domenica, Aprile 18

Austerity all'iraniana Taglio ai sussidi e rialzo di benzina e bollette. Ma parte la Rohanicare

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Le lenzuolate per liberalizzare l’economia, promesse dal Presidente Hassan Rohani in campagna elettorale, sono entrate nel vivo. Ma gli iraniani d’impatto hanno reagito con delusione e soprattutto paura per gli effetti concreti che il cambiamento – battezzato con il raddoppio dei prezzi della benzina – potrebbe produrre in futuro.
Alla vigilia delle presidenziali del giugno scorso, in molti probabilmente avevano sottovalutato le conseguenze del ridimensionamento dei sussidi ai ceti medio-bassi, in concomitanza con il rialzo delle tariffe del carburante e in un Paese che, dopo la stretta dell’embargo di Usa e Unione europea (Ue), ha visto la disoccupazione gonfiarsi al 25% e l’inflazione oltre il 40%.
Cadute in parte le sanzioni, per effetto dell’accordo provvisorio sul nucleare di Ginevra, da gennaio l’import-export con l’Occidente ha ripreso lentamente a girare. Ma il castello resta di cartapesta, anche perché fino all’ipotetica intesa definitiva sulle centrali atomiche (storica, ma in bilico con la crisi russa) le transazioni bancarie sul petrolio rimangono bloccate e le esportazioni del greggio limitate a un milione di barili al giorno.
Con basi così precarie, ridurre gli aiuti di Stato al comparto energetico ha fatto impennare il costo della benzina al litro, passata in una notte dagli 0,16 agli 0,28% dollari al litro (da 4 mila a circa 7 mila rial). Visti dall’Europa, i rincari sono ridicoli: ma per i ceti medio-bassi iraniani è un salasso che erode il consenso a Rohani.

Avvicinare l’economia nazionale ai mercati capitalistici ha un prezzo per la popolazione più vulnerabile: in Iran l’agenzia di stampa ‘Fars‘, vicina ai Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran), ha stimato in 15 milioni gli iraniani al di sotto della soglia di povertà: circa il 20% della popolazione.
Ma anche il ceto medio impoverito negli ultimi anni, alla vigilia del 25 aprile, si è riversato alle pompe di benzina, per riempire le ultime taniche a costi ridotti.
 È andata anche bene che non siano esplose proteste come in passato. Si è spesso scritto che la grave congiuntura iraniana non era solo un riflesso dell’isolamento internazionale per l’embargo, ma delle politiche economiche sbagliate del Presidente uscente Mahmoud Ahmadinejad.
La reazione popolare contro le liberalizzazioni di Rohani dimostra che, come spesso accade, le ragioni di fondo sono più complesse.
L’ultimo taglio del 2014 delle sovvenzioni sulla benzina, infatti, in realtà non è altro che il prosieguo della riduzione dei prezzi calmierati, avviata nel 2007 per i carburanti e nel 2010 per i generi alimentari. In Iran, i sussidi statali per i beni di base sono un pilastro della Rivoluzione islamica khomeinista del 1979, divenuto tuttavia troppo oneroso, a causa delle sanzioni ultratrentennali. La loro spendig review, dibattuta per anni dai politici di Teheran, ha fatto la felicità del Fondo monetario internazionale (Fmi) e sollevato malcontento tra l’opinione pubblica.

Per bilanciare i rincari sui prezzi, Ahmadinejad aveva in compenso introdotto un sistema assistenzialista di aiuti alle famiglie, finiti però per sortire l’effetto opposto: prosciugare le casse statali, con l’inflazione galoppante che vanificava il sostegno diretto. “Equità e redistribuzione economica furono il suo cavallo di battaglia alle elezioni del 2005. Negli otto anni di Governo di Ahmadinejad ha poi adottato politiche fiscali populiste per mantenere le promesse”, ci spiega Nader Habibi, economista dell’americana Brandeis University che ha studiato il corso dell’ex Presidente iraniano. “Se lo scopo era ridurre le diseguaglianze, l’effetto è stato perdere la disciplina monetaria. Larga parte delle aziende privatizzate sono state inoltre rivendute a enti riconducibili ai Guardiani della Rivoluzione entrati nel Gabinetto Ahmadinejad. Con il risultato che i Pasdaran sono stati coinvolti nelle attività economiche e finanziarie del Paese”.
Per spezzare sperperi e abusi di questo circolo vizioso, Rohani ha impresso una stretta alle sovvenzioni dirette alle famiglie, limitandole solo ai meno abbienti destinatari di pacchetti alimentari attraverso un registro pubblico. Contemporaneamente, per gli iraniani a marzo sono scattati gli aumenti delle bollette di luce, gas e acqua. E la popolazione che, anziché toccare con mano la ripresa, ha visto svanire tutte le loro agevolazioni.

Stando alla Banca mondiale, il freno di Rohani ha fatto scendere l’inflazione di cinque punti al 35%. Ma nella Teheran popolare e nelle aree rurali, la gente non avverte boccate d’ossigeno: «I prezzi continuano a salire, le vendite sono in calo», raccontano agli inviati delGulf News‘, foglio di Dubai che ha preconizzato «la fine della luna di miele di Rohani, sotto i morsi della crisi economica». «Nella società il divario è enorme e a pagare lo scotto sono i poveri, che non potranno permettersi carne, pollo e altre merci essenziali. La vita» lamentano nei bazar, «non è migliore».
Secondo gli economisti pro austerity, l’Iran è in una fase così delicata che qualsiasi stimolo alla crescita farebbe risalire l’inflazione: l’unica misura possibile è il rigore.
Per altri analisti tuttavia il Paese non era ancora pronto per una manovra restrittiva del genere e il Governo ha azzardato. La stragrande maggioranza degli iraniani (95%) si è schierata con quest’ultimi, firmando per mantenere in vigore le sovvenzioni, nonostante l’aggressiva campagna mediatica lanciata da Rohani.
Se all’estero queste riforme fanno sperare nel cambiamento, all’interno – dove coincidono con una spending review – la percezione è diversa, anche se i sacrifici chiesti alla popolazione hanno un disegno preciso: reinvestire i risparmi dai sussidi in finanziamenti alle imprese e nei servizi pubblici, primo fra tutti il sistema sanitario nazionale.

La Rohanicare, come il Presidente ha definito su Twitter la sua riforma sanitaria, è il fiore all’occhiello del programma dell’Amministrazione e punta ad abbattere le diseguaglianze sociali, non ad accrescerle.
L’Iran ha ottime medici formati in ottime università e aveva buone strutture. Ma le sanzioni bancarie e il blocco dell’import avevano creato una penuria di farmaci sicuri dall’Occidente per patologie gravi come il cancro e portato a rischio crac centinaia di ospedali pubblici.
Tra il 2005 e il 2012, i costi dei medicinali di base e delle attrezzature sanitarie si erano quadruplicati, ma a marzo Rohani ha detto di voler abbassare «entro il 2015, dal 70% al 30% la percentuale di iraniani che si pagano le spese mediche». Il Ministero della Salute ha poi confermato, da subito, una copertura sanitaria del 90% per i cittadini più indigenti (almeno 5 milioni) beneficiari dei pacchetti d’alimentazione, attraverso un sistema d’iscrizione anche online, attivato su impulso della Guida Suprema Ali Kamenei.
In questo il Rohani che per il Nowruz, il Capodanno iraniano, ha annunciato una «fase nuova per «l’economia, la cultura e la politica estera del Paese» è stato di parola. «L’inizio è buono, anche se molto resta ancora da fare, ristabilire la fiducia è difficile e richiede molto tempo», ha ammesso.

Benché al rialzo, per ogni proprietario di auto private il prezzo dei carburanti resta comunque sovvenzionato dallo Stato per 60 litri al mese (80 per i tassisti), a tariffe molto inferiori rispetto alle occidentali: un regime economico ancora statalista, per non dire socialista e per certi versi invidiabile per l’Europa in prolungata crisi economica.
Appoggiato da Khamenei, Rohani sembra voler modernizzare l’economia, conservando tuttavia forme di sostegno statale alla popolazione.
Riuscire a farlo gradualmente e con una tempistica indolore non è facile. Specie con forze influenti che remano contro. Il Comandante di capo dei Pardaran, generale Mohammad Ali Jafari, ha ammonito il Gabinetto del Presidente a fare «maggior uso delle capacità dei Guardiani della Rivoluzione, specie nell’area economica e della cultura».

 

 

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