lunedì, Ottobre 18

AUKUS: la diplomazia delle cannoniere USA Lo 'scontro' tutto economico e di influenza politica tra USA e Cina, viene trasformato unilateralmente in una minaccia di scontro militare, in una promessa di attacco

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Due temi ‘internazionali’, sono diventati improvvisamente caldi in questi ultimi giorni: quello dell’accordo tra Stati Uniti e Australia (con il sostegno della Gran Bretagna, in funzione di maggior-domo), AUKUS, per dotare l’Australia di sottomarini nucleari, e l’altro della forza armata europea. Come vedremo, due temi strettamente connessi.
Lo scopo evidente di AUKUS, al di là della valenza economica, è di mettere in guardia la Cina. Si dice, anzi, usando la più classica delle terminologie della guerra fredda, per contenernel’espansione. Invero non è chiaro quale espansione, la Cina vuole per orasoloriprendersi Taiwan. Quindi, non si tratta di contenimento militare strategico, di una Potenza che finora non ha mostrato intenti aggressivi. L’impressione è che nella mentalità di certi uomini di governo, l’avversario economico sia, in realtà, considerato un avversario militare.

Lamossastatunitense -diciamolo chiaramente- è una minaccia esplicita, una promessa di attacco, una cosa che in altri tempi ha provocato lo scoppio di guerre o è stato subdolamente utilizzato per farle. Posto pure che il fatto in sé non abbia questo significato, dubbio non può esservi sul fatto che sia un atto di ostilità. Un atto ostile, perchè lo scontrotutto economico e di influenza politica tra USA e Cina, viene trasformato unilateralmente in una minaccia di scontro militare.
Che però -sorprende che gli strateghi americani non lo comprendano- mostra ancora una volta gli USA con le spalle al muro, tanto al muro che ad una concorrenza (sleale, non vi è dubbio, da parte cinese) economica, non si sa rispondere altro che con le armi. Anzi, meglio, mostrandole!
Questo atteggiamento, guarda caso, è esattamente lo stesso che le potenze europee (e poi anche statunitensi) adottavano contro i Paesi coloniali, ex coloniali, in via di sviluppo, in un periodo storico ben determinato della seconda metà dell’ottocento. Si definiva familiarmente ‘diplomazia delle cannoniere‘. Consisteva, qualora non lo si ricordasse, in ciò: un Paese, diciamo così, emergente per lo più dell’America Latina, che vedeva messe in pericolo le proprie imprese (ad esempio in caso di nazionalizzazioni) piuttosto che reagire con gli strumenti pacifici messi a disposizione dal Diritto internazionale vigente, minacciava, letteralmente, lo Stato in questione, mandando nelle sue acque, appunto, delle cannoniere, insomma delle navi da guerra. Come dire: attenti che siamo qua, o ci dai ciò che vogliamo o si fa presto a sparare e non necessariamente ad occupare il territorio, ma ci si contentava di minacciare il danno.
Mutatis mutandis, l’iniziativa USA è né più né meno che questo.

Per usare una terminologia tecnica, ora gli USA minacciano, per interposta persona, l’Australia, un’aggressione, possibile, ipotetica, non realistica, quello che volete, ma concreta e prolungata nel tempo. Ci vorranno degli anni prima che l’Australia disponga di quei sottomarini, ma li avrà, e intanto minaccia.
In termini tecnici, di Diritto internazionale, la Cina ha diritto -badate bene, ha diritto- ad una ritorsione. Gli USA, insomma, stanno mettendo il mondo intero su un filo di rasoio sul quale è facilissimo cadere. Il mondo intero, dico, perché così come è legittimata la Cina ad una ritorsione, rischiano di essere a loro volta legittimati gli USA ad una contro-ritorsione, magari invocando l’eccessività della azione cinese. Quella che i raffinati definisconoescalation‘, che, come sempre, si sa dove comincia ma non si sa se e dove finisca.
Vediamo bene, solo parlando a me stesso per capire meglio.

Ho scritto ripetutamente a proposito dell’Afghanistan e della fuga ingloriosa degli USA, che la politica estera statunitense è simile sempre e da sempre alla ‘logica’ della sfida all’OK Corral: io sono il ‘buono’, io ho ragione, ma specialmente, io sono titolare di valori universali, e quindi tu sei il ‘cattivo’ e io sparo e poi dico mani in alto, perché tu stai violando quei principi e non occorre la prova o il processo: Iraq, Grenada, ecc. docent.
Prescindiamo dai ‘valori’ sui quali rinvio ad un bell’articolo di Walter Siti a proposito del fatto che noi (intesi come noi europei e statunitensi eccetera, quei ‘noi’ che immaginiamo di essere il ‘mondo occidentale’, anzi, l’Occidente) riteniamo i nostri ‘valori’ universali, non curandoci del fatto che altri valori esistono per altri, altrettanto ‘forti’, e che di essi, se fossimo davvero convinti dei valori che professiamo a parole, dovremmo essere non solo consci, ma, perfino a nostra volta i principali difensori.
Sì, ho un po’ ‘allargato’ il discorso di Siti e me ne scuso, anche se penso di averlo interpretato correttamente, allo scopo di sottolineare che anche io, con una terminologia molto diversa, ne avevo accennato, proprio a proposito dell’assurda guerra all’Afghanistan alla quale improvvidamente abbiamo partecipato anche noi italiani. Il principio di autodeterminazione dei popoli, facevo notare, si applica ai popoli nella loro interezza, nella loro complessità, se vogliamo usare questo termine, però con tutte le sue implicazioni culturali e scientifiche. Quel principio, dice in sostanza che ogni popolo, per quello che è, ha la legittima aspettativa di vedere garantita la propria autodeterminazione, che non vuol dire solo indipendenza, ma anche -anzi, ormai principalmente- riconoscimento della propria cultura anche politica. Per dire che la democrazia non solo non si esporta, ma pensare di esportarla è già di per sé una severa violazione del principio di autodeterminazione dei popoli. Quando addirittura non diventa aggressione pura e semplice: qualche giorno fa su questo giornale si rilevava la coincidenza di date (11 Settembre) tra l’attentato alle Torri Gemelle e il colpo di Stato in Cile in occasione del quale si affermò decisamente e definitivamente che l’autodeterminazione non è solo aspirazione all’indipendenza, ma anche ad un regime politico statale che corrisponda alla volontà popolare. Che vuol dire ciò che la volontà di quel popolo vuole, non quella di un altro.
Ciò non toglie che nel diritto, e in quello internazionale in particolare, i ‘valori‘ (o se volete le norme generali, se vogliamo dirla così), sono di formazione dialettica e quindi non esiste qualcuno cheportai valori universali -questo al massimo lo fa (spesso molto malamente) la religione. E, apro un inciso, talvolta lo fa in maniera talmente superba che può accadere che un Papa, chiacchierando a bordo di un aereo, si esprima a favore di unioni non matrimoniali, ma indipendenti dal genere e dalle tendenze dei partner: e scusate se è poco, è una bomba talmente atomica, che nessuno ne parla. Questo Papa è un secolo davanti a noi, e perciò molti non lo amano e pochi lo capiscono. Chiuso l’inciso.
E dunque, come dicevo, gli USA, invece di leccarsi le ferite e tacere, era prevedibile che trovassero il modo di riaffermare in maniera violenta (l’unica che conoscono, per lo più) la propria presenza e la propria volontà di essere ancora potenza egemone. Perché il tema è questo: l’egemonia. Se si trattasse solo di questioni economiche, come ritengono tutti i vari ‘critici’ di Big Pharma, certi pacifisti (non Gino Strada), ecc., non ci sarebbe bisogno delle armi: quelle servono sì per fare guadagnare, ma per permettere alla ‘politica’ di comandare, che è ben altra cosa.
Bene, prendiamone atto e prendiamo, però, anche atto che gli USA non sono più egemoni. Certo, la loro economia è enorme, ma non possono essere più il nostro punto di riferimento. Del resto sono proprio loro a dirlo: in maniera smaccata Donald Trump, in maniera giusto un po’ più ‘soft’ Joe Biden.
Il fatto certo e chiaro è che, in nulla ‘ammaestrati’ dall’esperienza afghana, gli USA non intendono rinunciare ad agire per conto proprio senza consultare nessuno e, specialmente, senza curarsi delle conseguenze. Ma qui hanno fatto quello che potrebbe rivelarsi un passo falso. Ne parleremo domani.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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