giovedì, Ottobre 21

AUKUS: l’altro nome della nuova Guerra Fredda L'accordo USA - Regno Unito - Australia è destinato ad avere implicazioni di vasta portata per il futuro equilibrio strategico in Asia e per il percorso verso l'autonomia strategica della UE, e costi per l'Australia da pagare alla UE

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A Parigi sono infuriati, a Bruxelles molto irritati. Il motivo è nell’annuncio del 15 settembre di AUKUS –o, come sottolineano alcuni, ANZUS 2.0, 70 anni dopo che, nel 1951, Stati Uniti, Australia e Nuova Zelanda hanno firmato il trattato ANZUS, che impegna i tre a difendersi l’un l’altro e a lavorare insieme per garantire un Pacifico in pace. AUKUS è l‘alleanza tra Stati Uniti, Australia, Regno Unito che prevede che l’Australia costruisca una flotta di sottomarini a propulsione nucleare grazie alla condivisione della tecnologia e delle competenze di americani e inglesi, come parte di una nuova partnership in materia di Difesa e Sicurezza con gli Stati Uniti e il Regno Unito. Obiettivo: contrastare l’influenza cinese nella regione dell’Indo-Pacifico.
L’accordo implica la rescissione unilaterale di Canberra dal contratto con il costruttore di sottomarini francese Naval Group, che nel 2016 aveva ottenuto il contratto battendo i concorrenti tedeschi e giapponesi.
Un contratto del valore di 56 miliardi di euro per la fornitura all’Australia di 12 sottomarini convenzionali alimentati a diesel sfumato causa il repentino cambiamento di rotta della politica estera e di difesa di Canberra, ma soprattutto, Parigi e Bruxelles si preoccupano e arrabbiano per i modi, un affronto che Canberra e Washington abbiano informato gliamicieuropei della decisione attraverso i media, senza preventive informative e consultazioni. Per usare le parole di un funzionario UE rilasciate all’agenzia ‘AGI‘, «è la seconda volta che si prende un’importante decisione di questo tipo senza che veniamo coinvolti» e «siamo preoccupati per le conseguenze che potrebbe avere in diversi ambiti. Dovremo parlarne a livello Ue, ma anche con la Nato».
Anche con la Nato, certo, perchè
se davvero AUKUS è il primo nucleo di quello che negli anni 40 sarebbe diventata la Nato, prendendo atto del fatto che la UE è stata tagliata fuori da questo grande piano, allora la UE deve ripensare completamente la sua politica estera e di difesa, senza trascurare quella economica, il che significherebbe un cambiamento epocale.
Il caso è diventato immediatamente politico-diplomatico non solo per la Francia -che venerdì ha richiamato per ‘consultazioni’ i suoi ambasciatori da Washington e da Canberra e a seguire ha cancellato il vertice dei Ministri della Difesa di Francia e Regno Unito che si sarebbe dovuto tenere in settimana-, soprattutto per la UE, che ha subito riaffermato l’urgenza di unaautonomia strategica europea‘ con meno affidamento sulla tecnologia e sull’esercito americani.

Per la Francia -terzo esportatore mondiale di armi- è un colpo economico, ma anche politico, considerato che in questo modo rischia di perdere forza nell’Indo-Pacifico dove ha interessi non da poco, e uomini sul terreno.
Funzionari francesi di alto rango parlano apertamente di ‘tradimento’. Il Ministro degli Esteri francese,
Jean-Yves Le Drian, si è detto «arrabbiato e amareggiato». «Questo non si fa tra alleati. È davvero una pugnalata alle spalle», aggiungendo che «Questa decisione brutale e unilaterale assomiglia molto a ciò che faceva Trump». Le Drian e il Ministro delle Forze Armate, Florence Parly, hanno rilasciato subito, mercoledì, una dichiarazione congiunta nella quale si afferma che: «La scelta americana di escludere un alleato e un partner europeo come la Francia da una partnership strutturante con l’Australia, in un momento in cui stiamo affrontando sfide senza precedenti in la regione Indo-Pacifica, sia in termini di valori sia in termini di rispetto per il multilateralismo basato sullo stato di diritto, mostra una mancanza di coerenza che la Francia può solo notare e deplorare». La Francia, prosegue la dichiarazione congiunta, è «l’unica Nazione europea presente nell’Indo-Pacifico con quasi due milioni di cittadini e più di 7.000 militari». AUKUS «rafforza la necessità di rendere forte e chiara la questione dell’autonomia strategica europea».


Vero è che americani e australiani sostengono che alti funzionari francesi erano stati preventivamente informati della decisione del governo australiano, decisione «trasmessa direttamente al Presidente, trasmesso direttamente al Ministro degli Esteri e al Ministro della Difesa», ha detto venerdì il Primo Ministro australiano, Scott Morrison. Il suo Ministro della Difesa, Peter Dutton, ha dichiarato che la decisione di scegliere il sottomarino a propulsione nucleare americano rispetto al sottomarino diesel convenzionale francese «si basa su ciò che è nel migliore interesse della nostra sicurezza nazionale». I vertici australiani sottolineano altresì che da mesi stavano segnalando alla Francia le loro perplessità sulla commessa e che stavano cercando di rescindere il contratto.

Negli ultimi anni, il Governo australiano e il suo Dipartimento della Difesa «hanno posto maggiore enfasi sulle capacità militari a lungo raggio, in particolare con l’aggiornamento strategico della difesa del 2020. Questo piano include l’acquisizione di missili e capacità spaziali e cibernetiche. I sottomarini a propulsione nucleare si inseriscono in questo quadro», spega John Blaxland, docente del Strategic and Defence Studies Centre dell’Università nazionale australiana. «Il vantaggio dei sottomarini nucleari è che non hanno bisogno di risalire in superficie e possono rimanere sommersi, e quindi nascosti, più a lungo» rispetto ai sottomarini con propulsione convenzionale (diesel-elettrica), i quali devono emergere regolarmente, esponendosi al rilevamento.
Il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha cercato di calmare e rassicurare l’Europa, affermando: «Voglio sottolineare che non esiste un divario regionale che separa gli interessi dei nostri partner dell’Atlantico e del Pacifico», gli Stati Uniti accolgono con favore «i Paesi europei che svolgono un ruolo importante nell’Indo-Pacifico», aggiungendo che «la Francia, in particolare, è un partner vitale su questo e su tanti altri problemi che risalgono a generazioni fa, e vogliamo trovare ogni opportunità per approfondire la nostra cooperazione transatlantica nell’Indo-Pacifico e in tutto il mondo».
Parole che sembrano non aver sortito alcun risultato. Parole, appunto, perchè l’Europa, per dirla con
Le Drian, sempre più vede in quel che fa e come lo fa Biden, qualcosa che «assomiglia molto a ciò che faceva Trump». Oltre al fatto che l’Europa non si è mai davvero convinta a partecipare attivamente alla strategia anti-Cina degli Stati Uniti.

L’accordo -pochi sapevano che era in gestazione, una segretezza che ad alcuni appare preoccupante- è di grande portata, concentra l’attenzione sull’Indo-Pacifico e sull’Oceano Atlantico, ed è destinato ad avere implicazioni di vasta portata per il futuro equilibrio strategico in Asia.
Il Paese sarà armato di una nuova flotta di sottomarini a propulsione nucleare (SSN), che hanno una portata e una resistenza molto maggiore rispetto alla costosa flotta di sottomarini diesel di fabbricazione francese, ed entrerà nel club dei Paesi che detengono queste armi nella loro flotta –
Regno Unito, Stati Uniti, Cina, Russia, India e Francia. Con la Cina che, secondo alcuni analisti, potrebbe costruire tra 100 e 200 silos per una nuova generazione di missili intercontinentali nucleari.
Nei prossimi 18 mesi, Adelaide vedrà team tecnici di tutti e tre i Paesi che lavorano alla costruzione dei sottomarini, secondo le dichiarazioni della Casa Bianca. Questi sottomarini trasformeranno potenzialmente le capacità della difesa australiana, consentendole di schierare i suoi sottomarini su distanze molto maggiori, e «di sostenere e migliorare la deterrenza in tutto l’Indo-Pacifico», sostiene la Casa Bianca. Inoltre, l’Australia sarà integrata molto meglio con le forze americane e britanniche.
Tutti e tre i leader, nel briefing del 15 settembre, si sono preoccupati di sottolineare che l’Australia non ha intenzione di perseguire armi nucleari, sebbene queste capacità si svilupperanno necessariamente insieme ai limitati obiettivi di propulsione dell’AUKUS. Una rassicurazione che non ha evitato che i gruppi antinucleari e molti cittadini dell’Australia si dicano arrabbiati e preoccupati per l’accordo, preoccupati che possa essere un cavallo di Troia per un’industria nucleare, a cui la Nazione ha resistito per decenni. E il Primo Ministro neozelandese, Jacinda Ardern, ha parlato con il suo omologo australiano, Scott Morrison, per dirgli che le navi non sarebbero state le benvenute nelle acque del suo Paese, che è non-nucleare dal 1984.
In Australia, comunque, c’è un crescente consenso sul fatto che il Paese debba fare di più per scoraggiare le azioni cinesi nella regione. Ma la deterrenza richiede capacità credibili. Questa nuova alleanza è coerente con questo obiettivo, affermano gli analisti. Negli ultimi 70 anni il Paese ha affidato la sua difesa agli USA -nel contesto del trattato ANZUS-, questa nuova coalizione si sta muovendo nella direzione di lavorare con gli USA e il Regno Unito ma per migliorare la capacità dell’Australia di difendersi anche in proprio. Il Libro bianco sulla politica estera australiana del 2017 parlava di investire nei legami di sicurezza regionali. Affinché questo cambiamento di politica migliori la sicurezza del Paese, deve essere accompagnato da sforzi molto maggiori per rafforzare la sicurezza e la stabilità insieme ai vicini dell’Australia nel sud-est asiatico e nel Pacifico. Per tanto AUKUS richiede anche un forte impegno politico-diplomatico rivolto ai vicini regionali.
AUKUS, infatti, sembra destinato avere importanti implicazioni anche per il sud-est asiatico, una regione che si trova al centro della regione geografica -l’Indo-Pacifico- che è l’obiettivo principale della nuova partnership.
Quasi certamente l’accordo non sarà facilmente digeribile per i Paesi del sud-est asiatico. È probabile che alcuni governi dell’area, «in particolare quelli che affrontano la crescente potenza militare cinese nel Mar Cinese Meridionale, sosterranno silenziosamente la mossa», afferma Sebastian Strangio, grande conoscitore del sud-est asiatico, su ‘The Diplomat. E però «ci saranno indubbiamente preoccupazioni regionali sull’impatto della partnership sul sud-est asiatico: che potrebbe includere la regione all’interno di una competizione strategica più ampia, spostarla dalla sua posizione auto-rivendicata dicentralitàregionale ed erodere la sua autonomia strategica faticosamente conquistata». Inoltre, sebbene ci siano motivi di tensione con la Cina, i Paesi dell’area beneficiano del commercio con Pechino e, sempre più, degli investimenti diretti esteri delle imprese cinesi. Per tanto il lavoro diplomatico che Canberra sarà chiamata a condurre nei prossimi anni sarà certamente molto difficile.


L’accordo, esprime un «immenso cambiamento nelle capacità di difesa dell’Australia», afferma Patricia A. O’Brien, Visiting Fellow al Dipartimento Pacific Affairs dell’Australian National University. «Oltre ad aumentare esponenzialmente le capacità militari dell’Australia, la logica generale di AUKUS è quella di collegare insieme alleati e partner esistenti. Ciò a sua volta creerà una rete globale di accordi di sicurezza per combattere la massiccia e rapida espansione globale della Cina. Questo è il motivo per cui il focus di AUKUS è sull’Indo-Pacifico, che si estende dal Pacifico orientale alla costa orientale dell’Africa».
L’Australia sarà così maggiormente integrata nell’orbita americana, sottolinea John Blaxland. «Tecnologicamente e militarmente, questo significa che se gli Stati Uniti entrano in conflitto nella regione indo-pacifica, sarà molto più difficile per gli australiani non essere coinvolti direttamente e quasi automaticamente. È anche un elemento positivo in termini di deterrenza contro la Cina. Nei prossimi anni, il nuovo accordo rafforzerà il potere deterrente dell’Australia contro Pechino. I responsabili politici e i leader cinesi dovranno considerare i maggiori rischi e potrebbero essere meno inclini a decidere di intraprendere un’azione ostile. La posta in gioco sarebbe troppo alta e le prospettive di successo troppo basse».

Tutto lascia pensare, però, che l’Australia la pagherà cara alla Francia e alla UE, e con gli Stati Uniti di Biden a questo punto il clima è davvero troppo teso. Prima l’Afghanistan e ora l’Australia, per Bruxells sono segnali che gli europei non si possono più fidare dell’alleato americano e che Biden non è altro che la versione ‘elegante’ di Donald Trump.
L
‘Unione Europea dovrà ripensare la sua «dottrina diplomatica e militare nella regione indo-pacifica con un preavviso molto breve», affermano Romain Fathi, docente di Storia, alla Flinders University, che analizza le conseguenze dalla rottamazione dell’accordo con la Francia e relativo affronto all’Unione Europea. Tra il resto, AUKUS è stato annunciato poche ore prima che la Commissione europea presentasse la sua nuova strategia per meglio promuovere la presenza europea nell’Indo-Pacifico. «L’Australia dovrà ora affrontare ritorsioni economiche e diplomatiche dalla Francia. Come e quando verrà deciso a tempo debito sia a Parigi che a Bruxelles».

In primo luogo, la UE potrebbe agire con ritorsioni economiche nei confronti della Gran Bretagna e dell’Australia attraverso la legislazione dell’UE.
Il Regno Unito a seguito di Brexit e l’Australia con una trattativa partita nel 2018, stanno rinegoziando gli accordi di libero scambio con l’UE. «Con la cancelliere tedesca Angela Merkel che presto si dimetterà, il Presidente francese Emmanuel Macron avrà il diritto di incidere su questi accordi di libero scambio, il che significa che l’Australia potrebbe trovare la porta dell’Europa e dei suoi mercati bloccata per decenni a venire», secondo Fathi. La Francia «avrebbe dovuto contribuire a facilitare l’accordo Australia-UE per quanto riguarda le risorse minerarie, in particolare. È probabile che questo supporto venga ora ritirato. Il Parlamento francese potrebbe anche rifiutarsi di ratificare l’accordo quando sarà formalizzato. Uno dei principali politici liberali francesi, Renaud Muselier, ha chiesto all’UE di sospendere del tutto i negoziati con l’Australia».

Anche gli investimenti esteri sono uno spazio funzionale per la ritorsione europea, in particolare quelli nel South Australia. Afferma Romain Fathi: «Dal 2016, il Governo del South Australia ha sfruttato l’accordo sui sottomarini per attirare nello Stato un certo numero di grandi multinazionali francesi e istituire un Ufficio per la strategia francese per accelerare le iniziative franco-australiano. L’Australia Meridionale ha anche stabilito un rapporto di ‘sorellanzacon la regione della Bretagna in Francia, che ha portato a scambi culturali ed educativi. Oltre a ciò, il premier del South Australia, Steven Marshall, si è impegnato ad aprire un ufficio commerciale a Parigi per guidare la crescita delle esportazioni dello Stato in Europa. Molti di questi sforzi saranno ora sprecati, con Parigi che probabilmente riorienterà i suoi investimenti altrove».

Spazio per un rappresaglia c’è anche sull’area della Difesa. «L’intero ecosistema high-tech costruito attorno al Naval Group in Australia, e in particolare nel South Australia, ora svanirà. L’effetto a catena di questa decisione sarà significativo. Al centro del contratto con la Francia c’era l’assunzione e la formazione della forza lavoro australiana per assumere il controllo completo della flotta sottomarina. Era funzionale all’autosufficienza australiana e la sovranità nazionale. Ora, i molti australiani che si addestrano in Francia come parte del ‘futuro programma sottomarino probabilmente non completeranno più i loro programmi di scambio e apprendistato. Allo stesso modo, è probabile che anche alcuni dei subappaltatori francesi di Naval Group nel settore della sicurezza informatica, delle telecomunicazioni e dell’industria spaziale lascino l’Australia o riducano le loro operazioni, ponendo fine a qualsiasi trasferimento di tecnologia e miglioramento delle competenze per gli australiani.
L’ex primo ministro Paul Keating ha osservato che il nuovo accordo sui sottomarini a propulsione nucleare con gli Stati Uniti e il Regno Unito porterà a un’ulteriore drammatica perdita della sovranità australiana, poiché la dipendenza materiale dagli Stati Uniti ha privato l’Australia di qualsiasi libertà di scelta».

A rischio c’è la nascenteconnessione franceseall’interno dell’Australia, secondo Romain Fathi. «Centinaia di famiglie francesi che si sono recentemente trasferite ad Adelaide saranno costrette a tornare in Francia. Ciò significa che il programma educativo bilingue istituito per i bambini francesi e australiani ora appare desolante. Allo stesso modo sono a rischio i numerosi accordi di partnership tra le tre università del South Australia e le università e i centri di ricerca francesi incentrati specificamente sul supporto dell’ecosistema del Gruppo Navale ad Adelaide. Un rappresentante sindacale di Naval Group ha confermato che i lavoratori francesi di Adelaide torneranno a casa a lavorare. Ma cosa accadrà alle migliaia di lavoratori australiani e alle centinaia di aziende locali che forniscono parti a Naval Group?» Il nuovo accordo, per quanto al momento è dato sapere, non li garantisce.
Conclude Romain Fathi: «La diplomazia non è una questione da un giorno all’altro; è costruita su secoli di rapporti costruiti con gli altri nel
grande Concerto delle Nazioni. I francesi hanno anche una lunga memoria e un senso della storia. Agli occhi dei francesi, l’Australia deve ancora sedersi al tavolo di questo grande Concerto delle Nazioni con una sovranità, una politica estera e sottomarini propri».

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, l’Europa non potrà rinunciare a dare segnali di essere pronta a scalciare. Alla fine di questo mese, l’UE e gli Stati Uniti si incontreranno per colloqui a Pittsburgh sull’allineamento degli standard tecnologici, quella potrebbe essere la prima occasione per mandare segnali di disagio eautonomia strategica‘. «Il problema principale è che l’America ha mostrato crescenti segnali di frustrazione con l’approccio più morbido dell’UE nei confronti della Cina», sostiene ‘Politico. «Mentre i diplomatici americani vogliono che i colloqui di Pittsburgh si concentrino sulla creazione di ecosistemi tecnologici che escludano la Cina, i funzionari europei si sforzeranno di minimizzare qualsiasi dimensione anti-Pechino della cooperazione tecnologica».
Il tutto probabilmente avverrà in maniera molto soft, considerato che Bruxelles non ha alcuna intenzione di mettere a repentaglio il lavoro di questi mesi con l’Amministrazione Biden per ricostruire le relazioni sulle due sponde dell’Atlantico, lasciando alla Francia il piacere della ritorsione.

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