mercoledì, Giugno 16

Assassini in nome dell'Islam field_506ffbaa4a8d4

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Esplode la violenza nel nome dell’Islam.

Il 14 luglio, a Nizza stava terminando la festa lungo la Promenade des Anglais quando un tunisino di 31 anni, residente in Francia, è entrato in azione sparando sulla folla e subito dopo falciando i passanti con un camion: 84 morti e oltre cento i feriti. Abbattuto dalla Polizia l’uomo che, nel nome dell’Islam, ha ucciso uomini inermi, donne e bambini al grido di ‘Allah-u akbar’ -Dio è il più grande. L’attacco e i suoi risultati vengono rivendicati dal sedicente Stato islamico via Web e l’assassino indicato come soldato del Califfato.

Il 18 luglio seguente, un diciassettenne profugo afghano, in Germania da poche settimana e ospite di una famiglia d’accoglienza bavarese, si è velocemente radicalizzato e, armato di un ascia e coltelli, ha aggredito i passeggeri a bordo di un treno: quattro i feriti, di questi uno in pericolo di vita. Il soggetto si è dichiarato, in un video, ‘soldato dell’IS’. L’atto viene rivendicato, anche in questo caso, dallo Stato islamico via Web.

E ancora, il 19 luglio, sempre in Francia nelle Hautes-Alpes, un uomo di 37 anni, marocchino e descritto come musulmano praticante, ha aggredito a colpi di coltello una donna e le sue tre figlie; una in pericolo di vita. Le ragioni dell’atto sarebbero riconducibili all’abbigliamento della donna e delle sue figlie, non gradito all’aspirante omicida.

I nomi di questi attaccanti? Insignificanti ai fini delle considerazioni che si intendono fare; un’opportuna ‘damnatio memorie’. Nulla valevano in vita, meno ancora valgono da morti.

Pochi eventi, quelli citati, ma concentrati in un arco temporale estremamente ristretto: una settimana, l’ultima, quella appena trascorsa. Cos’hanno in comune questi eventi, oltre alla reazione di paura, sdegno, disgusto che ognuno di noi ha provato?
In comune ci sono le motivazioni individuali dei singoli terroristi-assassini; o meglio, la giustificazione religiosa, di un Islam travisato e interpretato, che ognuno di quei singoli individui ha dato al proprio gesto di violenza. Assassini in nome di un dio, terroristi autodafé i cui gesti hanno avuto eco mondiale; soggetti spesso affetti da patologie psichiche, o falliti socialmente e moralmente, che tentano, con un ultimo ed estremo gesto, di crearsi uno spazio sociale ed essere accettati dalla ‘Umma’, la comunità dei fedeli musulmani; poco importa se solamente una parte di questa li ha accettati davvero o, forse, li accetterà.

L’ombra dell’ISIS dietro queste azioni? Si. Ma anche no.
Le autorità dichiarano che non vi sono legami diretti con lo Stato islamico. Questo è assolutamente insignificante, oltre che fuorviante. Nella maggior parte dei casi non esistono legami formali, documenti, ordini scritti, piani predisposti a livello centrale; nulla di tutto questo. Eppure i legami vi sono, e sono molto forti. Sono legami ideali, o meglio ideologici, in grado di colmare vuoti, creare senso di appartenenza, rafforzare personalità deboli alla ricerca del riscatto sociale, riempitivi emotivi per soggetti insoddisfatti, frustrati, repressi… poveracci in cerca di un proprio io attraverso il nome di Dio. E lo Stato islamico questo lo sa bene, e così i suoi reclutatori.

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