giovedì, Ottobre 28

Assemblea Onu, obbiettivo: sconfiggere l'Isis image

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Onu palazzo

Le piccole e grandi Nazioni del mondo riunite da ieri nel Palazzo di vetro a New York lavorano incessantemente per trovare accordi e strategie contro i terroristi dello Stato Islamico. Altri problemi sembrano essere passati ampiamente in secondo piano e tutti gli stati membri dell’Onu sembrano essersi resi conto dell’urgenza e della gravità della questione mediorientale.

Proprio il Consiglio di Sicurezza dell’Onu, presieduto dal Presidente americano Barack Obama, ha adottato all’unanimità una risoluzione vincolante contro la crescente minacciadei combattenti stranieri che raggiungono in Iraq e Siria i gruppi jihadisti. Impegnando tutti gli Stati a prevenire sul proprio territorio il reclutamento e il finanziamento di terroristi, oltre a impedire loro ogni tipo di movimento per raggiungere sul campo i gruppi estremisti.

Passi avanti concreti si vedono anche per ciò che riguarda la partecipazione alla Coalizione ani-Isis che continua a crescere: il gruppo guidato dagli Stati Uniti ora conta oltre 60 Nazioni che in vario modo offrono sostegno militare, materiale e logistico.

L’Iraq ha autorizzato Francia e Stati Uniti ad utilizzare il suo spazio aereo per effettuare raid contro i ribelli. Al contrario, il Libano non fornirà truppe o armi, dal momento che il Paese è già impegnato nella sua battaglia contro l’Is e contro il Fronte al Nusra ed ha invece fatto richiesta di aiuti per finanziare l’esercito regolare.
La Giordania è impegnata attivamente sul territorio come confermano le azioni militari (soprattutto raid aerei) intraprese questa settimana, che hanno portato alla distruzione di una serie di obbiettivi dell’Is. Cosi come il piccolo Stato del Bahrain.

Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar, oltre a partecipare agli attacchi aerei sulle regioni calde hanno offerto aiuti economici per un totale di più di un miliardo di dollari ripartiti tra aiuti umanitari, aiuti finanziari all’Iraq e supporto al Centro antiterrorismo dell’ONU.

La Francia è tra le Nazioni più attive (e da ieri tra le più emotivamente coinvolte) della coalizione: la scorsa settimana i caccia francesi hanno bombardato un deposito logistico militare in Iraq utilizzato dall’Is, e stamane hanno proseguito i raid nelle aree critiche. Come naturale reazione, dopo la decapitazione del connazionale Hervé Gourdel, ostaggio dei jihadisti algerini, il Governo di Parigi ha rotto ogni riserva garantendo la partecipazione attiva ai futuri attacchi aerei: «Vogliono terrorizzarci», ha dichiarato oggi il Ministro degli Esteri francese Laurent Fabius, commentando la macabra decapitazione del connazionale, «quindi la reazione che bisogna avere e’ esattamente il contrario: Bisogna fare di tutto per trovarli e punirli». Mentre in patria si cerca di prevenire eventuali attacchi terroristici con il rafforzamento delle misure di sicurezza nei luoghi pubblici e nei trasporti. Così come a Londra, dove nove uomini sono stati arrestati con il sospetto di essere membri di un’organizzazione legata al terrorismo islamico, mentre sono in corso perquisizioni in edifici pubblici e privati in varie zone della City.

Tornando alla coalizione, non manca poi il supporto dei ‘piccoli’: dalla Svezia al Kwait, dalla Spagna al Lussemburgo, dalla Svizzera alla Slovacchia, tutti offrono sostegno economico e supporto umanitario a seconda delle loro disponibilità. Mentre c’è chi si tira indietro, come la Bulgaria che non prenderà parte alla coalizione come dichiarato dal Ministro della difesa ad interim Velizar Shalamanov: «Noi non intendiamo prendere parte alla coalizione, in quanto riteniamo che le nostre capacità siano limitate. L’aeronautica militare bulgara non e’ in grado di partecipare a operazioni congiunte di tale intensità». Garantendo però un contributo minimo in armi leggere e munizioni.

Si attende poi un passo avanti da parte dell’Iran anche se il Presidente iraniano, Hassan Rohani, dal podio dell’Onu scandisce parole forti contro i miliziani dell’Isis definiti distruttori della civiltà‘ e non risparmia dure critiche ai passati finanziatori del terrorismo: «Tutti coloro che hanno avuto un  ruolo nel finanziamento e nel sostegno di questi gruppi terroristici  devono riconoscere i loro errori e chiedere scusa non solo alla generazione passata, ma anche a quella futura» perché «Le azioni del terrorismo hanno il risultato di incrementare l’islamofobia e aprire la strada all’intervento di forze straniere nella regione». Un intervento, questo, che Teheran respinge. Mentre la Siria, per voce del capo della coalizione anti-Assad, Hadi al Bahra, ha chiesto più armi e sostegno aereo per combattere contemporaneamente sia l’Isis che il regime siriano. Londra e Washington prendono tempo e per ora annunciano l’invio di “forniture non letali” per un valore di 115 milioni di dollari.

A Est, in Ucraina si alternano segnali di tensione e di distensione:  il Presidente ucraino Petro Poroshenko ha firmato infatti un decreto che autorizza il Governo a chiudere temporaneamente le frontiere terrestri e marittime ai veicoli e alla persone e annuncia che chiederà ufficialmente l’adesione all’Ue nel 2020. Mentre è semi-ufficiale un incontro (da organizzare entro tre settimane) con il leader del Cremlino Vladimir Putin, la cui riuscita, dichiara Poroshenko «dipenderà dai progressi nella messa in atto del piano di pace». In risposta, i ribelli filorussi dell’est ucraino confermano che terranno, come da programma, le loro elezioni il 2 novembre, mentre Kiev fa sapere che, qualunque sia l’esito, le votazioni nell’auto-proclamata repubblica di Donetsk non saranno riconosciute.

In Catalogna, nonostante il flop scozzese, si continua a lavorare per l’indipendenza:  il Capo del Governo regionale Artur Mas, accorcia i tempi e si dice intenzionato a convocare, già sabato prossimo, il referendum  regionale, che da tempo era stato fissato per il 9 novembre. Il Governo centrale di Madrid risponde per voce della vicepremier Soraya Sanz de Santamaria, la quale dichiara che  «Quando Mas deciderà di pubblicare il decreto si agirà con serenità e con celerità», e precisa, «Il Presidente della Generalitat non dovrebbe firmare quel decreto di convocazione perché sa benissimo che la legge su cui si basa è incostituzionale».

Novità per quanto riguarda la Palestina: con una mossa destinata con ogni probabilità ad irritare Israele, l’organizzazione nazionalista palestinese Hamas e la costola dell’OLP, Fatah, hanno deciso di ridare vita ad un Governo di unità nazionale nella Strisicia di Gaza. I laici di Fatah e gli islamici di Hamas riuniti al Cairo dove sono in corso i negoziati indiretti con gli israeliani sotto la mediazione dell’Egitto, hanno raggiunto un accordo per un governo inclusivo di tutte le fazioni palestinesi. Questo nuovo patto cancella di fatto la rottura tra le due organizzazioni avvenuta nel 2007, quando Hamas espulse al termine di violentissimi scontri gli uomini di Fata da Gaza assumendo il controllo pressoché totale dell’area.

 

 

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