giovedì, Maggio 13

Attentati di Parigi: potrebbe intervenire la Nato?

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Parigi, venerdì 13 novembre: 129 morti, 350 feriti  -almeno cento in modo grave-, 8 i terroristi jihadisti caduti portando a compimento con successo un’operazione coordinata e complessa. Una tecnica nuova per l’Europa, che deriva direttamente dalle esperienze maturate nei teatri di guerra contemporanei: da Kabul a Damasco, a Baghdad. E oggi Parigi. Si tratta della tecnica delcommando suicida’, ampiamente utilizzata e affinata nel tempo, che ha fatto la sua comparsa per la prima volta nel 2007-2008 sul fronte afghano e di cui si è trattato nel libro ‘Shahid. Analisi del terrorismo suicida‘ e in altri studi successivi, anticipando gli sviluppi a cui oggi assistiamo.
A meno di un anno di distanza dal terribile attacco a ‘Charlie Hebdo’, il 7 gennaio 2015, il terrore è tornato a investire il cuore dell’Europa attraverso un’azione spettacolare in una Francia che ospita una popolazione musulmana di circa 6 milioni di individui, molti di seconda o terza generazione; di questi solo una piccola parte manifesta ostilità allo Stato francese, e all’Occidente più in generale: ma è una parte in via di crescita, a causa dell’opera di proselitismo e dell’influenza dei foreign fighters  -francesi e non-  reduci dalla guerra in Syraq  -quell’area geografica non definita, tra Siria e Iraq, controllata dal sedicente Stato islamico (IS/Daesh), che ha rivendicato la paternità dell’attacco, così come lo ha fatto per l’esplosione dell’Airbus russo sul Sinai, il 31 ottobre scorso, e per l’attentato a Beirut il successivo 12 novembre. E la Francia è oggi il Paese europeo che, in termini assoluti, fornisce il maggior numero di volontari per il jihad.

La Francia è stata attaccata da quello che, de facto, è un proto-stato islamico guidato da un Governo insurrezionale: elementi sufficienti a invocare e giustificare l’applicazione dell’articolo 5 dell’Alleanza Atlantica, legittimando, così, un potenziale intervento militare della Nato nell’area del Syraq contro l’IS/Daesh guidato dal califfo Ibrahim Abu Bakr al-Baghdadi  -il mandante formale dell’azione militare.

Come conseguenza strategica di tale atto, è, dunque, ipotizzabile un intervento della Nato? Uno scenario possibile, tant’è che sia il Presidente francese Francois Hollande, sia il Segretario Generale dell’Alleanza atlantica, il norvegese Jens Stoltenberg, hanno lasciato intendere che questa possa essere una delle eventuali ipotesi di risposta, benché non direttamente esplicitata. E se Hollande ha parlato di deliberato «atto di guerra», il numero uno della Nato ha assicurato che l’Alleanza sarà «forte e unita nella lotta contro il terrorismo». Così come fu per l’attacco dell’11 settembre 2001 contro gli Stati Uniti, la Nato potrebbe ora invocare l’art. 5 del trattato dell’Alleanza, legittimando l’uso della forza da parte dei suoi 28 componenti. L’azione del 13 novembre è, dunque, il potenziale casus belli che può legittimare un intervento militare.

Un’ipotesi plausibile e dettata dall’opportunità pratica, tenuto conto del fatto che la Francia, in caso di (re)azione militare  -e ieri sera ha iniziato a bombardare Raqqa, la capitale dell’ISIS in Siria-, non avrebbe le risorse, né le forze sufficienti per condurre e sostenere un’operazione prolungata che dovesse andare di là di una semplice attività di bombardamento aereo di obiettivi puntiformi per un limitato periodo di tempo; inoltre, la Francia  -al contrario della Nato- non ha capacità di proiezione significativa; una Nato  -e dunque i Paesi europei-  che è al momento già fortemente impegnata in Afghanistan e in Kosovo.

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