per l’MH17 ma anche per il sostegno a Kiev ed, infine, il supporto agli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico (IS) tra Iraq e Siria.
E’ di poche ore fa la notizia che l’Australia sarà il primo Paese della nuova coalizione a fornire non solo mezzi aerei  -8 caccia F-18, un aereo da ricognizione ed un C-130-  ma anche 600 soldati a sostegno delle azioni degli USA nella regione flagellata dall’IS, truppe che saranno di stanza negli Emirati Arabi Uniti.

Abbott è tuttavia chiamato a proseguire nel suo impegno diretto alla politica nazionale dell’Australia, uno dei Paesi più prosperi al mondo che, di conseguenza, ha più da perdere rispetto ad altri. L’Australia è, infatti, il Paese con la più alta qualità di vita al mondo (OCSE 2014), il secondo indice più alto di sviluppo umano (HDI index 2013) ed una delle economie più fiorenti nel mondo occidentale, forte di una crescita media del 3,4% nell’intero ultimo secolo.

In tale scenario l’industria automobilistica australiana ha sempre svolto un ruolo importante sia a livello di produzione e di occupazione, sia nel contribuire ad esportare all’estero  -specialmente in Regno Unito e Stati Uniti-  prodotti di nicchia interamente progettati e costruiti sul territorio.

Nata negli ultimi anni del XIX secolo, l’industria automobilistica australiana si è sviluppata in modo più significativo a partire dagli anni ’40 del secolo scorso, vedendo avvicendarsi da allora sul mercato circa un centinaio di case automobilistiche. Poco note nell’Europa continentale, le vetture australiane sono conosciute e apprezzate da tempo in diverse parti del mondo. Negli Stati Uniti, infatti, la celebre sportiva ‘Pontiac GTO’ altro non è che una ‘Holden Monaro’ cui è stato cambiato qualche dettaglio nella carrozzeria, stesso discorso per la britannica ‘Vauxhall VXR8’, anch’essa sportiva australiana sotto mentite spoglie.

Caratterizzate da grandi ingombri, peso elevato, particolare attenzione a comfort, dotazione, prestazioni e semplicità costruttiva, le automobili australiane hanno scavato negli anni una piccola ma significativa nicchia nel panorama automobilistico mondiale, forti di svariati accordi industriali con grandi gruppi stranieri. L’icona nazionale Holden, nasce nel 1856 come selleria, per poi fare il proprio ingresso nel settore automobilistico nel 1908, trasformandosi nel ramo australiano e neozelandese del colosso americano General Motors. L’altro grande marchio australiano è Ford Australia, divisione australiana della Ford fondata nel 1925, la quale ha una gamma di autovetture progettate e prodotte interamente in Australia secondo standard nazionali. La terza grande contendente è invece Toyota Australia, fondata nel 1958 e spesso al primo posto per numero di auto vendute nell’intera Oceania.

La difficile coesistenza tra questi grandi gruppi è ora messa a dura prova da un calo generalizzato delle vendite di automobili di questi marchi, al pari di una costante crescita di altre compagnie storicamente meno influenti in questi mercati. A peggiorare ulteriormente la situazione ha contribuito la decisione dell’attuale Governo, lo scorso anno, di cancellare i contributi pubblici di 500 milioni di dollari all’anno per supportare l’industria automobilistica australiana, eliminando così la principale fonte di aiuto economico per l’intero settore. Tale misura rientra in un piano più ampio dell’Esecutivo volto a limare  -a tagliare con l’accetta, secondo le opposizioni di Laburisti e Greens-   l’eccessiva spesa pubblica, al fine di garantire una crescita più sostenibile nel futuro a medio termine.
Nonostante questi tagli interessino tutte le più importanti voci della spesa pubblica   -sanità, istruzione pubblica, ricerca, ambiente, ma non la difesa-   tutto questo rientra appieno nelle teorie economiche conservativamente liberali dell’attuale Governo, il quale non ha mai fatto mistero delle proprie intenzioni. Questo ed altri fattori, come l’eccessivo costo del lavoro, hanno portato alla decisione, da parte dei tre colossi dell’automobilismo australiano, di chiudere tutti gli stabilimenti del Paese entro il 2017, segnando di fatto la fine della produzione di automobili in Australia. Nonostante, dunque, i marchi australiani abbiano deciso di continuare a produrre auto all’estero, soprattutto in Corea del Sud,  questo evento segnerà la fine di una importante realtà industriale durata oltre un secolo.

Un ulteriore risvolto della ‘razionalizzazione’ liberale dell’economia australiana, d’altro canto, prevede una massiccia dose di liberalizzazioni interne ed esterne che, nel corso dell’ultimo anno, hanno direttamente influenzato non solo il destino della compagnia aerea di bandiera, la Qantas, e delle case automobilistiche, ma anche quello di tante altre aziende australiane. Il recente rallentamento di economie fortemente legate a quella australiana, come quella cinese, ha, infatti, spinto i Governi di Canberra a cercare soluzioni parallele che salvaguardassero la continua crescita economica e geopolitica del Paese, ravvedendo nell’abbattimento selettivo delle barriere al libero scambio la chiave del problema.

Gli accordi di libero scambio (FTA – Free Trade Agreements) sono accordi economici che riducono fortemente tariffe, quote d’importazione e preferenze o incentivi su uno specifico tipo di prodotto di scambio, rappresentando uno stadio avanzato del concetto di integrazione economica. Tale scenario viene implementato quasi sempre in presenza di complementarietà tra economie diverse, ovvero nel caso in cui tutti gli Stati coinvolti abbiano un vantaggio nel rimuovere ogni tipo di barriera reciproca al commercio. E’ in questo contesto che va inquadrato l’incessante impegno dell’Australia a progettare, promuovere ed implementare accordi di libero scambio con gli storici partner occidentali ed, allo stesso tempo, con i nuovi partner economici dell’Asia, interscambi economici che hanno permesso all’Australia di evitare le tenaglie della recessione internazionale sin dal 2007.

E’ dunque in tale ottica che va interpretata la nuova proposta del Governo di liberalizzare il mercato automobilistico australiano, rimuovendo gli ultimi sovvenzionamenti statali e, per la prima volta, aprendo le porte all’acquisto anche via internet di veicoli sia nuovi che usati provenienti da altri Paesi, purché rispettino gli standard costruttivi imposti da Canberra. Tale ipotesi nasce dal continuo calo delle immatricolazioni di automobili nuove nel Paese, scese di un ulteriore 5,5% su base annua. Se, poi, si tiene in considerazione che l’attuale indice di accesso per l’acquisto di auto nuove  -calcolato dal rapporto tra salario medio e prezzo medio di acquisto-  è il migliore degli ultimi 38 anni, mentre i prezzi, aggiustati secondo il potere di acquisto, sono i più bassi degli ultimi 20 anni, è evidente che è necessario affrontare il problema con nuove misure.

Il noto giornalista automobilistico Tim Blair ha così riassunto il probabile scenario futuro: «La coalizione di Governo vuole permettere agli australiani di acquistare automobili, anche usate, dall’estero. Per fare questo implementerà una seria deregolamentazione per rendere più libero il mercato automobilistico. Ciò significa che verranno eliminate tutte quelle regole semi-protezionistiche volte a favorire unicamente i costruttori australiani, avvicinandosi agli standard dell’ONU e riducendo i costi intermedi che costano all’acquirente».

Qualche dubbio rimane sul nuovo mercato dell’usato che si verrebbe a creare dato che, per legge, anche tali veicoli dovranno rispettare determinati standard di efficienza e sicurezza, aumentando potenzialmente il costo finale, un dubbio espresso anche dall’attuale Vice Ministro alle Infrastrutture, Jamie Briggs: «Il punto è che da un’auto nuova, anche qualora importata parallelamente dall’estero, ci si può ragionevolmente aspettare un certo livello di qualità e sicurezza. Ma per un’auto usata, acquistata nelle stesse condizioni, serviranno una serie di controlli che ne aumenteranno il prezzo finale, diminuendo i vantaggi alla base di tale prodotto».

Si corre insomma il rischio di avere un mercato automobilistico nuovo e pressoché sconfinato, ma mal regolamentato. Non resta dunque che vedere se il risparmio promesso sarà abbattuto o meno dai nuovi costi per le norme di importazione. L’ultima parola è sempre del mercato.

 

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