venerdì, Ottobre 22

Attentati di Parigi: potrebbe intervenire la Nato?

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È terrorismo quanto avvenuto? Definirlo tale darebbe una risposta troppo semplice a un fenomeno complesso. No, non è terrorismo, almeno non lo è nella forma tradizionale che noi conosciamo. Il terrorismo è l’effetto pratico di quanto sta avvenendo  -instillare terrore, paura-; è il risultato concreto di un ampio disegno strategico dove l’evoluzione della minaccia e lo stretto legame con i conflitti in atto nell’intera area grande-mediorientale hanno portato al miglioramento delle tecniche di combattimento in aree urbane, lontane dai teatri di guerra veri e propri: è la cosiddettaurban warfaredi ultima generazione. Parliamo allora di ‘Nuovo Terrorismo Insurrezionale’ (NIT – New Insurrectional Terrorism), l’evoluzione contemporanea di un fenomeno che ha poco o nulla a che fare con il terrorismo europeo degli anni ’70 e che si colloca su un piano di conflittualità globale che trae energia anche dalle dinamiche e dalle micro-conflittualità locali: questa nuova formula di terrorismo, alimentata dal fondamentalismo ideologico ma dalle finalità politiche, è finalizzata ad abbattere Stati e Governi, a destabilizzare il sistema delle relazioni internazionali, a cambiare le regole della società imponendo un nuovo modello di riferimento, quello del califfato appunto, e l’eliminazione di tutto ciò che è diverso da questo.

Quali gli effetti diretti, sul piano tattico e operativo, dell’azione di guerra che colpendo Parigi ha investito l’Europa? Procediamo con l’analisi di quanto accaduto: a livello tattico e operativo questi i fatti: un evento, sette obiettivi colpiti in simultanea, otto attaccanti rimasti sul terreno.

Con questa azione  -che non possiamo che definire ‘bellica’-, la tecnica militare del ‘commando suicida’ ha trovato applicazione pratica per la prima volta in Europa: 8 attaccanti suicidi, affiancati da elementi di supporto, equipaggiati con armi leggere da guerra (Kalashnikov AK47 e fucili a pompa), bombe a mano e giubbotti esplosivi individuali. Nella sostanza ‘soldatiaddestrati, con buona capacità di coordinamento e movimento in contesto urbano, sostenuti da adeguata, per quanto minimale, capacità logistica e intelligence. Capacità in linea con le procedure collaudate e utilizzate in Afghanistan, prima, e nei teatri operativi del Syraq (Siria e Iraq) e libico, successivamente.
Gli obiettivi colpiti sono i simboli quotidiani di quella società occidentale che si è voluta colpire: stadio, teatro, ristoranti.
Il primo è tecnicamente un ‘hard-target‘ con medio livello di sicurezza, lo Stade de France, ad alta concentrazione di persone  -tra le quali il Presidente Hollande-, il cui vero obiettivo era il pubblico presente all’evento che avrebbe dovuto, nelle intenzioni, essere coinvolto attraverso un’azione di panico funzionale a provocare, prevedendo una fuga di massa, ancora più vittime dell’attacco vero e proprio. Qui le azioni sono state tre, due all’esterno della struttura e una in fase di penetrazione (sventata preventivamente dal sistema di sicurezza), due attaccanti suicidi e un ordigno esplosivo improvvisato (IED- improvised explosive device).
Gli altri obiettivi, di tipo ‘soft targetcon basso livello di sicurezza, sono il teatro e sala concerti ‘Bataclan’ e cinque tra ristoranti e altri locali pubblici; la tattica è stata quella del raid compiuto da commando suicidi attraverso fasi successive: penetrazione, uccisione indiscriminata, ricerca del panico, presa di ostaggi, uccisione selettiva, conclusione con la morte consapevole degli attaccanti (giubbotti esplosivi).
Tutti obiettivi puntiformi e tra di loro distanti: il risultato ottenuto è la dispersione delle forze di sicurezza francesi sul terreno, imponendo un numero maggiore di unità impiegate, di pronto impiego e di riserva; il che si traduce in maggiori costi, sforzi logistico-operativi, difficoltà di coordinamento, ritardo nell’intervento.
Un’azione che non è un fatto isolato, né scollegato dal più ampio contesto di conflittualità transnazionale e globale capace di alimentare un fenomeno violento in fase di espansione continua. Fatte queste necessarie valutazioni, concludiamo con l’elenco (indubbiamente parziale) degli effetti conseguenti da questa singola azione.

Sul piano tattico e operativo:

  • aver colpito obiettivi dal forte valore simbolico (simboli della quotidianità);
  • capacità di tenere impegnate, per la seconda volta in meno di un anno, le forze di sicurezza nazionali (Forze Armate e di Polizia), distraendole dai normali compiti di routine;
  • dispersione delle forze di sicurezza;
  • blocco di una capitale europea;
  • messa in evidenza dei limiti dell’intelligence.

Sul piano strategico e politico:

  • diffusione e amplificazione massmediatica del messaggio jihadista;
  • efficace attività di marketing attraverso la diffusione del premium brand ISIS;
  • non prevedibilità della minaccia;
  • esaltazione della sensazione di vulnerabilità (significativo impatto psicologico);
  • ‘terrore’ collettivo diffuso e persistente;
  • scelta da parte degli attaccanti della tecnica del ‘martirio’ (istisshadi) ed esaltazione del ruolo di ‘martire’ (shahid);
  • induzione alla polarizzazione ‘identitaria’ e ‘nazionale’, e fomento delle spinte populiste e radicali;
  • coinvolgimento della Comunità internazionale e dell’opinione pubblica globale;
  • avvio del processo di revisione dei protocolli di sicurezza;
  • chiusura delle frontiere e inasprimento dei limiti di movimento e delle misure di controllo,
  • proclamazione dello stato di emergenza nazionale.

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