martedì, Luglio 27

Atlantismo italiano, vendesi image

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In periodo di crisi è giusto (e anche doveroso) cercare di ottimizzare le risorse disponibili, rendere più efficiente ciò che è utile ed eliminare dalle voci di spesa ciò che non lo è. Una condotta sacrosanta che qualsiasi ‘buon padre di famiglia’ dovrebbe avere nel gestire la propria situazione economico-finanziaria. Figurarsi se il padre di cui sopra è il Governo e la famiglia da gestire è quella dell’intero popolo italiano, la cui situazione economica non è certo delle più floride, visto anche quanto pubblicato pochi giorni fa dal Fondo Monetario Internazionale, il quale conferma che il Prodotto interno lordo dell’Italia, anche per il prossimo anno, viaggerà in territorio negativo (le stime parlano di un -0,1 per cento, comunque migliorative rispetto all’attuale -0,4 per cento).

In linea di massima, se fatta con le dovute cautele e non con la ‘scure’, la spending review di cui si sta discutendo da tanto  tempo, non è poi così indesiderabile, se vista nell’ottica dell’efficienza allocativa  delle risorse a disposizione dello Stato, nell’eliminazione dei servizi ‘doppione’ o nell’impiego di una maggiore meritocrazia nella valutazione dell’operato dei dipendenti pubblici.

Un piano di revisione della spesa così concepito, potrebbe anche essere bene accetto e sostenuto. Quando quello che si vuole riformare o depennare dalla spesa pubblica dello Stato, sono Istituzioni, Organizzazioni e servizi che sono tutto, fuorché inutili le cose cambiano radicalmente. In alcuni casi, poi, la situazione sembra prendere una piega davvero surreale.

E’ questo il caso del Comitato Atlantico Italiano, istituzione storica che svolge, da quasi 60 anni, attività di ricerca, formazione ed informazione sui temi di politica estera, sicurezza ed economia internazionale relativi all’Alleanza Atlantica, con particolare riferimento al ruolo dell’Italia nel consesso della Nato. Principale compito del Comitato Atlantico italiano è assicurare la presenza dell’Italia nell’Atlantic Treaty Association (ATA), Organizzazioneombrello che funge da raccordo tra la Nato e le pubbliche opinioni dei Paesi membri dell’Alleanza Atlantica. Negli ultimi anni l’Ata ha assunto nuovi compiti e una sempre maggiore rilevanza grazie all’associazione dei Comitati Atlantici dei Paesi aderenti al Partenariato per la Pace ed al Dialogo Mediterraneo. Non solo. Il Comitato cura l’organizzazione di attività didattiche e di formazione su tematiche atlantiche e di sicurezza per personale civile e militare, oltre a svolgere attività di ricerca e analisi sui temi di politica estera, sicurezza e difesa relativi alla Nato ed alla sicurezza internazionale ed essere attivo nella promozione di programmi di dialogo e cooperazione con i Paesi membri e Partner della Nato.

Alla presidenza del Comitato Atlantico italiano si sono succeduti personaggi importanti della storia recente e contemporanea dell’Italia, dall’ex Presidente della Repubblica, Giuseppe Saragat, all’ex Presidente del Consiglio, Emilio Colombo, senza dimenticare il diplomatico Manlio Brosio, unico italiano della storia a essere stato nominato alla guida del Segretariato Generale della Nato.

Tornando ai giorni nostri, in un comunicato stampa di Palazzo Chigi del 23 luglio scorso, relativo alla pubblicazione del ‘Decreto Missioni’ (documento che definisce in seno al Consiglio dei Ministri le proposte di tutti gli stanziamenti messi a disposizione non solo delle missioni militari e diplomatiche italiane all’estero, ma anche i fondi destinati a mantenere in vita Enti e Organizzazioni e Organismi internazionali che fanno capo al nostro Paese), si specifica che gli stanziamenti previsti dal Governo a favore del succitato Comitato Atlantico, per il prossimo anno, saranno pari a soli 50 mila euro. Tale somma rappresenta davvero un bilancio troppo esiguo perché un’Organizzazione di questa levatura e prestigio possa anche solo rimanere in vita. Una decisione, quella dell’Esecutivo, che sa molto di condanna a unamorte lenta per questa Istituzione.

Dal mondo della politica italiana, quello che si esprime è solo ‘silenzio’ in merito alla situazione in cui versa al momento il Comitato. Infatti, il Presidente della IV Commissione Difesa alla Camera, Elio Vito (FI), da noi interpellato sulla questione ha preferito non rispondere alle nostre domande per non influenzare l’andamento dei lavori delle Commissioni competenti in materia. Anche il Presidente della 3a Commissione permanente Affari Esteri del Senato, Pierferdinando Casini (PI) e il suo omologo alla Camera, Fabrizio Cicchitto (NCD), interpellati attraverso le loro segreterie, non rilasciano alcun commento al riguardo.

Un commento arriva, invece, dall’attuale Presidente della Società Italiana per l’Organizzazione Internazionale (SIOI), Franco Frattini. L’ex titolare degli Esteri interviene affermando che “già da Ministro, ho dovuto più volte battagliare per assicurare al Comitato Atlantico italiano quel ‘minimo vitale’ indispensabile. Malgrado il Presidente Lucciolli abbia sempre avuto una condotta molto moderata nell’ambito della spesa, il Decreto Missioni azzera praticamente tutti i fondi all’Organizzazione”. Una sforbiciata che, secondo l’ex Ministro, ha un duplice effetto negativo: “La paralisi completa delle attività del Comitato, da un lato e, dall’altro, una figuraccia colossale con tutti i partner atlantici dell’Italia”.

La scarsa considerazione che l’Organizzazione suscita tra le fila del Governo Renzi, è possibile riscontrarla anche nelle precedenti legislature, come precisa Frattini: “Nel corso del mio mandato c’era comunque una scarsa conoscenza del Comitato negli ambiti parlamentari. Nel mio caso, conoscevo bene sia Enrico La Loggia (il presidente uscente del Comitato, ndr) che l’attuale Presidente Lucciolli e per questo sono sempre riuscito a ‘salvare il salvabile’, per una motivo, in particolare: perché l’operato del Comitato Atlantico genera un ritorno di credibilità per il nostro Paese, che ha un valore molto più alto dell’esiguo investimento che richiede per continuare ad essere operativo”.

Commenti sulla questione arrivano anche dagli ambiti accademici. In particolare, Raffaele Marchetti, docente di Relazioni Internazionali presso la LUISS Guido Carli di Roma afferma che “la situazione dei tagli al Comitato Atlantico potrebbe essere letta anche come un’azione collegata alla richiesta fatta all’Italia dagli Stati Uniti durante l’ultimo summit che si è svolto in Galles, di aumentare il budget previsto per gli stanziamenti Militari”. In effetti, i tagli sono stati prospettati dal Governo proprio nel Decreto Missioni, documento in stretta relazione (come detto) con le materie che riguardano la Difesa. “La sopravvivenza del Comitato” secondo Marchetti, “è non solo necessaria per una logica di multilateralismo e di diverse opportunità che verrebbero certamente a non essere più disponibili per l’Italia, ma anche per una questione di pura responsabilità”.

Già, perché, come se non bastasse, la tempistica del provvedimento (vagliato dalle Commissioni competenti alla Camera e in attesa di essere discusso in Senato) non è delle migliori. Lo scorso 29 maggio, infatti, nel corso della sessione speciale del Consiglio dell’Ata che si è svolta a Budva (Montenegro) il Segretario Generale del Comitato Atlantico Italiano, Fabrizio W. Luciolli, è stato unanimemente eletto Presidente dell’Atlantic Treaty Association per un periodo di tre anni, che decorreranno a partire dalla prossima Assemblea Generale 2014. Un momento importantissimo per l’Italia e per il Comitato Atlantico che, da un lato, si trova nella posizione di poter indirizzare l’operatività dell’intera Ata e dei 40 ‘Atlantic Committee’, con tutti i benefici di immagine, ma soprattutto strategici che ne possono derivare e, dall’altro si trova a dover fare i conti con un bilancio che risulterebbe insufficiente in situazioni di normalità, figurarsi con la responsabilità della guida di un intera Organizzazione internazionale.

Il Presidente Luciolli ci spiega che “c’è stata una scarsa attenzione verso i temi atlantici in generale e un altrettanto scarsa attenzione da parte del Governo italiano verso le rappresentanze che l’Italia detiene presso gli organismi che possono anche apparire, in un certo senso, minoritari rispetto ai più grandi consessi internazionali. Non si tiene conto che anche realtà meno in vista come il Comitato Atlantico Italiano, sono capaci di incidere da ‘Front Runners’, alle volte addirittura anticipando alcuni processi in ambito internazionale sollecitando l’attenzione delle autorità istituzionali competenti”.

Un esempio, in questo senso, possono essere gli interventi sollecitati dal Comitato Atlantico negli anni scorsi riguardo la questione e la crisi che si andava delineando in Kurdistan, una posizione che all’epoca è stata aspramente criticata a causa di una diversa concezione dell’estensione del concetto di ‘Atlantismo’. Proprio nell’ambito della questione kurda, con uno studio realizzato in collaborazione con diversi centri studi sul mondo arabo sulle prospettive della minaccia alle comunità cristiane in tutto il Mediterraneo e nel Medio Oriente, il Comitato ha preso parte a un’iniziativa promossa dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite, ‘Alliance for Civilization’ che ha permesso di offrire a 8 mila kurdi delle abitazioni dignitose e di lasciare le tendopoli e i campi profughi. L’iniziativa avrebbe dovuto essere presentata prima alle Nazioni Unite questo autunno e poi anche al Parlamento Europeo.

Tutte le attività silenziose che vengono portate avanti dalla nostra Organizzazione”, spiega Luciolli “hanno, però, un impatto concreto. Evidentemente oggi contano più i proclami e gli slogan, che lavorare attivamente sul territorio ottenendo risultati. Ad ogni modo, stiamo lavorando perché ci sia un’attenzione maggiore da parte dei decisori politici e del Governo, soprattutto perché da quest’anno abbiamo la prospettiva (e la responsabilità) di dover guidare l’intero network dei 40 Atlantic Committees che compongono l’Atlantic Treaty Association (ATA). Un compito davvero arduo (se non impossibile) da assolvere per un Comitato come quello italiano, indebolito fortemente dai tagli contenuti nel Decreto Missioni”.

Ma siamo in periodo di spending review e di questo Luciolli ne è consapevole, tanto da affermare che “nell’ottica di revisione della spesa pubblica, tutti dobbiamo fare la nostra parte. Anche noi del Comitato Atlantico. Ma tagli lineari e pesantissimi come quelli paventati dal decreto (definiti, peraltro, senza alcun preavviso), a fronte di compiti e responsabilità maggiori che ci sono state affidate in prospettiva del prossimo triennio di presidenza italiana dell’ATA, sono assolutamente inaccettabili”.

Stiamo lavorando per perorare la nostra causa presso le sedi istituzionali competenti, ma stiamo valutando anche delle soluzioni che potrebbero coinvolgere il settore pubblico quanto quello privato”. Su questo punto, però, è necessario considerare un aspetto: il Comitato Atlantico italiano svolge un’attività, come detto, che ha sostanziale valenza istituzionale ed è difficile poter anche solo concepire molte delle iniziative istituzionali in cui è impegnato, ma realizzate grazie all’apporto di fondi privati. Nella normalità, infatti, non è raro che un evento o un’iniziativa venga realizzata anche grazie a sponsor provenienti da vari settori del mondo dell’industria, in una misura che non supera quasi mai il 30 per cento del totale del budget previsto, caso per caso (secondo quanto riportano fonti del Comitato).

Se però “bisogna partecipare a una riunione ufficiale al Quartier generale della Nato a Bruxelles, ad esempio, è difficile immaginare”, spiega Luciolli, “di essere finanziati direttamente per questo tipo di attività da fondi di tipo privato, come è avvenuto, in occasione della 58esima Assemblea Generale dei Comitati Atlantici quando il Comitato italiano ha ospitato a Roma 500 persone nell’arco di 4 giorni. In quel caso la quota di partecipazione finanziaria dello Stato a sostegno dell’iniziativa non è arrivato ad un terzo del budget necessario. Il resto (più dei due terzi) è stato raccolto solo grazie alla sponsorizzazione privata”.

Se ci si dovesse affidare troppo alle risorse provenienti dal mondo privato in compensazione a quelle (in procinto di diventare molto esigue) provenienti dallo Stato e dal settore pubblico, le cose prenderebbero una piega diversa. Secondo quanto afferma Luciolli “in questo caso, il Comitato Atlantico, che è nato per sostenere e promuovere gli obiettivi dell’Italia in ambito Nato e a livello internazionale, sarebbe costretto a fare spazio non più agli interessi generali, ma a quelli particolari di imprese e privati finanziatori”.

Un altro esempio è quanto fatto dallo Stato per contribuire all’evento in programma a Cagliari nelle prossime settimane, ossia il primo ‘Mediterranean-Gulf Forum’, al quale prenderanno parte nomi importanti della scienza e del mondo della ricerca per esercitare un impatto diretto e costruttivo sui processi in corso in Medio Oriente. Un’iniziativa nella quale la quota di finanziamento pubblico è pari a zero. In questo caso, “il Ministero degli Affari Esteri italiano non potrà certamente pretendere che il Comitato segua le linee guida generali del Governo in quanto il Comitato diventa un Ente totalmente privato, espoliato (gioco forza) della sua vocazione naturale, che è quella di perorare il pubblico interesse dell’Italia e dei suoi cittadini, a livello atlantico e internazionale”.

Una posizione condivisa anche da Frattini, il quale aggiunge che “dato il particolare ambito operativo del Comitato, impegnato a livello internazionale a mantenere alta la posizione dell’Italia sui temi, ad esempio, della sicurezza internazionale o la cooperazione transatlantica, il rischio è che gli investitori privati possano essere anche le grandi imprese di produzione di armamenti, da sempre attenti ai grandi temi di sicurezza strategica”. E’ chiaro che “con la sfera privata bisogna cooperare”, aggiunge, “ma non è possibile che gli interessi particolari di pochi diventino ‘le linee guida’ di un’Organizzazione come il Comitato Atlantico Italiano”.

Ma come si è arrivati a questo punto? Secondo Luciolli “il problema non è di una volontà politica che si muove contro la nostra Organizzazione, ma semplicemente perché la politica italiana è troppo ripiegata su se stessa e sui suoi problemi domestici e non c’è attenzione verso i temi atlantici”. Una disattenzione che ha portato il numero uno del Comitato Atalntico italiano a dover ridurre a zero tutto l’organico dell’Organizzazione, mandando a casa tutti i ricercatori e i dipendenti. Nonostante ciò, per puro senso del dovere, gli addetti che facevano parte della macchina organizzativa e operativa del Comitato, in via informale stanno continuando a lavorare come se nulla fosse, con la differenza che non percepiscono alcuno stipendio.

L’eventuale chiusura per mancanza di fondi di un Comitato Atlantico nazionale come quello italiano, significherebbe (oltre alla brutta figura per il nostro Paese) uscire da un consesso al quale partecipano tutti i Paesi che fanno parte della Nato, Organizzazione della quale l’Italia è stata fondatrice sessant’anni fa. Sta di fatto che una decisione del genere, com’è giusto che sia resta una scelta in capo al Governo italiano, “una decisione per la quale”, spiega Luciolli, “chi governa dovrà, ovviamente, assumersene tutte le responsabilità politiche, sul piano nazionale e internazionale”.

Specie perché con un’eventuale ‘forfait’ dell’Italia, andrebbero perse delle opportunità strategiche concrete, sia dal punto di vista politico che economico.
L’occasione che si presenta con l’inizio del triennio di presidenza italiana dell’ATA, infatti, permetterebbe all’Italia di indirizzare la politica dell’Organizzazione nell’ambito della sicurezza atlantica (e non solo), beneficiando dello straordinario moltiplicatore rappresentato dai Comitati dei 40 Paesi (che abbracciano regioni geografiche differenti, dal Mediterraneo, all’Europa, al Baltico, compresa la Federazione russa) che fanno parte dell’ATA. Inoltre, il volume di affari del comparto industriale italiano (in diversi settori, tra i quali rientra certamente quello della difesa), avrebbe certamente uno slancio interessante, grazie del ruolo più centrale destinato all’Italia in ambito atlantico.
Senza contare il peso politico internazionale che il Comitato Atlantico Italiano al momento riesce a esercitare grazie alle fortissime relazioni che si sono create e consolidate nel tempo con leader politici ed esponenti di rilievo internazionale che lo stesso Organismo italiano ha contribuito a formare in diverse regioni, dai Balcani, a Israele e tutto il Mediterraneo. Un capitale di relazioni che andrebbe disperso se il Comitato dovesse cessare di esistere a causa dei tagli messi in cantiere dal Governo.

Ma è solo il Comitato italiano a dover affrontare questo tipo problema? Se andiamo a osservare come i Governi degli altri Paesi considerano i propri Comitati Atlantici, basta leggere il motto impresso sulla targa di ingresso degli uffici di quello statunitense: ‘Ideas, Influence, Impact’. “Tre parole che la dicono davvero lunga sul tipo d’importanza che gli Stati Uniti affidano a questa Organizzazione”, afferma Luciolli, “senza contare che fino a poco tempo fa il Comitato Usa”, che tra tutti i ‘think tank’ di Washington, è quello che riceve i maggiori finanziamenti da parte dell’Amministrazione Obama, “era presieduto da Chuck Hagel, esponente del Partito Repubblicano e attuale numero uno del Pentagono”. Senza allontanarsi troppo, però, basterebbe anche solo osservare il finanziamento raccolto dal Comitato Atlantico della Slovacchia (che non ha le stesse risorse economiche degli Stati Uniti) che incassa ogni anno contributi da parte dello Stato pari a 2 milioni di euro. Una considerazione che, a quanto pare, non sembra essere affatto condivisa dalle alte sfere del Governo italiano.

 

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