sabato, Ottobre 16

Auguri Ciro, auguri Italia 40

0

44ciroesposito

Torno oggi sull’argomento che ha suscitato più clamore, nell’ultima settimana, la straordinaria recita a soggetto andata in scena sabato scorso allo stadio Olimpico di Roma. Un vero dramma moderno, ricco di  particolarità difficili: la tragedia (botte, violenza, ferimenti quasi mortali) archetipi narrativi (la suspance, il confronto tra l’autorità costituita e il potere antagonista) perfino elementi simbolici (l’impotenza dei potenti, il vilipendio all’inno nazionale).

Il canovaccio parte come il breve, folgorante incipit di quel capolavoro cinematografico di Sidney Lumet che si chiama, in italiano, ‘La parola ai giurati‘, nelle cui sequenze iniziali è appena accennato il fatto centrale della narrazione, un brutale assassinio. Anche l’atto violento alla base della vicenda di Roma, tuttora non completamente chiaro nel suo reale svolgimento, non è stato percepito se non in modo confuso dalla grande platea dello stadio nonché da quella, smisurata, dell’audience televisiva, eccitata dai commenti tutt’altro che votati all’understatement dei conduttori.   

Nel film l’attenzione si sposta poi subito sulla lotta garantista di un uomo, uno dei giurati chiamati ad emettere la sentenza, contro gli altri dodici, propensi tutti a condannare senza pensarci troppo. Anche nel nostro caso il centro della vicenda devia immediatamente su un altro problema urgente, da risolvere in pochi minuti. Lo stadio di parte napoletana è in fibrillazione, reclama immediata vendetta per l’affronto subito, di cui ha ricevuto notizia in modo vago e impreciso. D’altra parte l’enorme macchina organizzativa della finale di Coppa Italia Napoli-Fiorentina è avviata, e l’inversione di marcia del meccanismo comporta per l’ordine pubblico rischi enormi.

Qui scatta la scena madre, quella che ha messo a nudo una tale serie di elementi emblematici del nostro tempo italiano da essere ricordata a lungo.

I vertici delle forze dell’ordine, forse il Questore di Roma in persona, decidono di mandare il capitano del Napoli, lo slovacco Marek Hamsik, accompagnato da dirigenti della polizia di Stato, sotto la curva napoletana. A far cosa? Non si sa bene. La versione ufficiale, abbastanza credibile, esclude come motivazione della spedizione una qualche trattativa, da svolgersi peraltro con un’entità ambigua e difficile da definirsi, diciamo la rappresentanza dei tifosi. In seguito il questore assicurerà che sia stata veicolata sic et  simpliciter l’informazione, moderatamente rassicurante, sullo stato di salute del tifoso ferito.

Seguono il famoso gesto carismatico del capotifoso, in maglietta irridente alla memoria dell’ispettore di polizia assassinato qualche anno fa a Catania in analoghi tafferugli, lo sblocco della situazione, l’esecuzione subissata di fischi dell’inno nazionale, e il calcio d’avvio della partita.

Fine dello psicodramma e inizio delle attribuzioni di responsabilità (moltissime), di eventuali meriti (pochissimi), e soprattutto dell’interpretazione dei simboli apparsi nell’interminabile trattazione televisiva dell’evento.

Emergono questioni davvero importanti, cruciali, su cui discutere. Il ruolo del calcio nella società italiana, per esempio. Sana passione popolare, terminale violento ma terapeutico come ammortizzatore e valvola di sfogo sociale, o intollerabile scenario permanente di delitti e atti delinquenziali per lo più impuniti? Naturalmente tutt’e tre, a seconda dell’atteggiamento degli spettatori.

Ergo, la soluzione obbligata appare quella di bonificare la platea con opportuna vigilanza, identificazioni tutt’altro che impossibili, arresti e certezza della pena per i facinorosi. Facile, no? Mica tanto, perché i proprietari dei club rappresentano il parterre de roi dell’imprenditoria italiana, più disposti all’inciucio con le frange ultrà detentrici del potere di ricatto (Jep Gambardella, eroe della “Grande Bellezza” avrebbe detto del potere di far fallire una partita piuttosto che di parteciparvi) che di sobbarcarsi i costi della sicurezza e i rischi di micidiali rappresaglie. Delle quali peraltro le bande delinquenziali hanno già dato ampia dimostrazione di essere gioiosamente capaci.

Il Premier Matteo Renzi, al riguardo, ha già detto con il solito piglio decisionista che intende battere proprio la strada della responsabilizzazione economica delle società calcistiche. Vedremo.

Ma l’elemento più preoccupante emerso dal sabato della vergogna, come molti lo hanno chiamato, è secondo me un altro. E’ la manifestazione chiarissima che al noto Stato parallelocostituito dalla malavita organizzata di stampo camorristico ben descritto da Roberto Saviano nei suoi libri, con prodotto interno lordo degno di uno stato europeo, ai partiti populisti e secessionisti e alle truppe che si raccolgono sotto il vessillo No Tav vanno aggiunte notevoli masse, facilmente manovrabili con la scusa del calcio, pronte a dar battaglia senza esclusione di colpi. Un ‘esercito’ antagonista che ingrossa sempre più le sue fila, unito da nord a sud dall’odio per le istituzioni, come testimonia la solidarietà, prontamente esternata, di un capotifoso del Milan a Genny ‘a carogna, già salito per qualcuno al rango di nuovo Masaniello.

Il quale è stato messo al bando da tutti gli stadi per cinque anni, per giusta causa della maglietta. E qui torna l’eterna domanda che affligge con periodica, inquietante costanza il nostro Paese: qual è il limite etico invalicabile, quello che uno Stato di diritto non può in nessun caso superare, per vincere la sua battaglia col nemico interno?  

Chiudiamo con tanti auguri di cuore a Ciro Esposito, il tifoso dal nome più simbolico che  possa esistere, le cui condizioni sono sempre molto preoccupanti.

Per ora, chi rischia davvero è lui.    

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->