venerdì, Aprile 23

Attacco alla Corte Penale Internazionale field_506ffbaa4a8d4

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La decisione presa il 5 dicembre dalla Corte Penale Internazionale di ritirare le accuse contro il presidente keniota Uhuru Kenyatta, decisione dettata da forti pressioni internazionali, sembra essere la falla in grado di far crollare la diga di una giustizia unilaterale e geograficamente limitata.

Uganda e Kenya sono in prima fila nella crociata contro la Corte Penale Internazionale, giudicata come un mero strumento delle potenze occidentali. Una spada di Damocle al fine di contenere le spinte nazionalistiche africane e continuare ad assicurarsi il controllo politico ed economico di un Continente ricchissimo di materie prime e ora con i più importanti giacimenti di petrolio e gas metano del pianeta.

Il presidente ugandese Yoweri Museveni ha dichiarato la sua intenzione di promuovere un ritiro in massa da parte dei Paesi africani dalla Statuto di Roma. «Parliamo chiaro. Quei tipi della Corte Penale Internazionale devono smettere le loro follie. Sono felice che il processo contro il presidente Uhuru Kenyatta sia collassato. Nonostante questa vittoria, l’arroganza dei giudici della CPI è ancora intatta e si continua a processare il Vice Presidente William Ruto, anch’esso eletto democraticamente dal popolo keniota. Ora dobbiamo fermare questa arroganza insopportabile». Queste le dure parole pronunciate dal presidente ugandese durante le celebrazioni del Jamhuri Day a Nairobi, capitale del Kenya. Il Jamhuri Day è una festa nazionale celebrata ogni 12 dicembre. Una festa tesa a celebrare la dichiarazione della nascita della Repubblica del Kenya, avvenuta nel 1964.

Il presidente Museveni, principale attore della sconfitta della Corte Penale Internazionale contro il caso di Uhuru Kenyatta, dopo aver ottenuto la prima vittoria ha ora due obiettivi: il ritiro del caso contro il vice presidente Ruto e il ritiro dallo Statuto di Roma da parte dei Paesi africani. Questa mozione sarà sottoposta al prossimo summit dell’Unione Africana che si svolgerà nei primi mesi del prossimo anno. La proposta è stata già presentata durante due summit dell’Unione Africana svoltesi ad Addis Abeba quest’anno. In entrambe le occasioni la mozione non ha trovato il quorum necessario a causa della opposizione dei Paesi africani francofoni sotto evidente regia della Francia il principale finanziatore della Corte Penale Internazionale.

Il ritiro dei Paesi africani dallo Statuto di Roma significherebbe automaticamente la fine della Corte Penale Internazionale in quanto su 122 Paesi che hanno aderito allo statuto, 34 sono africani. Il secondo continente con più adesioni è l’America Latina (27 Paesi) seguita dall’Asia e dall’Europa dell’Est (18 Paesi rispettivamente). Altri 25 Stati hanno aderito allo statuto tra i quali i membri della Unione Europea. Le potenze mondiali, Cina, Russia e Stati Uniti, non hanno mai aderito allo Statuto di Roma. Stesso dicasi per lo Stato del Vaticano al fine di proteggersi da procedure legali internazionali contro i numerosi casi di pedofilia commessi dal suo clero nel mondo che ormai rappresentano un chiaro crimine contro l’umanità.  Al momento solo quattro Paesi africani si sono chiaramente schierati in difesa del Tribunale dell’Aia, Ghana, Sud Africa, Costa d’Avorio e Repubblica Democratica del Congo.

La difesa dei due Paesi francofoni risulta estremamente debole in quanto proprio la Corte Penale Internazionale è stata utilizzata dal governo francese per favorire due regimi anti democratici: quello del Presidente Alassane Ouattara  e quello del presidente Joseph Kabila. Il primo ebbe accesso alla Presidenza grazie ad un colpo di stato organizzato direttamente dall’esercito francese contro il presidente Laurent Gbagbo emerso vincitore nelle elezioni del 2010.  La Cellula Africana dell’Eliseo prima armò ed incoraggiò le milizie di Ouattara (Forces Nouvelles de Cote d’Ivoire – FNCI) a riprendere la guerra civile agli inizi del 2011 e il 11 aprile 2011 le truppe di occupazione francese catturarono il presidente Gbagbo nominando alla guida del paese il suo rivale Ouattara. Le sorti di Laurent Gbagbo erano state segnate da quando iniziò a promuovere una politica economica nazionalistica nel paese considerato il giardino dietro casa di Parigi.

Nell’ottobre 2011 la CPI aprì una inchiesta su presunti crimini contro l’umanità commessi dal presidente destituito con la forza: Gbagbo, trasferito presso il Tribunale dell’Aia il 29 novembre 2011. Nell’aprire l’inchiesta sui crimini contro l’umanità commessi durante la guerra civile in Costa d’Avorio (2002 – 2008 e 2010-2011) la Corte Penale Internazionale volutamente ignorò i crimini commessi dal rivale Ouattara e dai mercenari che componevano il movimento guerrigliero FNCI, prevalentemente provenienti dalla Burkina Faso. Le accuse contro Gbagbo furono confermate nel giugno 2012 e il processo inizió lo scorso giugno.

La CPI sotto istigazione francese accettò di eliminare il pericoloso avversario politico-militare del presidente congolese Kabila, Jean-Pierr Bemba. Vero vincitore delle elezioni presidenziali del 2006, a Bemba fu impedito di assumere la carica di Presidente da pesanti frodi elettorali a favore di Joseph Kabila, ampiamente accettate dalle potenze occidentali in cambio di diritti di sfruttamento sui minerali preziosi concessi da Kabila. Dopo una breve ribellione armata culminata nella battaglia di Kinshasa,  Bemba fuggì prima in Portogallo e successivamente a Bruxelles dove nel maggio 2008 fu arrestato e condotto presso il Tribunale dell’Aia con l’accusa di aver commesso numerosi crimini di guerra durante l’avventura militare in Centro Africa avvenuta nel 2003. Come nel caso della Costa d’Avorio, la Corte Penale Internazionale volutamente evitò di aprire un’inchiesta contro il presidente congolese per i crimini commessi durante le due guerre Pan Africane combattute in Congo (1996-1997 e 1998-2004).

Anche Uganda, Zimbabwe, Angola e Rwanda non subirono una inchiesta per i ben documentati crimini di guerra commessi durante i loro interventi militari in Congo dal 1996 al 2004. Il processo contro Bemba è iniziato il 22 novembre 2010. Un processo reso difficile e complicato dalle interferenze del governo francese. Queste interferenze hanno come obiettivo quello di convincere la CPI a condannare Jean-Pierre Bemba senza coinvolgere il mandatario di questi crimini. Le milizie di Bemba vennero assoldate da Parigi per combattere a fianco del presidente della Repubblica Centrafricana Ange-Félix Patassé incalzato dalla guerriglia del Generale Francois Bozizè, divenuto presidente nel 2004. Le nefaste interferenze francese sulla ex colonia si rinnovarono nel 2012 quando il presidente Bozizè divenne un personaggio scomodo e Parigi sostenne le milizie estremiste islamiche Séléka CPSK-CPJP-UFDR successivamente combattute dalla Francia nel 2013 a causa della impossibilità di controllarle una volta raggiunto il potere. Ai giorni nostri la Repubblica Centroafricana è un Non Stato in preda a milizie estremistiche islamiche e cristiane che tentano di attuare reciproci genocidi.

Con l’incriminazione unilaterale di Bemba, la Corte Penale Internazionale permise alla Francia di distruggere l’unica seria opposizione a Joseph Kabila garantendo il potere alla Famiglia Kabila e la continuazione  degli interessi minerari delle ditte francesi in Congo. Questi due eclatanti casi di giustizia parziale sono presi come esempi della giustizia unilaterale della CPI al servizio delle potenze occidentali. Secondo vari analisti il tentativo del presidente Museveni di convincere i Paesi africani a ritirarsi dallo Statuto di Roma nasconde un obiettivo più realistico e facile da ottenere: la modifica delle regole della Corte Penale Internazionale per impedire che possa procedere contro un Presidente in carica. Oltre al caso chiuso del presidente Kenyatta vi è ancora aperto il caso giuridico contro il presidente sudanese Omar El-Bachir per presunti crimini di guerra commessi in Darfur.

Anche il Kenya è passato all’offensiva internazionale per limitare il potere della CPI. Durante l’ultima assemblea ONU a New York l’Ambasciatore keniota presso le Nazioni Unite Macharia Kamau ha proposto degli emendamenti allo Statuto di Roma. Gli emendamenti abrogativi riguardano l’articolo numero 27 relativo alla possibilità di incriminare un Presidente in carica e l’articolo numero 112 che conferisce alla CPI il potere di eseguire inchieste indipendenti ignorando i sistemi giudiziari nazionali. Il Kenya, sostenuto da Uganda e Rwanda, ha avanzato l’idea di creare una Corte Africana per i Diritti Umani che prenda la giurisdizione dei crimini commessi nel Continente impedendo la “Selettiva giustizia dei Bianchi”. I primi effetti di questi attacchi al cuore del sistema giudiziario della Corte Penale Internazionale sono già evidenti.

La Corte Penale di Giustizia ha annunciato la decisione di sospendere le indagini sui presunti crimini contro l’umanità commessi nel conflitto in Darfur, Sudan. La giustificazione data è la mancanza di collaborazione da parte del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rendere operativi gli arresti degli indiziati tra cui il presidente sudanese Omar El-Bechir. Il Governo sudanese ha richiesto al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di rivedere la sua decisione di riferire il caso del Darfur alla Corte Penale Internazionale. Come nei precedenti casi, anche le investigazioni sui crimini commessi contro l’umanità in Darfur sono unilaterali e non prendono in considerazione i vari attori militari e i loro finanziatori (come per esempio il governo del Ciad), ma solo le forze governative. Negli ultimi anni è innegabile che il governo di Khartoum ha compiuto numerosi sforzi per la pace nel paese, migliorando sensibilmente la difesa dei diritti umani.

Nonostante che il Sudan non abbia mai aderito allo Statuto di Roma e che le prove fino ad ora raccolte dalla CPI non riescono a chiarire dirette responsabilità del governo di Khartoum, rimane un mandato di arresto internazionale sulla testa del presidente sudanese in carica. Una situazione intollerabile che compromette la sovranità nazionale e la stabilità del paese. Provate solo ad immaginare se sulla testa del presidente Barak Obama pendesse un mandato di arresto internazionale. È innegabile che sono stati compiuti gravi crimini in Darfur ma inchieste unilaterali e politicamente motivate di certo non permettono alla giustizia di trionfare. Dopo la caduta delle accuse rivolte al presidente Uhuru Kenyatta sarebbe il caso di far decadere anche le accuse rivolte al presidente sudanese. Questa è l’opinione che la maggioranza della intellighenzia e dei governi africani condivide. Una chiara espressione di un profondo malessere dettato da una ingiustizia che ha origini razziali e che vede alla sbarra presunti criminali unicamente di pelle nera e africani.

L’Africa reclama ad alta voce il diritto di amministrare la propria giustizia, lottando contro i pregiudizi razziali esternati da coloro che pensano che i sistemi giudiziari africani siano incapaci di somministrare giustizia. L’offensiva del Kenya e dell’Uganda contro la CPI è tesa a infliggere il colpo mortale a questo organismo giuridico teoricamente super partes ma in realtà assoggettato a logiche di interesse politico ed economico delle potenze occidentali e delle loro multinazionali. Una semplice domanda ci viene posta dagli africani: «Chi siete voi, Bianchi, per poter arrogarvi il diritto di somministrare la giustizia al nostro posto? Siete esempi di virtù e rispetto dei diritti umani?».

Il recente scandalo delle torture come normale metodo interrogatorio utilizzato dalla CIA sta ad indicare che noi “Bianchi” appartenenti al Primo Mondo, quello “Civilizzato” non siamo certamente nella migliore posizione per poter elargire insegnamenti morali ne tanto meno i garanti della giustizia, quella con la G maiuscola che deve per forza essere imparziale. Domanda retorica si impone: la Corte Penale Internazionale condurrà in tribunale  il direttore della CIA John O. Brennan per crimini contro l’umanità commessi sulla base del dettagliato rapporto del Dipartimento Investigativo del Senato Americano pubblicato in questi giorni? Se Mr. Brennan comparirà sul banco degli imputati presso l’aula del Tribunale dell’Aia allora si potrà considerare la giustizia della CPI come imparziale. Altrimenti… Per concludere, vista la ricorrente accusa che i governi africani proteggerebbero i propri criminali, credete che l’Amministrazione Obama processerà Mr. Brennan per gli atroci crimini compiuti a Guantanamo , Abu Ghraib e in altre località segrete sparse per il pianeta in nome della lotta contro il terrorismo e della difesa degli Stati Uniti?

 

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