giovedì, Ottobre 21

Aung San Suu Kyi da Papa Francesco tra libertà di culto e questione Rohingya

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La visita del Premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi in Vaticano rappresenta un secondo step nelle relazioni diplomatiche tra il Myanmar e la Santa Sede. La leader politica birmana, oggi a Roma in qualità di Ministro degli Esteri incaricato di rasentare il Myanmar (poiché una legge voluta e introdotta dalla Giunta militare che ha detenuto la dittatura nel suo Paese fino all’ultima tornata elettorale democratica nel 2015 le impedisce l’accesso al ruolo di Premier, Articolo 50 dell’attuale Costituzione del Myanmar), infatti, ha già fatto visita al Santo Padre nell’Ottobre 2013 e in quell’occasione si son definite le reciproche volontà non solo nella direzione del riconoscimento diplomatico reciproco ma anche nella ufficializzazione della volontà di interscambio tra le due entità in vari ambiti.

Si tratta comunque di un momento storico molto importante. E importante è stata anche l’opera di mediazione dei Vescovi, in particolare viene segnalato il nome del Cardinale Salesiano, Charles Bo, primo porporato birmano della Storia, nominato da Papa Francesco nel 2015. La proposta vaticana era partita lo scorso 8 febbraio, inoltrata dal Nunzio Apostolico in Thailandia, l’Arcivescovo Paul Tsiang-in Nam, il quale funge anche da Delegato in Myanmar. Dopo la lettera ufficiale di invito, c’è stato poi un incontro tra il Nunzio, il Cardinale Bo e Aung San Suu Kyi in persona.

I cristiani in Myanmar rappresentano solo l’1% della popolazione totale, prevalentemente buddhista, a parte alcune etnìe minoritarie confinarie di estrazione islamica. Bisogna però considerare anche che -con le nuove relazioni diplomatiche- lo Stato Vaticano punterà a riottenere una cinquantina di Istituti che furono nazionalizzati e confiscati nel 1962, così come intraprenderà da quest’oggi una nuova politica volta alla difesa della libertà di culto per i propri aderenti.

La questione non è di scarsa rilevanza, a dispetto dei numeri. Infatti, la Chiesa cattolica in Asia non sempre ha rapporti di buon vicinato con gli Stati. In Cina, ad esempio, vi sono di fatto due confessioni cristiane, una riconosciuta dallo Stato Vaticano ed una costituita e consentita dalle Autorità cinesi che, a loro volta, non riconoscono la Chiesa di Roma sul proprio territorio. E tutto questo, a fronte di una inveterata e secolare tradizione di proselitismo e di attività missionaria cristiana da secoli in Asia e che è ormai parte stessa della Storia. Tutto questo è accaduto anche in Myanmar, nei tempi addietro chiamato Birmania. Nel 1954, infatti, fu nominato il primo vescovo cristiano di nazionalità birmana, U Win, nel 1955 furono nominate le prime due Provincie ecclesiastiche di Rangoon e di Mandalay. L’evangelizzazione in Birmania datava già due secoli addietro. Nel 1700 vi era già una lunga e storica opera di evangelizzazione in atto, affidata prima ai Padri Barnabiti e poi alle Missioni Estere di Parigi e del Pontificio Istituto di Missioni Estere.

E veniamo al punto. In Myanmar vi è una specifica declinazione della questione religiosa ed etnica non solo in termini di cristiani da difendere e proteggere quanto piuttosto il riconoscimento del libero credo per tutti, poiché il Myanmar oggi è Paese democratico (con una presenza alquanto “ingombrante” dei militari, bisogna riconoscere) ma con una prevalenza netta di Buddhisti che, però, si son fatti interpreti di aperta ostracizzazione di etnìe minoritarie quale quella dei Rohingya, una folta comunità etnica di estrazione islamica che in Myanmar viene ritenuta originaria del vicino e confinante Bangladesh ma che il Bangladesh stesso vede in ottica differente, in quanto si tratta di persone nate a cavallo tra i confini dei due Paesi, con una specifica radice culturale tanto che –non a caso- le frange militarizzate dei Rohingya hanno più volte ventilato l’ipotesi della secessione e della costituzione di una entità territoriale propria.

Il Myanmar, su questo punto, è sempre stato fermo: i Rohingya sono etnia originaria del Bangladesh, non hanno diritto ad alcuno status, sono solo un problema per la comunità nazionale e –in tempi più recenti- sono anche diventati vittime  di violenza e di scontri a fuoco. Tutti ormai nel Mondo sanno delle deportazioni in massa, degli interi villaggi Rohingya dati al fuoco e le infinite e drammatiche persecuzioni attuate dall’Esercito del Myanmar nei confronti dei Rohingya. I respingimenti da parte del Myanmar e del Bangladesh, i campi profughi spesso oggetto di violenze dell’Esercito birmano ma anche di pattuglie di civili spesso con monaci buddhisti al seguito, sono oggetto di ampia comprova di immagini e contenuti documentari in ogni sede ufficiale, dalle ONG che operano in zona, fino all’UNHCR ed all’ONU nella sua interezza.

Oggi Aung San Suu Kyi, nella sua veste di Ministro degli Esteri, rappresenta il volto “presentabile” del Myanmar e viaggia un po’ in tutto il Mondo diplomatico in cerca di aperture e riconoscimenti di tipo materiale e strutturale, prima ancora che economico e diplomatico in senso più esteso. Tutto questo, ovviamente, non era possibile ai tempi della dittatura militare birmana, della sua quindicennale carcerazione, ai tempi delle dure sanzioni applicate da numerosi Paesi del Mondo nei confronti del Myanmar. E’ pur vero, però, che lo stesso Premio Nobel per la Pace del ’91 si trovi spesso in grosse difficoltà quando viene interpellata in modo netto e chiaro sulla “questione” dei Rohingya.

Il riconoscimento “de facto” di papa Francesco oggi potrebbe rappresentare una svolta, quindi, storica valida certamente per le relazioni diplomatiche tra Rangoon e Vaticano ma –attraverso l’operato sotto traccia delle reciproche diplomazie, potrebbe crearsi un terreno utile per tutte le forme di credo religioso in territorio birmano. Il cammino è molto lungo. La visita di oggi, come dicevamo, è solo il secondo step. Bisognerà ora vedere quanto di questo importante incontro diplomatico saranno disposti a recepire i militari birmani e la intera comunità nazionale birmana, la questione dei Rohingya è, infatti, una ferita dolorosa, sanguinante e drammatica per tutti.

Prima di arrivare in Italia, San Suu Kyi, era stata in visita a Bruxelles dove aveva incontrato l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per politica Estera, Federica Mogherini. «Non siamo d’accordo […] l’implementazione di una missione investigativa è una delle pochissime questioni su cui non siamo d’accordo», ha affermato Suu Kyi riferendosi all’incontro con la Mogherini e alla proposta – rifiutata – di istituire una commissione internazionale per indagare sulla verità riguardo ai Rohingya. «Non pensiamo che la risoluzione sia in linea con ciò che sta effettivamente accadendo sul posto», il Myanmar sarebbe «felice di accettare», ha continuato Suu Kyi, «raccomandazioni in linea con i reali bisogni della regione. [quelle proposte dalla Mogherini, ndr]dividerebbero ulteriormente le due comunità nel Rakhine […] non aiuterebbero a risolvere i problemi che sorgono sempre». Eppure circa 75.000 membri della comunità Rohingya sarebbero già fuggiti verso il Bangladesh, scappando dalle persecuzioni dello stato birmano.

Suu Kyi si è sempre distanziata dal prendere una reale posizione nella questione, negando o minimizzando i fatti, e deludendo chi al tempo vedeva nell’ex prigioniera politica ora alla guida del Paese una personalità in grado di spezzare ogni legame con la ‘junta’ militare al potere precedentemente.

Le organizzazioni per i diritti umani avevano sollecitato l’UE ad affrontare, nel corso dei colloqui con la responsabile esteri della Birmania i continui e gravi abusi dei diritti umani nel Paese facendo pressione perché la Birmania accettasse la missione -proposta a marzo dall’ONU- volta a realizzare una inchiesta delle Nazioni Unite sulla violazione dei diritti umani in particolare sulla minoranza Rohingya. L’Onu aveva trovato un accordo a marzo per una missione di monitoraggio nel Paese del sud-est asiatico. Lo scorso mese, un report delle Nazioni Unite basato su interviste a 220 dei 75mila Rohingya fuggiti in Bangladesh dallo scorso ottobre riportava testimonianze di omicidi, stupri di gruppo e torture nello stato occidentale di Rakhine.

La metà degli intervistati ha testimoniato di aver visto un parente morire, e più di metà delle 101 donne prese in esame dal report ha subito stupri o altre violenze sessuali. La violenza è motivata dalle differenze etniche e culturali delle due popolazioni. I rohingya sono musulmani, mentre la Birmania è un Paese dalla schiacciante maggioranza buddista. Confinati sulla costa, nella poverissima regione del Rakhine ed etnicamente diversi, sono facilmente utilizzabili come capro espiatorio. La posizione stessa del Myanmar è assolutamente chiusa: i Rohingya sono considerati come cittadini di serie B e vedono molti diritti, normalmente concessi alla popolazione e alle 135 minoranze etniche ufficialmente riconosciute, negati per il solo fatto di appartenere a un popolo visto come ‘straniero’. Le repressioni, violente, sono giustificate da “questioni di sicurezza nazionale”, visto che i musulmani sarebbero “una minaccia per la razza e la religione”.

Il grosso degli scontri tra la “comunità musulmana” (termine preferito dal Governo rispetto a quello di ‘Rohingya’) e le forze armate birmane ha avuto luogo tra l’ottobre del 2016 e lo scorso gennaio, quando ben 66.000 persone avrebbero passato il confine con il Bangladesh. Sarebbero 32.000 i rifugiati nei campi di Kutupalong e Nayapara, ma oltre i 300.000 quelli ‘dispersi’ nel territorio del Bangladesh. Dal 2012 quasi 170.000 persone avrebbero lasciato il Paese.

Anche Malesia e Indonesia sono viste come mete sicure per i musulmani. Molte nazioni, in ogni caso, si rifiutano di accogliere i rifugiati, e la situazione nel Mar delle Andamane ha fatto parlare di “ping pong marittimo di vite umane”. La sorte che li aspetta, nel caso riescano a trovare approdo all’estero è però tragica: stando a una stima delle Nazioni Unite, per esempio, più della metà delle ragazze in fuga finiscono col diventare mogli-bambine, o vittime di altre forme di sfruttamento.

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