mercoledì, novembre 14

Attentato a New York: non ci sono vittime Gerusalemme: la Capitale che continua a dividere

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Stati Uniti. Si tratta ufficialmente di terrorismo. Questa mattina, nella stazione centrale degli autobus di Port Authority a Manhattan, New York, un’esplosione ha ferito quattro persone. Non ci sono vittime e anche i feriti non sono in pericolo di vita.

In un primo momento, le Forze dell’Ordine locali hanno esitato a confermare che si fosse trattato di un atto di terrorismo; solo in un secondo momento, quando sono stati ritrovati i resti di un ordigno artigianale, il Sindaco della città, Bill De Blasio, ha sciolto ogni dubbio. A compiere l’attentato sarebbe stato, secondo le prime indiscrezioni, un uomo di ventisette anni di origini bengalesi il quale sarebbe tra le persone rimaste ferite nell’esplosione. Secondo le forze di Polizia di New York, il sospetto avrebbe voluto compiere un attentato terroristico suicida in nome del cosiddetto califfato islamico ma l’ordigno sarebbe esploso prematuramente causando solo il ferimento suo e di altre tre persone: avrebbe agito da solo e, secondo le Forze dell’Ordine, non ci sarebbero altri pericoli.

L’attentato, il primo a New York da molti anni, ha fatto riemergere le paure di una città che, dall’11 settembre del 2001, è diventata uno dei principali obbiettivi del terrorismo.

 

Oggi a Bruxelles, invitato ad una riunione informale dei Ministri degli Affari Esteri dell’Unione Europea, il Primo Ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, ha gettato benzina sul fuoco della questione, che oramai da giorni, si è scatenata su Gerusalemme. Dopo il riconoscimento, da parte del Presidente USA, Donald Trump, della città come Capitale di Israele (al posto di Tel Aviv), il mondo arabo è insorto. Nel corse dell’incontro con i rappresentanti della politica estera degli Stati UE, dunque, Netanyahu non solo non ha fatto nulla per abbassare le tensioni, ma ha rincarato la dose affermando che Gerusalemme non ha mai smesso di essere la Capitale del popolo ebraico, che le Risoluzioni ONU a riguardo sono risibili e che Trump non ha fatto altro che riconoscere la realtà dei fatti: il Primo Ministro israeliano ha quindi invitato i Paesi UE a seguire l’esempio di Washington e a dare una possibilità a quella che, a suo dire, sarebbe una nuova opportunità di pace.

La posizione dell’Unione Europea, in questo frangente, è molto distante da quella dell’alleato statunitense. L’Alto Rappresentante per gli Affari Esteri UE, Federica Mogherini, ha condannato fortemente ogni forma di antisemitismo e tutte le violenze contro cittadini di religione ebraica, in qualsiasi luogo esse si verifichino; d’altro canto, ha ribadito che la posizione dell’UE resta quella che vede due Stati, Israele e Palestina, e che quindi, dato il legame storico particolare di Gerusalemme con entrambe le comunità, è importante rispettare lo status internazionale della città.

Reazioni molto più dure sono venute dal mondo islamico. Dopo la decisione di Abu Mazen, Presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese (ANP), di non recarsi all’incontro con il Vice-Presidente USA, Michael Pence, per protesta contro la decisione dell’amministrazione Trump, in Cisgiordania e a Gaza si sono avuti numerosi scontri tra dimostranti palestinesi e Forze dell’Ordine israeliane: si parla di circa una trentina di palestinesi feriti. Dalla Turchia sono arrivate le parole del Presidente, Recep Tayyip Erdogan, che, nonostante tenti di avere buoni rapporti con gli USA, ha affermato che il sangue che certamente verrà sparso a causa della decisione su Gerusalemme peserà sulle mani degli statunitensi, oltre che degli israeliani. Dall’Iran, invece, arriva l’accusa di tradimento per quei Paesi arabi che hanno implicitamente riconosciuto lo spostamento della Capitale israeliana a Gerusalemme: il riferimento è ai rapporti amichevoli che intercorrono tra Israele ed Arabia Saudita. In Giordania, il Parlamento ha incaricato una commissione di rivedere l’accordo di Pace con Israele (in vigore dal 1994) mentre, in Marocco, migliaia di persone sono scese in strada a Rabat per manifestare contro al decisione USA: il Governo di Mohammed VI ha invitato Washington ad evitare violazioni dello status internazionale di Gerusalemme. Dal Libano arriva l’invito del movimento Hezbollah ad una nuova Intifada per liberare la città santa. Dalla Russia, infine, è arrivato l’invito a non pensare che la pluridecennale crisi israelo-palestinese possa essere risolta con mosse unilaterali.

Mentre, a Parigi, ci so prepara al nuovo incontro internazionale che domani vedrà i rappresentanti di cinquanta Paesi cercare di ribadire l’impegno sul clima preso due anni fa, arriva la notizia di un importante passo avanti per l’Unione Europea: due dei Paesi che non avevano ancora aderito al trattato di difesa comune europea, Irlanda e Portogallo, hanno deciso di entrare nel progetto. Il numero dei partecipanti, in questo modo, sale a venticinque: restano fuori Danimarca, Malta e, naturalmente, Gran Bretagna.

Dopo il raggiungimento di un primo accordo sulla Brexit, d’altronde, l’allontanamento di Londra da Bruxelles sembra acquisire contorni più definiti. In ogni caso, molto resta ancora da fare prima che la separazione sia definitiva: l’impegno a mantenere il confine irlandese un confine ‘trasparente’, ad esempio, è fondamentale per Dublino; d’altro canto, da parte inglese, è importante che si trovi un accordo sulle relazioni commerciali, tanto più che l’incaricato di Londra per le trattative con Bruxelles, David Davis, ha affermato che, nel casi non si giungesse ad un accordo commerciale, i britannici non pagherebbero il conto concordato all’UE, tanto più che l’accordo raggiunto è soltanto un accordo tra gentiluomini e non è vincolante.

In Spagna, invece, si avvicina la data delle nuove elezioni in Catalogna (il prossimo 21 dicembre): gli indipendentisti, che vincendo il loro referendum non riconosciuto da Madrid hanno innescato una crisi molto preoccupante, sembrano ora in difficoltà ed è probabile che il movimento populista Ciudadanos si imponga come primo partito. In tal caso, si tratterebbe di una presa di distanza nei confronti dei principali attori della crisi: gli indipendentisti di Barcellona e il Governo centrale di Madrid.

In Croazia, migliaia di persone si sono riunite a Zagabria per una cerimonia in memoria di Slobodan Praljak, ex-Generale accusato di crimini contro l’Umanità durante la Guerra Civile negli anni ’90. Durante la lettura della sentenza del Tribunale dell’Aja, Praljak si è suicidato ingerendo del veleno: la presenza di un così gran numero di persone, a ricordare come un eroe un criminale di guerra, getta delle ombre inquietanti sul processo di integrazione europea che, negli ultimi tempi, sembra aver lasciato il passo ad una recrudescenza di sentimenti nazionalistici che si pensavano dimenticati.

Il Generale Khalifa Haftar, reale detentore del potere in Libia orientale, è oggi in visita a Roma dove incontrerà il Ministro degli Esteri, Marco Minniti, e il Ministro della Difesa, Roberta Pinotti. Haftar visita l’Italia dopo che, lo scorso fine settimana, Minniti era stato in visita al Presidente Fayez al-Serraj, ufficialmente riconosciuto dalla comunità internazionale ma che, in realtà, ha il controllo di meno della metà del Paese. Intrattenendo relazioni diplomatiche con entrambi le principali parti in causa, l’Italia spera di riportare una vittoria diplomatica importante per giungere alla soluzione della crisi libica. I rapporti tra Haftar e il Governo di Roma, inoltre, non sono sempre stati buoni.

Tour mediorientale per il Presidente russo, Vladimir Putin. Questa mattina, in Siria, Putin ha incontrato Bashar al-Assad: nel corso dell’incontro, il Presidente russo ha annunciato l’avvio del ritiro delle truppe di Mosca dal suolo siriano. Nel primo pomeriggio, in Egitto, c’è stato l’incontro con il Presidente Abdel Fattah al-Sisi. Dopo la tappa egiziana, Putin si è spostato in Turchia, dove dovrebbe incontrare Erdogan per parlare, tra l’altro, della questione di Gerusalemme. Il viaggio mediorientale del Presidente russ dimostra come Mosca, approfittando della nuova politica di chiusura potata avanti dagli USA, stia tentando di assurgere ad un ruolo sempre più importante nell’area.

In Venezuela si sono tenute le elezioni municipali. Il partito del Presidente, Nicolas Maduro, ha riportato una vittoria schiacciante in quasi tutti i municipi ma, a causa del boicottaggio che quasi tutti i partiti di opposizione hanno attuato, non riconoscendo la validità della votazione, il risultato è da considerarsi poco rappresentativo. Durante il discorso tenuto per annunciare la propria vittoria, Maduro ha attaccato le opposizioni e ha dichiarato che i partiti che hanno tentato di invalidare i risultati della consultazione non potranno partecipare alle prossime elezioni presidenziali (previste per il prossimo anno).

In Camerun, gli scontri tra le forze governative ed i ribelli anglofoni  nella provincia di Meme, nel sud-ovest del Paese, continuano a provocare vittime. Oggi, nei pressi di Kumba, si contano almeno tre morti e molti soldati feriti.

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