mercoledì, Maggio 12

Attenzione, l'Italicum è un Porcellum travestito Intervista a Giancarlo Guarino, che, dal versante del diritto internazionale, muove una serie di rilievi alla legge elettorale

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palazzo della Consulta 

 

L’itinerario delle esistenze è spesso sorprendente. Per motivi ‘sentimentali’, del tutto spontaneamente, qualche settimana fa, venendo a conoscenza della scomparsa a 100 anni e pochi mesi del Professor Antonio Guarino, per noi fan del Diritto Romano ‘il’ professore’ per antonomasia, ne scrissi un accorato epicedio.
Il figlio Giancarlo, ordinario di Diritto Internazionale all’Università ‘Federico II’ di Napoli, ne venne a conoscenza, tramite il comune amico, anch’egli valente docente universitario, Carlo Curti Gialdino. Bontà sua, volle ringraziarmi ed io non sprecai l’occasione per ‘attaccare bottone’.
Essendo stato il mio piano di studi universitario privo dell’esame di Diritto Internazionale (ancora oggi me ne dolgo), non avevo avuto mai occasione di conoscerlo, pur ricevendo gli echi del suo prestigioso cursus honorum in questa materia.
Giancarlo Guarino, infatti, ha elaborato studi su tematiche di estrema attualità, come l’autoderminazione dei popoli  -capirete, in questi tempi spinosi, quanto ha avuto, ha e avrà da dire-, comprese le ‘bollenti’ lotte di liberazione nazionale e la questione della Palestina.
Non sto qui a cincischiare sulla sua copiosa attività di ricerca, volta a trovare originali soluzioni su tematiche contemporanee di bruciante interesse, perché, a causa dei miei baratri culturali in questa specifica branca del diritto, l’asineria sarebbe stata incombente. Però, non volevo rinunciare ad una conversazione a tutto campo e, poiché sapete quanto io sia spericolata, ecco il risultato di un incontro napoletano che alterna profonde analisi giuridiche a digressioni off records, collegate a miei ricordi universitari ed a una rievocazione affettuosa di suo padre (e di suo nonno, altro famosissimo studioso di Diritto Romano, Vincenzo Arangio Ruiz, sui cui libro ho studiato Storia del Diritto Romano).

Comincio dall’off records perché lo prediligo e mi sembra che sottragga la cronaca del nostro incontro dalla dimensione di scritto di univoca caratura giuridica.
Ebbene, con un pizzico di orgogliosa civetteria, posso affermare di essere stata l’unica, al di fuori di una ristretta cerchia di parenti e intimi amici, a posare gli occhi sul prezioso dono, preparato in gran segreto, quasi carbonaro, e offerto al professor Guarino senior in occasione del suo secolo di età, lo scorso 16 maggio: un ponderoso libro che raccoglie gli scritti autografi di familiari, allievi, colleghi, estimatori di quel grande studioso che fu Antonio Guarino, con prefazione del Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.
Mi ha commosso molto -e mi dispiace, da ex allieva, di non averlo saputo all’epoca, giacché sarei stata entusiasta di scrivere anche il mio pensiero grato-  che la documentazione fosse stata rilegata riprendendo l’imprinting della mitica rivista ‘Labeo‘, creatura prediletta di Antonio Guarino.
Un po’ mi si sono inumiditi gli occhi e chi ha avuto ‘maestri’ veri saprà comprendermi.

 

Professor Guarino, uno dei suoi ultimi lavori riguarda la pronuncia della Corte Costituzionale sul cosiddetto Porcellum. Un terreno inedito, per un internazionalista …
In realtà, la sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale ha attirato moltissimi dotti commenti da parte di specialisti in materia di diritto costituzionale; teoricamente, un internazionalista potrebbe sembrare assolutamente allotrio.  Ma c’è una frase che mi tira in gioco e mi pare intrigante assai, quando, attraverso essa, la Corte evita di pronunciarsi su alcune motivazioni di illegittimità costituzionale della legge elettorale allora vigente, tratte dalla presunta violazione del primo comma dell’articolo 117 della Costituzione, derivante dal mancato rispetto della normativa internazionale in materia, con particolare riferimento alle norme CEDU (Corte Europea dei Diritti Umani). Lo fa con un escamotage, giacché afferma che la questione è assorbita dalle soluzioni precedentemente proposte, che tutte già inducono a giudicare la legge in se stessa come anticostituzionale. Tutta la sentenza, lo dico chiaramente in un mio piccolo saggio, destinato alla raccolta di scritti in onore di Giuseppe Tesauro, per salutarne la presidenza della Corte stessa, fa baluginare la vocazione legislativa della Corte. Ho cercato, infatti, di dimostrare come, in questa occasione (ma, ritengo anche in altre), la Corte si sia auto-assegnato un ruolo di vera e propria surroga del potere legislativo, tracimando dalle sue competenze, che sono di interprete di norme, non di creatrice di norme per colmare il vuoto legislativo generatosi in virtù di sue sentenze.  Tanto più che tale ruolo atipico, nel caso di specie, diventa in un certo qual modo istituzionale, visto che la Corte, affermando l’illegittimità costituzionale di due elementi: il premio di maggioranza e le liste bloccate, lascia intravedere le strade su cui incorre incamminarsi per generare una legge ‘non’ anticostituzionale. Ovvero, se il premio di maggioranza è meno ‘vistoso’ (‘ragionevole’) e le liste bloccate meno ‘lunghe’ (non eccessive), seconda la dizione della Corte, il Parlamento può anche partorire una riedizione del Porcellum senza temere incostituzionalità. Ma in questo modo, l’organo legislativo agirebbe come ‘telecomandato’ dalla Corte. E, visto l’impianto dell’Italicum, in realtà ciò si sta per realizzare.

Liste bloccate e premio di maggioranza. Ma non sono elementi che possono in qualche modo disattendere il principio di libertà di voto?
Vi sono molti elementi in gioco. Il premio di maggioranza avrebbe un compito riequilibrante, correggendo la pedissequa traduzione dei risultati elettorali in seggi nelle assemblee parlamentari, in nome della governabilità. Cosicché si corre il rischio di ‘tradire’ il primo e il terzo comma dell’articolo 21 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che recitano: ‘Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio Paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti‘. ‘La volontà popolare è il fondamento dell’autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione’. E questo i premi di maggioranza, ricchi o minuscoli che siano, non paiono assicurarlo.

Insomma, un bel pasticcio, anche nel caso delle liste bloccate.
Quelle poi… sono un grimaldello contro quel ‘liberamente scelti’ di cui sopra. L’elettore non può essere forzato a mandare nelle assemblee legislative persone identificate senza trasparenza nelle segrete stanze di chi compila le liste. Almeno gli si lasci la possibilità di conoscere la faccia e il percorso esistenziale di chi è chiamato a votare. Oppure gli si dia la possibilità di escludere chi non vuol votare. Non può contribuire all’elezione a scatola chiusa di personaggi di cui non sa assolutamente nulla. Altrimenti, il voto diventa pleonastico e non garantisce la sua libertà di espressione, tutelata dalla Costituzione e dall’articolo della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo.

Secondo lei, c’è una soluzione?
Come no, la soluzione forse ci potrebbe essere, ma richiederebbe un’audacia istituzionale che non credo sia un tratto distintivo di questa generazione di legislatori. Bisognerebbe, infatti, avere il coraggio e l’onestà intellettuale di regolamentare, istituzionalizzandole, le elezioni primarie per tutti i Partiti, legiferando in materia. Il modello è quello statunitense. Ogni elettore si registra per partecipare come votante e contribuire a scegliere i candidati. Allora sì che avrebbe un valore creare una lista bloccata. L’esperienza vissuta del PD, però, è ben lontana da quella che sto proponendo… perché i candidati, anche se diversificati, erano comunque frutto di una selezione iniziale nelle famose segrete stanze. Il ceto politico sta, come non mai, proprio per la scarsa trasparenza della selezione, precipitando ai minimi storici in quanto a qualità e spessore morale e di competenza.

Insomma, se tutto va bene siamo rovinati?
Anche rispetto ad un confronto internazionale, abbiamo politici di una modestia culturale e in termini di scienza della politica disperanti. D’altronde, chi è che, come si dice popolarmente, ‘si mette’ in politica? Uno che non ha né arte né parte o non ha grandi speranze di successo professionale. Il sistema politico italiano è in larga misura scandaloso. E’ chiaro che la buona politica la fa un personale politico qualificato, che sa mettersi al servizio del Paese.  Ed invece ci troviamo accerchiati da un ceto politico in larga misura scadente e privo di tensione morale, come dimostrano le continue indagini giudiziarie a carico di moltissimi. Non mi arrischio a chiamarla classe politica… perché la ‘classe’ latita in molti di costoro. Senza trascurare che, proprio a causa di tale diffusa mediocrità, ognuno degli eletti usa circondarsi di collaboratori di livello culturale ancora inferiore, nel timore di covarsi il tradimento in seno e di essere defenestrato da qualcuno di più abile e bravo dall’interno del proprio ‘cerchio magico’. Un classico? Ciò che avvenne per Fiorentino Sullo con Ciriaco De Mita.

Anche all’Università avviene lo stesso?
Ovunque: perché l’Università dovrebbe fare eccezione? Nel caso dell’Università, poi, in parte è anche necessitata una certa alchimia fra ricerca e mercato. Le facoltà umanistiche sono quelle ritenute più di tutte prive di produttività. Facendo il giurista, però pur non contribuendo a sconfiggere il cancro, contribuisci a evitare che un cancro giuridico distrugga il Paese. Gli economisti son riusciti ad accreditarsi come necessari; invece, giuristi, sociologi, filosofi assai meno e dunque latitano i finanziamenti per la ricerca in queste branche dello scibile umano. Se studi Giurisprudenza, non avendo speranze per dedicarti alla ricerca, non ti resta che fare l’avvocato…

O la giornalista, come me… che sono avvocato per le mostrine, ma non mi ha mai attratto l’esercizio della professione…
Ma se solo in Campania abbiamo più avvocati che nell’intera Francia… Ed ogni sessione degli esami di abilitazione, nella Circoscrizione della Corte d’Appello di Napoli si presenta un esercito di 8mila candidati, con problemi logistici di non poco momento. Senza pensare al fatto che occorre procedere alla correzione di 24mila prove, visto che l’esame si articola sul Civile, il Penale e la stesura di un atto. Poiché, in genere, le correzioni non le fanno la Commissione e le sottocommissioni territoriali, ma c’è uno scambio, le prove di Napoli finiscono a Milano, con una spesa enorme anche di trasporto blindato… e lo shock per i colleghi milanesi, alle prese con quest’oceano di prove… tutte scritte a mano… insomma un can can d’inferno… 

 

 

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