sabato, Aprile 17

Attenti al leader!

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Dopo la vittoria del NO al referendum costituzionale del 4 dicembre scorso, tutte le carte sul tavolo sono saltate. Il premier Renzi si è dimesso, si è insediato un nuovo governo, si è spaccato il partito di governo e di maggioranza, il PD. La legge elettorale Italicum è stata bocciata dalla Corte Costituzionale e si attende la nuova legge dal Parlamento. La scissione, la dinamica del congresso e delle successive primarie offrono diversi spunti di riflessione.

Numerose sono state le critiche nei confronti di Matteo Renzi, reo di aver personalizzato il referendum e aver condotto il suo partito alla sconfitta. Si sarebbe dedicato al ‘palazzo’ e non alla ‘vita di partito’,  mettendo in atto una leadership sorda, a dire dei suoi detrattori, al dibattito interno e al confronto con i ‘compagni’. Arrivato alla segreteria del partito nel 2013, si sarebbe imposto come unico ‘decisionista’, senza tener conto dei punti di vista diversi dal suo.

Dal fronte opposto, il Movimento 5 Stelle vorrebbe presentarsi come il ‘nuovo’, come gli ambasciatori della democrazia autentica, diretta, supportata dalla rete, i cui esiti, forse un po’ contraddittori, sono divenuti tema di discussione nelle ultime settimane.

Ma quali sono le caratteristiche che oggi deve avere una leader per imporsi, per emergere e per mantenere la posizione conquistata? Lo chiediamo a Donatella Campus, docente di Scienza politica e Comunicazione Politica presso l’ Università di Bologna.

 

I fuoriusciti dal PD hanno rimproverato a Matteo Renzi un eccessivo personalismo e la mancanza, a dir loro, di un vero dibattito all’ interno del partito. A livello generale, è plausibile che una leadership possa rimanere inattaccabile senza personalizzare, ma, anzi, favorendo la discussione interna, anche a costo di veder ‘sconfitto’ il proprio punto di vista? In fondo il leader non dovrebbe essere chi prende la decisione?

Ovviamente un leader ha il compito di ‘guidare’ e quindi di prendere decisioni per il gruppo. Tuttavia, conta anche il processo con il quale si prendono le decisioni. I leader ‘agentici’, come mi sembra possa essere definito anche Renzi, tendono a imporsi in virtù della loro energia e del loro puntare a ottenere risultati concreti in tempi brevi; i leader ‘cooperativi’ mirano a creare una condivisione all’ interno del gruppo anche se questo richiede più tempo e la parziale revisione  dei piani iniziali. I primi possono appunto peccare di personalismo; i secondi possono pagare l’eccessiva  ricerca del consenso e della collegialità in termini di scarsa efficacia. In linea di principio l’ideale sarebbe trovare un equilibrio: cercare l’accordo, ma sapere anche tener ferme alcune posizioni.

Come definirebbe il rapporto tra referendum e leadership politica?

Nessun rapporto diretto dato che il referendum è un quesito su una questione specifica e non un plebiscito, cioè non è un giudizio sulle persone né un modo di legittimare la leadership.  Poi, capita che i leader utilizzino il referendum come uno strumento tra gli altri per raggiungere alcuni obiettivi, magari anche per perseguire strategie che vanno oltre le questioni sottoposte al voto. Dopodiché, può anche accadere che poi la volontà popolare vada in altra direzione e quindi che il referendum diventi un boomerang per chi lo ha promosso.

La leadership dovrebbe sottintendere la responsabilità. Riconoscere gli errori e le eventuali  dimissioni, da questo punto di vista, sono la giusta modalità per rinsaldare il legame tra il leader e la base?

Dipende molto dalle circostanze. Ad esempio, di fronte a pesanti sconfitte elettorali, è naturale che ci sia un passo indietro e un cambio di leadership. Questo non toglie che, poi, ci si possa riprovare in un secondo tempo. In altre situazioni, se si riconosce che un intero progetto è fallito e non può realizzarsi in certe condizioni, ha senso fermarsi, proprio anche ritirandosi dalla politica per un certo periodo. Penso al caso di Charles de Gaulle che si fece da parte per diversi anni prima di tornare e riformare poi le istituzioni francesi.  In altre circostanze, un fallimento può anche essere gestito con un cambio di marcia senza che questo comporti le dimissioni o il ritiro. Certamente, però, per rinsaldare un vincolo con la base bisogna saperlo rigenerare.

A fronte delle ‘sconfitte’ delle amministrative 2016, dove il PD ha vinto al centro perdendo nella periferia, e del referendum del 4 dicembre, un’ ulteriore ‘accusa’ mossa a Matteo Renzi dai suoi avversari interni, è stata l’ essersi dedicato troppo alla ‘politica di palazzo’, tralasciando la ‘vita di partito’. Conoscendo i precedenti come, ad esempio il caso del Governo Prodi (1996-1998), è realizzabile una premiership solida senza essere leader di un partito e viceversa?

A mio giudizio, il caso Prodi è diverso e molto peculiare. Lì si scontrarono due visioni: quella di un progetto politico che era espressione di una coalizione e che era sintetizzato dalla figura di un leader che appunto non aveva un suo partito e quella più tradizionale di partiti che volevano contare in quanto parti di quella coalizione. Piuttosto, in questo caso, il punto è se sia meglio avere un premier che è anche segretario del suo partito o avere due persone diverse ai vertici dell’esecutivo e del principale partito al governo. Se guardiamo al modello ispirato all’esperienza britannica possiamo sostenere che è più efficace avere un premier che è anche segretario. La questione vera è comunque quella se il premier sia riuscito o meno a coinvolgere il partito nel suo progetto politico; altrimenti rimane una debolezza di fondo che prima o poi emerge e crea problemi al governo, indipendentemente dal fatto se il premier è anche leader del partito.

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