martedì, Gennaio 25

Assange, ovvero della libertà di controllare i Governi La libertà di informazione e la libertà tout court

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Ci sono date che segnano pietre miliari nella storia dell’umanità. Molte ci sono note attraverso i libri: 14 luglio 1789, presa della Bastiglia; 12 ottobre 1492, Colombo sbarca sulle coste di un nuovo continente; 7 ottobre 1571, battaglia di Lepanto… Il 22 dicembre del 1894 il Tribunale Militare condanna alla degradazione e alla prigionia il Capitano Alfred Dreyfus, riconosciuto colpevole di spionaggio: un caso grottesco ed esemplare di ‘lawfare’ al quale, purtroppo, quello di Julian Assange non ha nulla da invidiare. Altre date, ugualmente importanti, non sono (ancora) nei libri di storia, ma le conosciamo perché abbiamo la ventura di viverle. Ho detto la ventura, la sorte, non la fortuna.

In quello che è successo il 10 dicembre 2021 all’Alta Corte di Londra non c’è nulla di fortunato o di felice. Se passerà alla storia, passerà come la data di uno degli avvenimenti più inquietanti della nostra epoca, come una decisione che ha segnato il destino dell’Occidente, mettendo fine ad una grande e bella stagione iniziata con l’età dei Lumi che ci aveva visto scrollarci di dosso le catene dell’oscurantismo culturale e dell’assolutismo politico. E’ stata una stagione che ci ha visto diventare sempre più liberi, conquistarci diritti che gli uomini che vivevano in epoche precedenti non sognavano neppure, sfidare l’autorità del potere in modi completamente nuovi, rifondandone le basi e stabilendone con determinazione i limiti. Al di fuori di questi limiti, si stendeva il territorio dei diritti dell’individuo: innati, inalienabili, non negoziabili. Per nessuna ragione. E a guardia di questo territorio, di questo tesoro politico che abbiamo chiamato democrazia, avevamo messo dei guardiani: la divisione dei poteri, la selezione dei governanti attraverso lo strumento delle elezioni, ma soprattutto la stampa libera. A quest’ultima, soprattutto, era affidato il compito di tenere a bada il potere, di frenarne l’impeto e la corsa verso un esercizio smodato, arbitrario, dispotico. Con la senntenza dell’Alta Corte questo formidabile guardiano è stato ucciso. Ma è stato ucciso in una modalità che ricorda la nietzschiana ‘morte di Dio’: quasi nessuno o pochissimi se ne sono accorti. Il resto della folla continua a parlare della stampa libera come se fosse viva e vegeta, come se mai fosse stata così valorizzata e ben difesa come oggi e lo dimostra, casomai ce ne fosse bisogno, l’assegnazione del Premio Nobel per la Pace 2021 a due giornalisti.

E allora perché vado dicendo che è morta? Perché nello stesso giorno in cui Dmitrij Muratov e Maria Ressa venivano insigniti del Nobel, nello stesso giorno in cui il resto del mondo celebrava la Giornata Mondiale dei Diritti Umani, nello stesso giorno in cui si concludeva il Summit sulla Democrazia con solenni impegni da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati occidentali a difendere i giornalisti perseguitati in Turchia, Egitto, Cina, Corea del Nord…, l’Alta Corte di Giustizia a Londra concedeva l’estradizione di Assange, dichiarandosi soddisfatta delle garanzie offerte dai diplomatici americani. Ai molti che guardano ignari il cadavere della libertà di stampa, non ancora irrigidito e sfigurato dalla decomposizione, e obiettano che Assange non è un giornalista, occorre ricordare la definizione di giornalismo data, per esempio, dall’American Press Institute. «Il giornalismo consiste nell’attività di raccogliere, verificare, confezionare e presentare notizie e informazioni (…). La storia rivela che, quanto più una società è democratica, tanto maggiore è la mole di informazioni e notizie che tende ad avere». Sulla finalità del giornalismo, sempre l’American Press Institute osserva che «Lo scopo del giornalismo è fornire ai cittadini le informazioni di cui hanno bisogno per prendere le migliori decisioni possibili sulle loro vite, le loro comunità, le loro società e i loro governi». In  maniera più pungente Horacio Verbitsky scrive: «II giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia; il resto è propaganda. Il suo compito è additare ciò che è nascosto, dare testimonianza e, pertanto, essere molesto».

Senza dubbio Assange ha rivelato qualcosa che il Pentagono, la CIA e molte altre tra le più importanti Agenzie del pianeta non volevano che fosse reso noto; senza dubbio è stato molesto. Dunque ha fatto giornalismo? Proviamo a rifletterci. Era nell’interesse del popolo americano e di tutti gli stati alleati della NATO che avevano inviato le loro truppe in Afghanistan e Iraq conoscere la verità sui conflitti? Era meglio che gli elettori tedeschi, francesi, italiani… fossero messi di fronte alla cruda realtà di una guerra insensata ed invischiata in un pantano di imboscate, bombardamenti effettuati a casaccio che colpivano civili inermi (compresi bambini sepolti sotto il crollo di una madrassa crivellata dalle bombe), ordigni improvvisati, informazioni estorte con la tortura o che andassero avanti a combattere convinti di riportare la libertà in un paese che dal 1979 è martoriato da occupazioni e guerre, spendendo qualcosa come 8 miliardi di euro (per limitarci alla sola Italia) per far precipitare l’Afghanistan nel caos e restituirlo dopo 20 anni di conflitto a quegli stessi Talebani che eravamo andati a combattere? Era meglio che l’opinione pubblica fosse messa al corrente che la più grande democrazia occidentale aveva istituito qualcosa di abominevole come Guantanamo e come Abu Ghraib (che non mi vergognerò di definire come l’Auschwitz del XXI secolo, perché quello sono e solo un malinteso senso del politically correct ci impedisce di riconoscerlo) dov’erano finiti, senza garanzie legali e senza imputazioni, quasi 800 prigionieri tra cui 22 minori. O era meglio che tutto tacesse e che i torturatori potessero operare tranquilli senza che il pubblico avesse sentore di quello che davvero significava una definizione apparentemente anodina e rassicurante come ‘interrogatori potenziati’?

Se abbiamo optato per la prima risposta ad entrambe le domande, se crediamo che esserne al corrente avrebbe potuto dare all’opinione pubblica l’opportunità di fare pressione sui nostri Governi per far finire tutto questo, allora Assange ha fatto giornalismo. Ha fatto, anzi, dell’ottimo giornalismo, non diverso da quello per cui Neil Sheehan, che pubblicò i Pentagon Papers, ha vinto il Pulitzer. Mentre 50 anni fa la sentenza che annullava l’ordinanza restrittiva firmata dal Presidente Nixon per fermare la pubblicazione dei Pentagon Papers segnava una vittoria decisiva per la libertà di stampa sostenendo che «Soltanto una stampa libera e senza limitazioni può svelare efficacemente l’inganno nel governo. E di primaria importanza tra le responsabilità di una stampa libera è il dovere di impedire a qualsiasi parte del governo di ingannare le persone e di inviarle all’estero in terre lontane, a morire sotto le bombe ed il tiro nemico» oggi quello stesso tipo di giornalismo viene equiparato a spionaggio. E la semplice richiesta, il possesso e la divulgazione di informazioni – che altro non sono che le più comuni e diffuse pratiche giornalistiche- assimilate ad un crimine (passibile di una condanna a ben 175 anni di carcere) in uno spregio assoluto e diretto per l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, il quale recita che «Ogni individuo ha diritto di ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere».

Si potrà obiettare che i Governi hanno pur diritto di custodire dei segreti, sennò ne sarebbe compromessa nientemeno che la sicurezza nazionale. Del resto è proprio questo ciò di cui gli Stati Uniti lo accusano: «Assange e Wikileaks hanno ripetutamente cercato, ottenuto e diramato informazioni che gli Stati Uniti hanno secretato per via del serio rischio che una loro rivelazione poteva infliggere alla sicurezza nazionale». Certo, il primo dovere di qualunque Governo (indipendentemente dalla forma politica) è garantire l’incolumità dei suoi cittadini. Ma, in primo luogo, vorrei richiamarmi ancora una volta alla sentenza del 1971 nel caso del New York Times Co. vs United States, 403 U.S. 713, nella quale si afferma che «La parola sicurezza è un concetto generale ampio e vago che non dovrebbe essere invocato per abrogare la legge fondamentale contenuta nel Primo Emendamento» e poi invitare a riflettere su cos’è davvero la sicurezza nazionale.

Il concetto di sicurezza non pone particolari problemi; lo possiamo definire come l’assenza o la protezione da qualsivoglia minaccia o rischio. Ma cosa vuol dire ‘nazionale’? Secondo l’Enciclopedia Treccani, la nazione è «il complesso delle persone che hanno comunanza di origine, di lingua, di storia e che di tale unità hanno coscienza, anche indipendentemente dalla sua realizzazione in unità politica». In questi termini il concetto è sostanzialmente affine a quello di popolo che, sempre secondo la Treccani, si definisce come «il complesso degli individui di uno stesso Paese che, avendo origine, lingua, tradizioni religiose e culturali, istituti, leggi e ordinamenti comuni, sono costituiti in collettività etnica e nazionale, o formano comunque una nazione, indipendentemente dal fatto che l’unità e l’indipendenza politica siano state realizzate». Dunque, per semplificare, la sicurezza nazionale è la sicurezza del popolo: del popolo francese, del popolo italiano, americano, tedesco… Ciascuno Stato deve tutelare la sicurezza del proprio popolo; da Hobbes in poi questa è la ragion d’essere fondamentale degli Stati, ragion d’essere che neppure i più accaniti sostenitori del laissez faire in ambito politico hanno mai contestato. E quindi in che modo ignorare la verità sulle guerre in Iraq e in Afghanistan e i crimini che le truppe statunitensi stavano commettendo laggiù (come per esempio quello immortalato dal video Collateral Murder) avrebbe protetto il popolo americano (o quello tedesco, quello spagnolo…)? Da cosa lo avrebbe protetto? Perché è ovvio che il risentimento nelle popolazioni locali, così duramente e crudelmente colpite da chi diceva di volerli liberare e regalare loro la democrazia, stava crescendo, che gli americani sapessero cosa stava veramente succedendo nei sobborghi di Baghdad o ne fossero beatamente ignari perché ogni notizia era secretata. Secretata per loro, ma non per gli iracheni e gli afghani, dal momento che tutto ciò si svolgeva sulla loro pelle. E allora non è possibile che ciò che si voleva davvero proteggere non fosse la nazione, ma le truppe che avevano commesso quei crimini, sia che le regole di ingaggio lo permettessero sia che invece avessero agito in violazione di queste ultime? E se è così, allora non si tratta di sicurezza nazionale, di sicurezza del popolo, ma di sicurezza dei criminali (perché, in base alla Convenzione di Ginevra, quei soldati hanno commesso un crimine) e lo Stato che li tutela non sta proteggendo i propri cittadini, ma garantendo l’impunità agli aggressori a discapito delle vittime e del loro diritto ad ottenere giustizia da un Tribunale internazionale.

Nel 1961 il processo al criminale nazista Adolf Eichmann ristabilì la responsabilità individuale, negando che la mera esecuzione di ordini provenienti dall’alto potesse avere una valenza assolutoria. Il male non poteva dissimularsi con la scusa che «stava solo eseguendo degli ordini». In questi 60 anni, il male da ingenuo e banale che era, per citare Hannah Arendt, si è fatto scaltro, astuto e sfuggente. Ha capito che non deve cercare di scaricare il fardello delle responsabilità balbettando che non era colpa sua, ma di chi quegli ordini li aveva impartiti, ma travestirsi da preoccupazione per la sicurezza dei propri cittadini, far passare l’offesa e l’aggressione per difesa. Insomma, per schivare l’insidia su cui era caduto Eichmann, il male, abbandonata ogni banalità, si traveste da bene.
E colpisce spietatamente chi gli strappa di dosso quel travestimento, mostrando che sotto la maschera della sicurezza nazionale (con cui viene giustificata la secretazione) c’è sempre lo stesso ripugnante disprezzo della vita, della dignità e dei diritti umani, la stessa sete di guerra, la stessa ambizione per un potere illimitato che nessun guardiano possa più arginare.

Questo è il senso dell’accusa contro Assange che altro non ha rivelato se non i crimini e l’ipocrisia dell’Occidente e che oggi viene minacciato con 175 anni di carcere, oltre agli 11 che ha già scontato. Per quanto ammantato di legalità, per quanto condotto in un’aula di Tribunale, l’incriminazione di Assange è un delitto, un omicidio di cui la vittima non è soltanto lui, ma quel giornalismo e quella libertà di informazione che sono i pilastri portanti della democrazia, nel suo autentico significato di ‘potere del popolo’. Se lasceremo che questo processo si compia, avremo perso; avremo sacrificato quel tesoro che quasi 300 anni fa i nostri padri, vissuti nell’epoca dei Lumi, ci avevano trasmesso come un’eredità da godere e da difendere. Se ci opporremo, se sapremo tener testa ad un potere sempre più mostruoso ed efferato, ma ancora formalmente vincolato dalle pastoie democratiche, se libereremo Assange, allora avremo resuscitato al di là di tante vuote parole la libertà di stampa, e solo allora saremo liberi anche noi.

Liberi di tenere sotto controllo i nostri Governi e di fare scelte avvedute. Che è poi l’unica libertà degna di questo nome.

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Sull'autore

Portavoce di Italiani per Assange

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