venerdì, Luglio 30

Assad-Obama: se la Siria è di nuovo "amica" Il governo di Damasco offre la propria collaborazione agli Stati Uniti

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Obama G7

Sono giorni di conferme e smentite tra Washington e Damasco, con la Siria che ritorna al centro della discussione internazionale. Il Governo di Bashar al-Asad, che fino a qualche settimana fa era il nemico numero uno da combattere, oggi si propone a Washington come perno dell’alleanza contro l’Islamic State, facendo saltare nuovamente gli equilibri delle alleanze nei giochi di guerra del Levante. Nei giorni scorsi, il Presidente siriano, alla luce della crescente minaccia regionale ed internazionale che il Califfato iracheno pone, ha infatti offerto la propria collaborazione agli USA, dichiarandosi favorevole ad «azioni militari contro l’IS sul proprio territorio, ma solo con un pieno coordinamento con il governo siriano» come ha recentemente dichiarato il Ministro degli Esteri siriano Walid al Muallim.

Il Presidente statunitense si trova in una situazione non facile, soprattutto sotto il profilo politico. Se da una parte l’Amministrazione Obama ha autorizzato voli di sorveglianza sulla Siria, dall’altra continua a rifiutare qualsiasi collaborazione con le autorità siriane. «Non è il caso che il nemico del mio nemico è mio amico», ha dichiarato Benjamin J. Rhodes, vice consigliere per la sicurezza nazionale. «Unire le forze con Assad significherebbe alienarci in maniera permanente la popolazione sunnita in Siria e Iraq, che sono necessarie per sloggiare l’Islamic State». Eppure, da un punto di vista militare, l’inquilino della Casa Bianca è consapevole del fatto che l’unico modo per eliminare il gruppo di al-Baghadi sia quello di colpire le postazioni dei militanti islamici in Siria. Per farlo, ha tuttavia bisogno di collaborare con il regime di Damasco, collaborazione che in qualsiasi caso favorirebbe e rafforzerebbe il regime stesso, alimentando i dubbi di Washington.

In Siria intanto si continua a morire. Nel suo ultimo report, la Commissione d’inchiesta Onu indica come le armi trasferite alle parti in conflitto «siano utilizzate nella perpetrazione di crimini di guerra, contro l’umanità e in massicce violazioni dei diritti umani» denunciando alla comunità internazionale la necessità di imporre un embargo sulle armi ed arginare la proliferazione e la fornitura di armamenti nel Paese. A far paura anche i numeri del fenomeno jihadista: secondo Hisham al-Hashimi, considerato tra i massimi esperti mondiali di gruppi iracheni, i reclutamenti «sono in crescita» ed il numero di combattenti dello Stato Islamico potrebbe essere arrivato a «quasi 100 mila» unità. Tra questi anche jihadisti italiani che, secondo le relazioni di intelligence, si aggirerebbero intorno ai duecento soggetti, di cui cinquanta già operanti Siria ed Iraq.   

Domani ad Ankara la cerimonia di insediamento del nuovo Presidente della Turchia, Recep Tayyip Erdogan. Presenzierà la cerimonia, che si terrà a palazzo Cankaya e dove sono attese delegazioni ufficiali di numerosi Paesi, il Senatore Della Vedova, che parteciperà al posto dell’on. Federica Mogherini in qualità di Presidenza italiana dell’Unione Europea. Ed è proprio il nostro ministro degli Esteri ad avere tutti gli occhi puntati addosso. Secondo le ultime indiscrezioni del Financial Times infatti, i leader europei sarebbero pronti a nominare il nostro capo della Farnesina a capo della diplomazia europea durante il prossimo vertice Ue di sabato. Se confermata sarebbe una clamorosa vittoria del Premier Matteo Renzi.

In Ucraina continua il pericoloso braccio di ferro tra la giunta ucraina e Vladimir Putin.  Secondo fonti ucraine, circa un centinaio di mezzi bellici pesanti tra cui carri armati, autoblindo e lanciamissili Grad si stanno dirigendo a Telmanovo, a una ventina di chilometri dal confine russo e a 80 chilometri a sud di Donetsk, mentre un’altra colonna militare proveniente dalla Russia sarebbe in marcia verso Dmitrovka, circa 100 chilometri a est di Donetsk. Le manovre, avvengono all’indomani della cattura di dieci soldati russi in territorio ucraino, che hanno riscaldato non poco gli animi. Per l’Ucraina sarebbero infatti la dimostrazione del coinvolgimento attivo della Russia dalla parte dei separatisti, la Russia si è giustificata dicendo che i militari avrebbero sconfinato “per sbaglio”.  

Intanto, regge la tregua a Gaza. Dopo oltre 2100 morti palestinesi e 70 israeliani, con oltre 5000 obiettivi colpiti dall’aviazione israeliana nella Striscia di Gaza e 4600 razzi e colpi di mortaio lanciati da Hamas verso le città israeliane, l’accordo assicura per ora un parziale sollievo ad entrambe le parti. Congratulazioni sono arrivate dal Qatar e dall’Egitto, dove il generale al-Sisi può vantare il successo della sua azione politica. Entro un mese, infatti, le parti dovranno rivedersi al Cairo per continuare la trattativa, con l’obiettivo di raggiungere un intesa duratura. Israele ha nel frattempo riaperto il valico di Erez con la Striscia per agevolare il transito di persone e merci. Ridotta anche la “zona di interdizione“, con gli agricoltori palestinesi che potranno avvicinarsi fino a 100 metri dal confine, mentre per i pescatori la zona autorizzata ritorna ad essere quella delle 6 miglia marine. Ulteriori dettagli verranno negoziati negli incontri del prossimo mese.

Caos invece in Libia, ormai spaccata in due e paralizzata dai continui scontri tra gruppi armati. A Tripoli, il Ministero dell’Elettricità è stato attaccato oggi con razzi e poi saccheggiato, mentre si continua a combattere in tutto il paese. Sei ministri del governo libico guidato dal premier ad interim, Abdullah al-Thinni, si sono dimessi a causa dell’aggravarsi della situazione politica, accusando l’esecutivo di essersi schierato negli scontri tra milizie che hanno incendiato il paese. Visto il precipitare degli eventi il Consiglio di Sicurezza dell’Onu ha approvato oggi all’unanimità un rafforzamento delle sanzioni in Libia, che comunque non prevedono l’uso della forza.  L’Egitto conferma invece la volontà di proporre alla comunità internazionale il proprio piano, per garantire la stabilità della Libia e portare avanti il processo politico nel Paese.

 

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