giovedì, Ottobre 21

AUKUS: quando il gioco si fa duro … “La Cina, rivendicando la sovranità, soprattutto, del Mar Cinese Meridionale, sta tentando di crearsi un ‘santuario per sommergibili nucleari lanciamissili’. E gli unici mezzi idonei a contrastarli sono i sommergibili nucleari d’attacco, quelli di cui si doterà l’Australia grazie all’aiuto di Stati Uniti e Regno Unito”. Intervista all’Ammiraglio Ferdinando Sanfelice Di Monteforte

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Non si attenuano le tensioni e le polemiche legate all’AUKUS, la nuova ‘controversa’ intesa militare che comprende Australia, Gran Bretagna e Regno Unito, «un accordo storico che riflette la determinazione dell’amministrazione a costruire alleanze più forti con l’obiettivo di mantenere la pace e la stabilità in tutta la regione indo-pacifica» – ha dichiarato una nota della Casa Bianca – e che «migliorerà la nostra capacità di affrontare le minacce del XXI secolo». Una «storica» partnership per la sicurezza nell’area indo-pacifica – i cui primi colloqui, spiegano fonti britanniche, sono iniziati a marzo 2021 – nella quale confluisce anche il sostegno a Canberra per lo sviluppo di 8 sottomarini a propulsione nucleare, con l’obiettivo, neanche troppo velato, di contrastare la Cina, che, tuttavia, non è mai stata nominata, ma di cui si teme la forte espansione nel Mar Cinese meridionale, nelle acque delle Filippine e nello stretto di Taiwan anche attraverso l’occupazione di isole ben presto militarizzate. Non a caso l’annuncio dell’AUKUS è giunto ad una settimana dal 24 settembre, data del vertice QUAD (ospitato da Biden) con i leader di Australia, India e Giappone.

«Sono onorato di unirmi oggi a due tra i piu’ stretti alleati per il lancio di un piano trilaterale di sicurezza. Oggi compiamo un passo in avanti, come abbiamo fatto nel ventesimo secolo, insieme, fianco a fianco. Riconosciamo l’imperativo di garantire la sicurezza a lungo termine. Il futuro di ciascun Paese e del mondo dipende dalla libertà nell’area indo-pacifica», ha affermato Biden, precisando che «gli Stati Uniti non vedono l’ora di collaborare con la Francia e con altri Paesi chiave. Noi metteremo insieme i nostri marinai, scienziati, le nostre industrie per sviluppare la nostre capacità in settori come la cyber-sicurezza e l’intelligenza artificiale» e i nuclear-powered submarines, cioè sottomarini nucleari (SSN), sfruttando “le competenze degli Stati Uniti e del Regno Unito”, basandosi “sui programmi sottomarini dei due Paesi per mettere in servizio una capacità australiana il prima possibile”.

“Questa è una risposta potente a coloro che pensavano che gli Stati Uniti si stessero tirando indietro e alla propaganda che sosteneva che Washington non fosse un alleato affidabile”, ha twittato Tom Tugendhat, Presidente della commissione per gli affari esteri della Camera dei Comuni britannica, aggiungendo che “rende il pivot in Asia, sia per la Gran Bretagna che per gli Stati Uniti, una realtà”. A Pechino la reazione irritata è stata rapida e prevedibile. Il Portavoce del ministero degli Esteri cinese Zhao Lijian ha descritto l’accordo come “estremamente irresponsabile” e un riflesso, ancora una volta, di una “mentalità obsoleta della Guerra Fredda”. Zhao ha affermato che la nuova alleanza “ha seriamente minato la pace e la stabilità regionali, ha aggravato la corsa agli armamenti e ha danneggiato gli sforzi internazionali di non proliferazione”.

Biden ha, però, precisato che i sottomarini di cui si doterà l’Australia (che diventerà il settimo Paese a possederli) non «saranno sottomarini nucleari» nel senso che non avranno «armi nucleari», ma saranno «sottomarini convenzionali, armati convenzionalmente», seppur «alimentati da reattori nucleari: noi e il Regno Unito li usiamo da decenni, è una tecnologia collaudata e sicura». Non era di per sé necessario il coinvolgimento di Londra visto che l’ultimo trattato USA-UK sul trasferimento di tecnologia sensibile risaliva al 1958 e aveva permesso agli inglesi di creare la loro flotta di sottomarini nucleari grazie agli alleati d’oltreoceano. Ad insistere per inserirsi nell’AUKUS, sarebbe stato proprio Boris Johnson, impegnandosi a “mediare tutte le questioni critiche” della nuova partnership. Un’ulteriore modalità per esprimere la ‘Great Great Britain’ (a Londra c’è stato il rimpasto di governo che ha portato alla sostituzione del Ministro degli Esteri Dominic Raab) e lasciare alle spalle le ruggini createsi per il ritiro dall’Afghanistan. Boris Johnson ha affermato che i tre Paesi sono “alleati naturali”, nonostante la distanza geografica, e che il nuovo accordo di difesa “rappresenta un pilastro del nuovo centro geopolitico mondiale” e “creerà posti di lavoro e prosperità”. 

Negli ultimi anni, la Royal Australian Navy ha irrobustito la componente marittima di superficie con tre nuovi cacciatorpediniere antiaerei classe Hobart e due LHD classe Canberra, a cui, nel prossimo futuro, si aggiungeranno ben 9 moderne fregate ASW della classe Hunter in sostituzione delle 8 fregate antisommergibile classe Anzac attualmente in servizio. Per Canberra è cruciale, come sottolineato dal Defense Strategic Update in 2020, ampliare le capacità a lungo raggio e dotare la flotta di 8 sottomarini a propulsione nucleare, come si propone l’AUKUS, costituirà un vero e proprio scatto in avanti, ma sarà oggetto di un piano da sviluppare in 18 mesi sotto la guida di due colossi dell’industria britannica: Rolls-Royce e BAE Systems. Questo, ancorché il non essere stati coinvolti in quanto alleati, ha mandato su tutte le furie anche la Francia che si è vista sfumare la commessa del valore di più di 66 miliardi di dollari (31 miliardi di euro) risalente al 2016 che l’Australia aveva siglato con il costruttore navale francese Naval Group per la costruzione di 12 sottomarini convenzionali Shortfin Barracuda 1A che avrebbero sostituito i sei sottomarini di classe Collins, basati sulla classe svedese Västergötland e alimentati da un sistema diesel-elettrico: «Oggi sono davvero in collera. È una pugnalata alle spalle. Avevamo stabilito con l’Australia una relazione di fiducia e questa fiducia è tradita» e sull’America «queste cose tra alleati non si fanno. Questa decisione unilaterale, brutale imprevedibile, assomiglia molto a quel che faceva Trump», ha tuonato il Ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, che, ai microfoni della radio del servizio pubblico ‘FranceInfo’, ha assicurato: «Non finisce qui, serviranno chiarimenti. Ci sono dei contratti, bisogna che gli australiani ci dicano come pensano di uscirne». Le Drian ha tenuto a ricordare che, tra l’altro, una squadra di cittadini australiani sta lavorando nei cantieri NavalGroup di Cherbourg mentre alcuni dipendenti francesi di NavalGroup si trovano ad Adelaide, in Australia. 

“Un sottomarino a propulsione nucleare sarebbe stato molto più facile da offrire per la Francia poiché tutti i suoi sottomarini sono alimentati a energia nucleare”- ha commentato in un tweet di disappunto l’ex ambasciatore francese negli Stati Uniti, Gérard Araud – La difficoltà era proprio quella di convertire i propulsori nucleari in navi a propulsione convenzionale“. Ma gli australiani – ha reso noto Naval Group – non hanno voluto “avviare la fase seguente del programma e questo ha rappresentato una grande delusione“. Morrison si è giustificato spiegando che già da giugno aveva manifestato l’intenzione di sfilarsi dall’accordo al presidente francese Emmanuel Macron, ma che comunque i 2,4 miliardi di dollari pagati alla Francia non sono stati uno spreco: sono stati un primo passo per “proteggere gli interessi di sicurezza nazionale dell’Australia”: “La decisione che abbiamo preso di non continuare con i sottomarini della classe Attack e di intraprendere un’altra strada non è un cambiamento di idea, è un cambiamento di necessità”, lasciando intendere le difficoltà che il Paese ha incontrato nel’imbastire il programma di sottomarini di classe SEA 1000 Attack e la consapevolezza che un sottomarino a propulsione convenzionale (SSK) non avrebbe soddisfatto le esigenze future. Il programma di classe Attack per 12 nuovi sommergibili aveva lo scopo di sostituire l’esistente classe Collins di navi d’attacco della Royal Australian Navy, ma ritardi (la consegna della prima imbarcazione lunga 97 metri era prevista per il 2027) ed aumenti dei costi che hanno fatto lievitare il budget totale del programma stimato a 90 miliardi di dollari australiani. 

Di per sé, lo Shortfin Barracuda 1A sarebbe dovuto essere, su richiesta australiana, un riadattamento convenzionale del sommergibile d’attacco nucleare di classe Suffren della Marina francese, e questa modifica necessitava riassetto completo dello scafo di un SSK. La classe Attack, evolutiva piuttosto che rivoluzionaria, non era destinata ad introdurre nuove importanti capacità oltre a quelle già offerte dalla classe Collins. Per questo, stava seguendo una “configurazione tradizionale” e non avrebbe avuto un sistema di propulsione indipendente dall’aria. 

I problemi su SEA 1000 sono, però,  iniziati presto. Un accordo di partenariato strategico (SPA) per gestire i rapporti tra le organizzazioni per tutta la durata del programma era previsto nell’ottobre 2017, ma non è stato firmato prima del febbraio 2019. Nel frattempo, però, nel settembre 2018, il Comitato  consultivo australiano per la costruzione di navi aveva suggerito che il governo avrebbe dovuto esaminare alternative al programma SEA 1000 se il partenariato strategico non fosse stato siglato. Il Consiglio, al contempo, aveva anche fatto osservare che estendere la vita utile della classe Collins darebbe ulteriore tempo “per sviluppare una nuova strategia di acquisizione per il Future Submarine, se necessario”. Il programma di estensione della vita per gli SSK di classe Collins è stato successivamente approvato per garantire che la RAN mantenesse la sua capacità sottomarina per il prossimo futuro, spingendo la data di ritiro al 2038.

Nonostante la sottoscrizione della SPA, numerose erano state le divergenze ingegneristiche e commerciali tra Naval Group è il  suo committente e all’inizio del 2020 un rapporto dell’Australian National Audit Office (ANAO) intitolato ‘Future Submarine Program – Transition to Design’ aveva rilevato che il programma SEA 1000 “non può dimostrare che la sua spesa di 396 milioni di dollari per la progettazione di futuri sottomarini sia stato fino ad oggi pienamente efficace nel raggiungere i due principali traguardi progettuali del programma”. A quel momento c‘era stato un ritardo complessivo di nove mesi nel raggiungimento del Concept Studies Review (CSR) e del Systems Requirement Review (SRR). Lo stesso rapporto ANAO metteva in guardia che un ritardo complessivo di tre anni o più avrebbe potuto comportare una lacuna nella capacità dei sottomarini della RAN. Nella seconda metà del 2020, il Dipartimento della Difesa australiano ha quindi capito che doveva assumere molti rischi e spendere molti soldi per ottenere una tipologia di mezzi incapace di offrire quegli aumenti di capacità di cui la RAN avrà bisogno nei prossimi decenni: nella tecnologia SSK, gli unici miglioramenti che si sarebbero potuti avere riguardavano le dimensioni più grandi e quindi la maggiore capacità di contenere più carburante e batterie in modo da transitare più velocemente.

Qualcosa di simile era successo all’Australia con la classe Collins 20 anni prima di utilizzare un adattamento del design di classe Gotland della Royal Swedish Navy del costruttore navale Kockums per generare le capacità di cui la RAN aveva bisogno per estendere la resistenza dell’SSK. Ma, come allora, sarebbero stati miglioramenti incrementali, non rivoluzionari come quelli della tecnologia nucleare. Intervistato da ‘Sky News’, il Ministro della Difesa britannico Ben Wallace ha spiegato che “l’Australia ha preferito venir meno all’accordo per approfittare dell’opportunità di utilizzare il nucleare in altro modo”…”Non abbiamo alcuna intenzione di indispettire la Francia, che è una dei nostri maggiori alleati in Europa, abbiamo in piedi progetti militari insieme e interessi comuni. Ogni Paese fa le sue scelte anche a seconda degli interessi della propria sicurezza nazionale”.

Uno smacco per l’ambizione globale della Francia che – è la linea del quotidiano ‘Liberation’ – con la fine del contratto con l’Australia, “vede crollare la sua strategia nella zona dell’Indo-Pacifico”, costruita “con pazienza” dal Presidente Macron negli anni. ‘Pauvre Napoléon !’ scrive sarcasticamente ‘Boulevard Voltaire’. Anche per questo, Biden ci ha tenuto a sottolineare la volontà di collaborare con la Francia per far fronte alle sfide future in Asia.

“La scelta degli Stati Uniti di accantonare un alleato e partner europeo come la Francia da un partenariato strutturale con l’Australia, in un momento di sfide senza precedenti nella regione indo-pacifica (…) dimostra una mancanza di coerenza di cui la Francia non può che prendere atto con rammarico”, si legge nel primo comunicato congiunto dei ministri di Esteri e Difesa Jean-Yves Le Drian e Florence Parly, la quale ha contestato «la rottura del contratto da parte dell’Australia, da un punto di vista di geopolitica e di politica internazionale, è molto grave», aggiungendo di ritenersi «lucida sulla maniera con la quale gli Stati Uniti trattano i loro alleati». Philippe Etienne, ex consigliere diplomatico del presidente francese e oggi ambasciatore negli Stati Uniti, è stato più sottile: “È interessante notare che esattamente 240 anni fa la marina francese sconfisse la marina britannica a Chesapeake Bay, aprendo la strada alla vittoria di Yorktown e all’indipendenza degli Stati Uniti”.

Giovedì 16 settembre, il personale diplomatico francese a Washington aveva annullato una serata di gala organizzata per commemorare il 240esimo anniversario della battaglia dei Virginia Capes – durante la quale i francesi hanno sostenuto le colonie nella lotta per l’indipendenza – che avrebbe dovuto svolgersi ieri, 17 settembre, presso l’ambasciata francese e a bordo di una fregata a Baltimora per celebrare le relazioni bilaterali tra Stati Uniti e Francia. L’annullamento è stato deciso come atto di protesta contro la nuova alleanza formata dall’Australia assieme a Stati Uniti e Regno Unito. Il ‘New York Times’ ha descritto i funzionari francesi come ‘furiosi’ per la nuova intesa e non è escluso che questo strappo possa dare nuova linfa agli sforzi per una difesa comune europea. 

“[Charles] De Gaulle avrebbe preparato una visita a Pechino” – ha scritto anche Gérard Araud, diplomatico francese in pensione, ex ambasciatore in Israele, alle Nazioni Unite e negli Stati Uniti, molto vicino al presidente Emmanuel Macron – “Ciò che colpisce è che l’amministrazione Biden non ha fatto nulla per attutire il colpo che stava infliggendo alla Francia. Nessuna consultazione, nessuna collaborazione, nessun risarcimento”. Sempre per protesta, nella serata di ieri, infine, la Francia ha annunciato che avrebbe richiamato immediatamente i suoi ambasciatori negli Stati Uniti e in Australia per protestare contro l’AUKUS e, in particolare, con la parte dell’intesa che prevede il trasferimento all’Australia di tecnologie necessarie allo sviluppo di sottomarini a propulsione nucleare: “Su richiesta del presidente della Repubblica, ho deciso di richiamare immediatamente i nostri due ambasciatori negli Stati Uniti e in Australia a Parigi per consultazioni” – ha affermato il capo della diplomazia francese, Jean-Yves Le Drian – “Questa decisione eccezionale è giustificata dall’eccezionale gravità degli annunci fatti il 15 settembre da Australia e Stati Uniti”. 

Il sottomarino nucleare, va detto chiaramente, non è un’arma nucleare, bensì un sottomarino che trae energia dal reattore nucleare che si trova a bordo. Rimane aperta la questione sulla materia prima necessaria per la propulsione, cioè l’uranio arricchito con cui sono generalmente alimentati. L’uranio naturale estratto dal suolo consiste principalmente di un isotopo chiamato uranio-238, mescolato con piccole quantità (0,7%) dell’isotopo chiave uranio-235. Affinché il reattore funzioni, il combustibile di uranio deve essere ‘arricchito’ per contenere la proporzione desiderata di uranio-235. Per i sottomarini, questo è in genere circa il 50%. Affinché l’uranio sia designato ‘weapon grade’, deve essere invece arricchito fino al 90%.

Il grado di arricchimento dell’uranio è un fattore cruciale per mantenere una reazione a catena che dia un livello di produzione di energia coerente e sicuro. All’interno del reattore, l’uranio-235 viene bombardato con neutroni, provocando la fissione nucleare di alcuni nuclei. A loro volta, vengono rilasciati più neutroni e il processo continua in una cosiddetta ‘reazione nucleare a catena’. L’energia viene ceduta sotto forma di calore, che può essere utilizzato per azionare turbine che generano elettricità per il sottomarino. 

Sebbene l’Australia abbia un’ampia disponibilità di uranio nel sottosuolo, non ha la capacità di arricchire o fabbricare il combustibile del reattore, e questo rende inevitabile l’importazione dall’estero. I tre firmatari dell’accordo potrebbero essere costretti a limitare l’attività di alcuni dei propri reattori, spostando il materiale fissile sulla catena produttiva. D’altra parte, l’Australia non ha mai prodotto un’arma nucleare ed è parte dei trattati di non proliferazione nucleare e dei regimi internazionali di controllo delle esportazioni, compreso il Trattato di non proliferazione delle armi nucleari e l’Iniziativa di non proliferazione e disarmo. Per quando concerne il combustibile esaurito, la Commissione reale del ciclo del combustibile nucleare australiana del 2015 ha riscontrato la fattibilità commerciale per gli impianti di stoccaggio e smaltimento di rifiuti radioattivi a lungo termine nell’Australia meridionale. Se necessario, sarà senza dubbio oggetto di deliberazioni a livello di governo locale e federale negli anni a venire.

Non sono valse a nulla le rassicurazioni di Morrison sull’adesione dell’Australia “ai più alti standard di salvaguardia, trasparenza, verifica e misure contabili per la non proliferazione, la sicurezza e la protezione del materiale e della tecnologia nucleare“. Anzi, un editoriale del ‘Global Times’, vicino al governo cinese, ci ha ricamato sopra affermando provocatoriamente addirittura che “il possesso di sottomarini a propulsione nucleare diventerà una tentazione universale. Il mondo deve prepararsi per l’arrivo di una “febbre sottomarina nucleare”

In realtà, non sono solo cinesi le preoccupazioni internazionali sull’uso di quantità di uranio arricchito che non sarebbe sottoposto ai controlli degli organi internazionali. Molti, infatti, sostengono che l’AUKUS rappresenti un pericoloso precedente per consentire agli Stati di trovare ‘vie di fuga’ dagli impegni sul nucleare: secondo questa interpretazione, l’intesa annunciata pochi giorni fa consentirebbe ai Paesi non dotati di armi nucleari di rimuovere il materiale fissile usato per i reattori sottomarini dalle scorte monitorate dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA).

Secondo Kingston Reif, Direttore della politica di disarmo e riduzione delle minacce presso l’Associazione per il controllo degli armamenti, una domanda aperta è se i sottomarini australiani saranno alimentati da uranio altamente arricchito (93-97% di HEU) – che alimenta sia i sottomarini americani che britannici, ma serve anche per le armi nucleari – oppure se da uranio a basso arricchimento (meno del 20% di LEU) che alimenta i sommergibili della Cina e della Francia, ma che non può essere usato per le armi nucleari. Tuttavia, LEU e HEU riservati alla propulsione navale sono per scopi militari, ma non per armi e quindi non sono soggetti allo stesso insieme di garanzie. In qualità di presidente del G7, il Regno Unito si è impegnato a “rinvigorire l’obiettivo di ridurre al minimo la produzione e l’uso di uranio altamente arricchito (HEU)”. Nell’ottica di Reif, l’uso di uranio a basso arricchimento potrebbe aiutare a calmare i timori sulla proliferazione nucleare. Peraltro, si prevede inoltre che gli Stati Uniti esauriranno l’uranio altamente arricchito che alimenta i suoi sottomarini e portaerei entro il 2060, e non è chiaro come la necessità di fornire il combustibile all’Australia potrebbe incidere su questo stato di cose.

“Se gli Stati Uniti e il Regno Unito aiutano l’Australia ad acquisire sottomarini nucleari, diranno di no, ad esempio, alla Corea del Sud, le cui credenziali di non proliferazione sono tutt’altro che perfette (mi dispiace) e che ha maggiori potenziali incentivi a proliferare?” Ha scritto su Twitter James Acton, co-presidente del programma di politica nucleare presso il Carnegie Endowment for International Peace, a detta del quale il precedente australiano potrebbe spingere alcuni Stati a pericolose emulazioni: spostando l’uranio arricchito sull’alimentazione di mezzi bellici potrebbe essere usato di fatto per creare delle vere e proprie armi atomiche, eludendo i controlli internazionali.

Altri sono scettici, rigettando l’ipotesi di un rischio proliferazione dopo il caso australiano: tra questi, Vipin Narang, professore di sicurezza nucleare e scienze politiche presso il Massachusetts Institute of Technology, convinto che, poiché l’Australia è così lontana ed avendo da così tanto oceano da pattugliare, i benefici della maggiore autonomia offerta da un sottomarino nucleare superano i potenziali rischi: “Se c’è un paese di cui mi fido, è davvero l’Australia. So che ci sono rischi di proliferazione, ma per me sono compensati dalla sensazione confusa che ho dall’Australia che ha SSN per aiutarci”.

La Nuova Zelanda ha, però, già messo le mani avanti: la Prima Ministra, Jacinda Ardern, ha rimarcato che l’AUKUS “non cambia in alcun modo” gli accordi di intelligence esistenti con le tre nazioni o con il Canada, i ‘Five Eyes’, ma ha già messo in chiaro che non farà alcuna eccezione per l’Australia, non derogando al divieto decennale per le navi a propulsione nucleare di entrare nelle proprie acque.

Inoltre, occorre sottolineare che i sottomarini a propulsione nucleare, oggetto dell’AUKUS, che l’Australia costruirà con l’aiuto anglo-americano sono gli SSN ovvero sottomarini d’attacco noti come ‘squali’ che, pur non dotati di armamenti nucleari, sono progettati per portare attacchi alle forze armate avversarie non solo navali, garantendo una certa copertura anche alle proprie. Niente a che vedere con gli SSBN cioè i sottomarini lanciamissili balistici nucleari, cruciali per una potenza nucleare, di cui può garantire una capacità di ‘second strike’, ma neanche con gli SSGN che hanno capacità di lancio di missili da crociera. Canberra ha, tra le altre cose, annunciato di voler rafforzare il proprio arsenale, acquistando dagli Stati Uniti anche una serie di missili da crociera Tomahawk a lungo raggio: “Miglioreremo la nostra capacità di attacco”, ha commentato soddisfatto il Premier Morrison. 

Come vedremo, sono numerosi i vantaggi dei sottomarini nucleari: tra questi, l’alta velocità prolungata nel tempo; l’assoluta assenza di necessità di rifornimento o di aria (snorkeling); immersioni più lunghe. Tutte caratteristiche che li rendono meno visibili alle difese avversarie. Sono solo sei le nazioni hanno posseduto e gestito sottomarini nucleari: Stati Uniti, Regno Unito, Russia, Cina, Francia, India

Gli Stati Uniti – che nella tecnologia nucleare sottomarina fecero da apripista nel 1955 con il varo del ‘Nautilus’ – pensano alla nuova generazione di sottomarini d’attacco (SSNX), ma ad oggi possono contare su un programma di almeno 60 unità, di cui 20 operative e altrettante già commissionate, della classe Virginia che lentamente stanno sostituendo la Los Angeles. La Russia dispone, invece , di 17 sottomarini d’attacco a propulsione nucleare, ma con capacità anti-sommergibile della classe Akula, destinati alla progressiva sostituzione da parte della classe Yasen che, essendo lanciamissili, prenderà il posto anche della classe Antey. Mosca, però, ha anche l’asso nella manica del sottomarino a propulsione nucleare Belgorod, in grado di montare siluri strategici Poseidon. La Russia ha fornito all’India il suo Chakra-II, un sottomarino d’attacco a propulsione nucleare sempre di classe Akula. Parigi schiera sette sottomarini d’attacco di classe Rubis, ma ha già impostato la classe Barracuda (quella che aveva scelto anche la marina australiana) mentre Pechino sembra star allargando le sue capacità che, attualmente, comprenderebbero sei sottomarini d’attacco a propulsione nucleare di classe Shang. Il Regno Unito può contare su sette sottomarini in parte della classe Astute che sta gradualmente sostituendo gli ultimi Trafalgar. 

Ciò detto, perché i sottomarini nucleari sono uno dei punti nodali dell’AUKUS, anche in funzione anti-cinese? Ci sono effettivamente rischi di proliferazione nucleare? L’AUKUS è l’anticamera di una NATO asiatica? Ha risposto a queste domande l’Ammiraglio Ferdinando Sanfelice Di Monteforte, Professore di Studi strategici presso l’Università di Trieste (Polo di Gorizia) oltre che autore, insieme a Laura Quadarella, del libro ‘Il mondo dopo il Covid-19’ (Mursia, 2020).

Ammiraglio, che impressione Le ha fatto l’annuncio dell’accordo AUKUS? L’asse del mondo si è definitivamente spostato ad Est?

Sì. In realtà, gli unici che stanno facendo nel Mare della Cina Meridionale e comunque nelle aree marina rivendicate dalla Cina le cosiddette ‘Freedoom of Navigation Operations’ sono Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia perché sia il Canada sia i Paesi europei si sono rifiutati di prendervi parte. E queste operazioni dalle marine americana, britannica ed australiana per contestare il fatto che i cinesi rivendicano determinate aree di mare – tra cui il Mar della Cina Meridionale, ma non solo – come loro acque interne. Sono rivendicazioni che vanno avanti da almeno un decennio. 

Perché il sottomarino nucleare è così strategico nell’ottica della deterrenza rispetto alla Cina?

Il sottomarino nucleare, rispetto al sottomarino convenzionale a propulsione indipendente (IP) dall’aria, ha il vantaggio dell’autonomia sott’acqua, quindi può stare per più tempo in immersione; poi ha quello della velocità nel senso che gli IP hanno una velocità media non superiore ai 14/15 nodi pena il dover riemergere. Il nodo del contendere è che la Cina, rivendicando la sovranità soprattutto del Mar Cinese Meridionale, sta tentando di crearsi un ‘santuario per sommergibili nucleari lanciamissili’. E gli unici mezzi idonei a contrastare sommergibili nucleari lanciamissili cinesi sono i sommergibili nucleari d’attacco. Nato in funzione ‘anti-sommergibile’ per lanciare siluri contro i sommergibili nucleari lanciamissili, con gli anni ha acquisito la capacità di ‘strike’ grazie ai missili Tomahawk e similari. 

Sono i sottomarini cosiddetti ‘squali’.

Esatto. Sottomarini che, però, con il tempo, sono diventati anche loro un po’ ‘strategici’, lanciando missili Cruise: hanno, di fatto, acquisito – seppur con minori dimensioni e, soprattutto, mirata piuttosto che di distruzione di massa – una certa capacità strategica. Sono, però, ovviamente, armati convenzionalmente. 

Ha avuto esperienze di dirette con sottomarini di questo genere?

Personalmente, avevo alle mie dipendenze il comando di sommergibili del Mediterraneo che dirigeva, in operazioni NATO, i sommergibili alleati. Ogni tanto, qualche sommergibile nucleare di attacco americano o inglese veniva aggregato e, quindi, li ho gestiti, ma hanno sempre operato con regole precise e con ruoli che erano molto importanti in quel periodo e cioè di ‘allerta’. 

“La decisione che abbiamo preso di non continuare con il sottomarino Attack Class e di percorrere questa strada non è un voltafaccia, ma una necessità”, ha detto il Premier australiano, Scott Morrison. In cosa consiste questa necessità che, però, ha scatenato le ire francesi?

I francesi se la devono prendere con loro stessi perché hanno fatto con quella commessa: se io compro sommergibili convenzionali, seppur IP, li compro perché non voglio spendere tantissimi soldi che, invece, costerebbero quelli nucleari. Se la differenza di prezzo evapora, allora, dal punto di vista australiano, tanto vale acquistare i nucleari che hanno l’enorme vantaggio dell’autonomia. Se ci si mette nei panni di uno stratega australiano, ben si comprende come, avendo un’isola enorme (un piccolo Continente), con il mare tutt’intorno, siano necessari dei mezzi che possano, al momento di bisogno, andare da destra a sinistra e da sinistra a destra, e molto velocemente. È vero che il ‘settore di rischio’ per l’Australia è tutta la parte settentrionale, però anche solo quella è vastissima. Ci sono, sicuramente, le navi di superficie per risolvere le tensioni a livello intermedio, ma quando -come vogliono fare Stati Uniti, Gran Bretagna ed Australia – si tratta di fare il gioco duro …. allora questi mezzi sono fondamentali. 

D’altro canto, è facile presumere che la disponibilità australiana di simili sottomarini permette un diverso impiego di una parte di quelli anglo-americani.

Esattamente. Non bisogna dimenticare che la Marina inglese è la Marina che negli ultimi cinquant’anni ha subito le maggiori riduzioni. 

Il Premier australiano Morrison ci ha tenuto a precisare che l’Australia non intende modificare il suo status non-nucleare. Tuttavia, per la costruzione di questi sottomarini nucleari – che avverrà in Australia, ma grazie alla condivisione di segreti militari da parte USA e UK – c’è bisogno dell’uranio arricchito, che verrà fornito dagli Stati Uniti. Secondo alcuni esperti internazionali, questa circostanza favorirebbe la proliferazione nucleare. Lei è d’accordo?

Lei immagina australiani che vanno ad assaltare i confini cinesi con missili nucleari? Voglio dire: si può fare qualsiasi ipotesi, ma se si parte dal presupposto che di solito i leader politici, per lo più democratici, hanno normalmente buon senso e che gli apparati statali di questi Paesi frenano molto spesso i politici quando vogliono fare il passo più lungo della gamba, queste ipotesi non appaiono realistiche. 

Cosa cambierà nell’equilibrio di potenza? C’è un maggior rischio di ‘incidenti’?

Qualche sommergibile un più non cambierà l’equilibrio di potenza nella regione. Già l’Australia ha qualche vantaggio in più dal punto di vista difensivo per tenere lontani, soprattutto, i cinesi la cui ondata espansiva viene temuta dagli australiani stessi, ma non serve a molto di più. Non consideriamo i sommergibili nucleari d’attacco con missili privi di testate nucleari come armi assolute 

Pechino ha subito tuonato contro l’accordo AUKUS bollandolo come un’’alleanza irresponsabile’. La Cina ha una flotta di 60 sottomarini, inclusi sei sottomarini d’attacco a propulsione nucleare, secondo un recente report della Nuclear Threat Initiative. Cosa teme la Cina dall’intesa siglata da USA, UK e Australia? È possibile che ci siano nuove e più importanti tensioni?

La Cina si rende conto che, con una maggiore presenza militare occidentale, si trova in una situazione in cui determinati obiettivi diventano impossibili da realizzare: un esempio per tutti è Taiwan. Non che i cinesi si stiano organizzando per invadere Taiwan – anche perché se lo facessero, si troverebbero impelagati altro che in una guerriglia come in Afghanistan – ma quello che conta per il governo cinese è che la sua opinione pubblica sia convinta che i loro governanti, se vogliono, possono. Ora che si trovano delle presenze forti davanti, la loro posizione di prestigio diminuisce. 

Si possono, quindi, escludere movimenti militari di ripicca da parte cinese nell’Indo-Pacifico?

La Cina ha un sistema semplicissimo per creare tensione in Asia: dare soldi alla Corea del Nord. 

Facendo fare a Pyongyang il ‘lavoro sporco’?

Certo. Viviamo nell’era delle ‘proxy wars’.

Da almeno un decennio, i Paesi dell’Indo-Pacifico alleati degli Stati Uniti reclamavano rassicurazione da parte di Washington. L’AUKUS ha anche questo fine? Ed anche altri alleati regionali potrebbero voler ricevere lo stesso trattamento dell’Australia?

C’era già un trattato, l’ANZUS, ma la Nuova Zelanda si è poi ripiegata su una politica neutralista. In Nuova Zelanda, non sono permesse neanche le visite di armi a propulsione nucleare.

A questo riguardo, infatti, la Premier neozelandese, Jacinda Andern, ha già fatto capire che, anche a fronte dell’AUKUS, non ci saranno eccezioni neanche per le nuove imbarcazioni australiane.

Esatto. Quindi, l’ANZUS, dal punto di vista difensivo, si era, seppur parzialmente, indebolito. L’AUKUS, allora, nasce per avere un qualcosa di organico – anche se l’attività, in veste pratica, veniva già fatta – che costituisca una bandiera sostitutiva dell’ANZUS che si era praticamente disfatto.

Alcuni osservatori vedono nell’AUKUS una sorta di ‘anticamera’ di una NATO asiatica. Lei è dello stesso avviso? E pensa che l’AUKUS sia destinato ad allargarsi ad altri membri, ad esempio del formato QUAD, oppure rimarrà un’asse trilaterale?

Tutti gli altri Paesi asiatici, con l’eccezione dell’India – che è il ‘nemico giurato’ della Cina – sono molto attenti a far precipitare le situazioni. Inoltre, l’India ha altri problemi che, pur alleandosi con qualcun altro, non può risolvere. Non saprei, è possibile che qualche Paese minore come le Filippine possano fornire basi, non potendo fornire forze, per l’AUKUS, ma esistono già dei trattati bilaterali. Piuttosto che una NATO asiatica, penso che ci sarà al massimo dell’ingegneria diplomatica per salvare i patti bilaterali e farli confluire nell’AUKUS. 

Il fatto che gli alleati europei occidentali siano stati bypassati per la seconda volta, come lo interpreta?

Tutte le nazioni europee, con l’eccezione della Gran Bretagna, si sono a suo tempo rifiutate di fare ‘Freedom of navigation operations’ e si sono rifiutate di lasciarsi coinvolgere nelle dispute con la Cina. L’Unione Europea si è dichiarata ‘delusa’ dell’AUKUS. Questo significa che l’Europa mantiene nei confronti di Pechino un rapporto che mira a tenere le situazioni di ‘relativa stabilità’, al di sotto del livello di crisi, essendo consapevole di non poter fare nulla, mentre, invece, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e l’Australia vorrebbero fare qualcosina in più. Gli europei, del resto, non sono stupidi: nella posizione dell’Italia, chi alzerebbe il tono nei rapporti con la Cina? E nella posizione della Germania? Invece la Gran Bretagna, che aiuta gli Stati Uniti, ha mandato la Queen Elizabeth II nel Mar Cinese Meridionale. E poi? Tra un paio di mesi, tornerà in porto, andrà ai ‘grandi lavori’ e se ne riparlerà tra un anno. 

La Francia, come ricordava prima, ha perso un’importante commessa per Naval Group. ‘Pugnalata alla schiena’ l’ha definita il Ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, che oggi ha richiamato gli ambasciatori francesi in Australia e Stati Uniti. Un’esagerazione?

Credo si tratti di una reazione a carattere momentaneo, a beneficio dell’opinione pubblica (l’ambasciatore a Londra è rimasto). Qualcosa Macron doveva fare in periodo elettorale.

Lo stesso Ministro Le Drian ieri ha affermato, non senza una certa delusione, che un atteggiamento simile poteva essere farina del sacco di Trump, non di Biden. Tra i due non c’è discontinuità, come auspicavano gli europei e come lo stesso Biden aveva annunciato? 

Io non sono severo né con Trump nè con Biden. Da anni, un certo numero di studiosi premono sul governo e sul Congresso americano perché gli Stati Uniti siano un po’ meno aggressivi e un po’ meno ‘avventuristi’. E quindi gli Stati Uniti, inevitabilmente, saranno costretti a ridurre i loro soldi per lo sforzo bellico, a ridurre la loro presenza in giro per il mondo. 

Questi strappi potrebbero minare la coesione della NATO?

Nella NATO c’è sempre stata una divisione dei Paesi in tre gruppi: gli ‘expeditionary’, quelli che venivano portare la NATO più lontano possibile, facendo attività fuori ‘porta’ ed erano, soprattutto, americani, inglesi e, in qualche caso, i canadesi; il gruppo dei Paesi dell’Est, vicini o ex appartenenti all’Unione Sovietica, che puntano alla protezione e alla rilevanza dell’articolo 5; i ‘cerchiobottisti’ dello ‘state boni se potete’ tra cui l’Italia, la Germania, ecc.. che provano a mediare. Se la NATO è andata in Afghanistan, è stato per il prevalere della componente ‘expeditionary’. E se si va a vedere il documento che è stato pubblicato come base del prossimo concetto strategico della NATO, vedrà delle cose che sono proprie dei Paesi ‘expeditionary’: per esempio, si afferma che la NATO deve diventare il pilastro della stabilità a livello mondiale. 

A proposito di NATO, ieri l’Alleanza ha celebrato – alla presenza del Presidente della Repubblica,  Sergio Mattarella – 70 anni di attività in Italia col Comando alleato a Napoli. Ci ha lavorato? Che bilancio fa di questi 70 anni?

Avere la NATO a Napoli ha significato avere un controllo del Mediterraneo che non è da poco. Io ci ho lavorato sei anni, sia pure alle dipendenze di Bagnoli. La NATO a Bagnoli ha significato una buona presenza italiana che dava a tutta la politica di quel Comando un valore aggiunto dal punto di vista diplomatico. Inoltre, c’è il fatto che ha portato a tanto benessere nella città. Sono stati 70 anni positivi che hanno costretto la NATO a non guardare solo a Est, ma a guardare anche a Sud e hanno dato all’interno dell’Alleanza una tinta più diplomatica.

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