lunedì, Aprile 19

Malattie croniche, ce la farà il Sistema Sanitario?

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Si chiama memoria selettiva, ed è l’inganno ordito dalla nostra mente per farci credere che siano più le persone che muoiono in modo violento che non quelle uccise da killer silenziosi come le malattie cardiovascolari. Queste patologie rientrano nelle cosiddette malattie croniche, cioè quelle senza cura e con le quali i pazienti sono costretti a convivere giorno dopo giorno: il diabete, l’ipertensione, le cardiopatie ma anche il cancro, le infiammazioni dell’apparato respiratorio e gastrointestinale. In Italia, secondo i recenti dati Istat, a soffrire di questi malesseri sono in molti. In particolare nell’ultimo ventennio il numero dei pazienti cronici è aumentato da 35,1 a 37,9% (ovvero 2,7 milioni di cittadini), mentre quello dei multicronici è passato dal 17,7 al 20% (cioè 2 milioni). Una tendenza preoccupante che, per un mero calcolo aritmetico, fa stimare che nel 2024 saranno ben 13 milioni le persone soggette ad almeno due di queste patologie, e nel 2034 supereranno probabilmente i 14 milioni.

Tra loro c’è Luciana Rossi, iscritta all’Associazione Malattie Infiammatorie Croniche Intestinali Lazio e come lei stessa ha raccontato: “Ho festeggiato quest’anno i 40 anni di malattia ufficiali”. È affetta da colite ulcerosa e proprio questa sua invalidità l’ha portata a fare volontariato tra le corsie di due ospedali romani. “All’epoca quando sono entrata in A.m.i.c.i. ho cominciato a introdurre un servizio telefonico una volta a settimana. Quindi rispondevo al telefono, parlavo con chiunque chiamasse per dare loro qualsiasi tipo di aiuto. Poi quattro o cinque anni fa ho iniziato il volontariato attivo negli ambulatori di malattie infiammatorie croniche dell’intestino”. Il suo compito è quello di dialogare con le persone in attesa di essere visitate o di subire un intervento, rispondere alle loro domande per chiarire ogni dubbi e promuovere un confronto diretto con qualcuno che si è già trovato a vivere quelle stesse situazioni. “Visto che io sono una veterana e ho attraversato quasi tutte le fasi della malattia, posso dare quei consigli che i medici non darebbero. Non perché non ne vogliano dare ma perché sanno che la voce di qualcuno che ha già vissuto tutto questo, che capisce perfettamente lo stato d’animo del paziente, viene ascoltata più facilmente. I malati con me si sentono in confidenza e spesso mi raccontano cose che ai dottori non direbbero mai, perché si vergognano o perché pensano che non siano importanti. Io sono d’incoraggiamento e faccio vedere che sto bene e che, nonostante tutto, sono una persona normale”.
Le malattie croniche, come nel suo caso, hanno un comportamento altalenante e possono restare in una fase di quiescenza per molto tempo, così come possono riemergere nel giro di pochi giorni. Spesso cominciano a manifestarsi in età giovanile, ma a volte sono necessari anche decenni prima che diventino cicliche. “Oggi sono molto aggressive, specialmente nell’età adolescenziale. Guardando questi ragazzi ricoverati in ospedale e conoscendo tutto il percorso che li aspetta, so che non avranno una vita facile anche nei rapporti personali e nel mondo del lavoro. Anche io ho sofferto molto nei primi 15 anni della malattia, quando ero ragazza, in un periodo in cui volevo solo divertirmi e non volevo stare male, quindi so cosa significa”, ha raccontato Luciana. Nel frattempo i tempi sono cambiati e oggi si tende a prevenire molto di più e in modo molto meno invasivo. “Si preferisce chiacchierare con il paziente piuttosto che fargli ripetere continuamente esami dolorosi. Questo perché, essendo un controllo non piacevole, il malato tende ad allontanarsi. Invece, parlare rafforza il rapporto medico-paziente e aiuta entrambi a tenere sotto controllo la patologia quando è costante. Inoltre fa risparmiare il Sistema Sanitario Nazionale perché se il malato continua fare le terapie e qualche piccolo esame di controllo ogni tanto, oltre a salvarsi la vita, evita allo Stato di dover spendere molti soldi per curare un paziente in gravi condizioni. La prevenzione è anche questa: controllarci da soli.

A preoccupare, infatti, non sono tanto le condizioni di salute degli italiani, quanto piuttosto il dubbio che il SSN, godendo di un budget limitato (per non dire ridotto) dai tagli alle spese sanitarie, in futuro non sarà più in grado di rispondere a tutte queste richieste. Un’incertezza che ha tutta l’aria di assomigliare alla fatidica domanda ‘ce la faranno i nostri eroi?’. E a rispondere in maniera affermativa è Claudio Cricelli, Presidente della Società Italiana Medicina Generale delle cure primarie (SIMG): “Quello dell’Istat è un ragionamento di tipo statistico, aritmetico. E se non facciamo cambiamenti allora potremmo davvero trovarci nella situazione in cui non siamo più in grado di assistere tutti i pazienti. Ma noi siamo più ottimisti e crediamo che con i giusti strumenti ci si possa salvare da questo fallimento”. Insomma, quello disegnato dall’Istituto di statistica è un possibile sviluppo, ma anche un avvertimento. E quali sono, allora, i giusti strumenti? La parola d’ordine è il buon vecchio motto: prevenire è meglio che curare. Soprattutto perché al giorno d’oggi non esistono trattamenti in grado di far guarire questi malati, costringendoli a prendere dei farmaci che al massimo possono ritardare l’arrivo di conseguenze più dolorose e preoccupanti. “Innanzitutto dobbiamo accelerare il processo di prevenzione, cioè fare in modo che queste persone vivano il più a lungo possibile in buona salute, così da ridurre il tempo in cui hanno bisogno della terapia. Eliminiamo poi tutte le cure che non servono, facciamo solo quelle opportune, evitiamo gli interventi che non cambiano la situazione del degente. E così avremo un buon sistema sanitario a minor prezzo, assistendo tutti i cittadini anche se aumentano i pazienti”, ha aggiunto Cricelli.

Essendo queste malattie croniche per definizione, hanno un lungo decorso e il soggetto ha costantemente bisogno di aiuto. Ma è proprio questa continua erogazione di prestazioni che pesa fortemente sulle casse dello Stato. Ed è proprio questo che si cerca di cambiare, spostando l’attenzione di dottori e cittadini dalla cura (molto più costosa) alla diagnosi precoce. Come ha spiegato il Presidente della SIMG: “Il problema dal punto di vista pratico non è quello di eliminare queste patologie ma di evitare che diventino acute. Se vogliamo impedire che gli italiani del futuro, ad esempio, diventino tutti diabetici dobbiamo intervenire in un età precoce, regolarizzando la qualità è la quantità del cibo che mangiano i bambini e gli adolescenti. La prima difesa per la nostra salute comincia proprio dalla modifica di alcuni nostri comportamenti sbagliati: primo tra tutti un’alimentazione scorretta e il poco movimento. E in questo non c’è farmaco che tenga”. Sembra quasi il colmo per il Belpaese, lodato in tutto il mondo per gli straordinari benefici della sua dieta mediterranea. Eppure l’Italia è tra le peggiori realtà europee in quanto a stile di vita. Con il 30,9% di bambine tra i 5 e i 17 anni in condizioni di obesità o sovrappeso è terza dietro Grecia e Stati Uniti, mentre tra i coetanei di sesso maschile la percentuale aumenta fino al 32,4%, facendo scendere dal podio l’Italia ma soltanto di una posizione, dopo Grecia, Usa e Spagna.

“Se non facciamo fare più sport ai nostri ragazzi, mettiamo i medici in una condizione di impossibilità di prevenire l’insorgere del diabete. E in generale soltanto restando magri potremo spostare l’inizio della patologia cronica più avanti negli anni. Un conto è ammalarsi gravemente a quarant’anni, un altro è farlo a settanta. È chiaro che tutto questo discorso vale ancora di più per quelle persone con precedenti nella loro famiglia di casi di diabete o cancro o malattie croniche. Loro devono controllarsi di più e con più frequenza, soprattutto perché i fattori genetici ci indirizzano molto nella scoperta di nuovi possibili pazienti”, ha detto Cricelli. Il meccanismo quindi è chiaro: il paziente viene ‘preso in carico’ dalle strutture territoriali con l’obiettivo di tenere sott’occhio la malattia, potenziando il lavoro di medici e farmacisti. Così si può monitorare il maggior numero possibile di cittadini e fare in modo che il malato non venga mai lasciato solo e non finisca sempre in ospedale in condizioni estreme. Tutto ciò porterà quindi alla condizione ideale spiegata dal presidente della SIMG: Sarebbe ottimo riuscire a curare il malato nella struttura più comoda e meno costosa possibile per noi e per lui: la sua stessa casa.

E se a suonare il campanello d’allarme sono la cattiva alimentazione e l’eccessiva pigrizia, non è da trascurare l’avanzamento dell’età. Tra i fattori di rischio non modificabili va infatti considerato che le malattie croniche sono tipiche delle persone anziane. E l’Italia in questo è maestra, vantando il secondo posto tra i Paesi più longevi del mondo. La vita si è allungata e, secondo i dati Istat, il numero degli over 65 è aumentato di 30 volte negli ultimi sessant’anni. Nel 2015 si prevede che possano superare i 13 milioni e se tutto continua ad andare in questo modo nel 2030 saranno, dunque, più di 16 milioni. Ma se questo da una parte fa sorridere i giovani, dall’altro fa scricchiolare ancora di più il Sistema Sanitario Nazionale sotto il peso del crescente numero di richieste che si presume arriveranno nel futuro. “Alcune malattie croniche ne producono altre, per esempio il diabete crea problemi al cuore e alle coronarie. Eppure questo non dipende da un legame tra patologie, bensì dal fatto che la persona invecchiando tende ad accumulare sempre più malesseri. Insomma, è facile: più invecchiamo più ci ammaliamo”, ha concluso Claudio Cricelli. E così, inizialmente, c’eravamo fatti ingannare dalle cifre e dalla matematica senza renderci conto che, in realtà, non stanno aumentando i malati cronici ma, almeno nella maggior parte dei casi, sta crescendo il numero di anziani nel nostro Paese.

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