domenica, Ottobre 24

Aspettando l’Apec

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Scuole e uffici governativi chiusi, blocco del traffico e stop per le acciaierie in un raggio di 320 chilometri dalla capitale cinese. Pechino si ferma con lo scopo di replicare il cielo limpido che ha incorniciato le Olimpiadi ospitate nel 2008 dopo linquinamento allarmante del mese scorso. Finora sembra aver funzionato. Chissà se reggerà fino all’11 novembre, giorno di chiusura del 22esimo summit Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation) che in questi giorni riunirà nella megalopoli cinese i leader dei 21 Paesi membri. Non a caso la scelta per la location del forum è ricaduta sul distretto di Huairou, noto come il ‘polmone di Pechino’ per via della cintura di boschi e montagne che lo cinge.

Secondo l’ufficio locale per la promozione degli investimenti, sono stati sborsati 7 miliardi di yuan (circa 900 milioni di euro) per trasformare l’area lungo il lago Yanqi prescelta per l’evento; una cifra che stime indipendenti alzano a 36 miliardi. Stando a quanto riporta il ‘Financial Times’, governo distrettuale e compagnie turistiche hanno unito le loro forze accumulando 164mila dollari per realizzare 26 aree panoramiche. Anche la Cina segue il trend che vuole le principali economie Apec organizzare il meeting in luoghi d’interesse paesaggistico dopo Bali (Indonesia) scenario per il vertice del 2013, Vladivostok, scelta russa per il 2012, e l’anno prima ancora Honolulu, capitale del 50esimo Stato federale americano nel mezzo dell’Oceano Pacifico.

Nonostante l’ansia da prestazione, per il gigante asiatico non si tratta di un ballo delle debuttanti. Nel 2001 era stata Shanghai a fare gli onori di casa in un momento storico drammatico; a pochi giorni dall’attacco alle Torri Gemelle, quell’anno a dominare l’agenda delle economie dell’Asia-Pacifico fu, per ovvie ragioni, la progressiva internazionalizzazione del fenomeno terrorismo. Un problema che continua ad essere attualissimo anche per la Cina, vittima di una serie di episodi violenti che la dirigenza cinese collega alla recrudescenza di istanze separatiste concentrate nella regione musulmana dello Xinjiang, nell’estremo Occidente del Paese.

Eppure, a giudicare dall’anteprima concessa in occasione del Lanting Forum dal Ministro degli Esteri cinese Wang Yi, stavolta i riflettori paiono puntare con più decisione l’«integrazione economica regionale» alla luce del rallentamento degli scambi commerciali, infiacchiti dalla flessione dell’export. Seguono due cavalli di battaglia dell’amministrazione Xi Jinping: la lotta alla corruzione (piaga che affligge il Partito comunista cinese) e i negoziati per la FTAAP (Free Trade Area of Asia-Pacific), alternativa alla controversa TPP (Trans-Pacific Partnership) fortemente voluta dal Presidente americano Barack Obama e dalla quale – per il momento- la Cina è esclusa.

Corruzione

La scorsa settimana, il Ministero della Sicurezza Pubblica ha reso noto un primo bilancio della campagna ‘Fox Hunt 2014in base al quale sarebbero oltre 100 i cinesi sospettati di corruzione fuggiti all’estero e rimpatriati dal 22 luglio a oggi; la maggior parte dei quali di ritorno dal Sud-est asiatico. “La caccia alle volpi” ha assunto dimensione regionale ad agosto, quando i membri Apec hanno lanciato un network per lo scambio d’informazioni sulle tecniche investigative e le strategie anti-corruzione. Un punto sul quale interessi cinesi e statunitensi collimano perfettamente – fa notare Alan Bollard, Direttore esecutivo della Segreteria dell’organismo – , nonostante la cooperazione venga inficiata dalle divergenze normative tra i singoli Paesi in materia di condivisone delle informazioni.

Free Trade Area of Asia-Pacific

Più tortuoso il cammino per raggiungere un accordo sulla FTAAP, ennesimo sforzo declinato all’integrazione regionale già messo in atto da Pechino con la promozione della Nuova Via della Seta, una cintura economica tra Oriente e Occidente in cui la Cina dovrebbe tornare a ricoprire il ruolo centrale di Regno di Mezzo. Come si diceva l’obiettivo principale della zona di libero scambio voluta da Pechino è quello di proporre una valida concorrente della TPP, dal momento che i lavori per la sua realizzazione vertono in fase di stallo sopratutto a causa delle incertezze giapponesi. Senza contare quanto appaia poco credibile una FTA dell’Asia-Pacifico orba della prima economia regionale. Come ha messo in evidenza Wang Yi, la Cina ha contribuito per oltre il 50% della crescita asiatica; ogni punto percentuale conquistato dal Dragone influisce per un +0,3% a livello regionale. Secondo la prospettiva cinese, la superiorità della FTAAP sta nella capacità di fornire una visione del commercio nell’Asia-Pacifico più ampia e integrata, in modo da superare le ripetizioni e sovrapposizioni create dal marasma di accordi commerciali tra i vari attori del quadrante asiatico.

Sebbene il progetto sia in cantiere da quasi un decennio, le negoziazioni sono state progressivamente rallentate dalla formazioni di intese a livello bilaterale o multilaterale ma tra blocchi più piccoli. Da parte sua, Pechino sta facendo pressione per avviare uno studio di fattibilità che il South China Morning Post’ spiega essere il primo step per la creazione di un Free Trade Agreement. Questo il commento di Bollard al quotidiano di Hong Kong: «Non abbiamo ancora raggiunto un accordo sullo studio. La Cina ha proposto di fare di più per l’area di libero commercio della regione Asia-Pacifico…Ma non abbiamo ben chiaro di cosa si tratti e vorremmo avere qualche altro dettaglio anche su come riuscire a metterla in pratica».

A frenare sarebbero proprio le altre economie dell’Apec, poco inclini a imbarcarsi in nuovi progetti prima di una conclusione delle trattative ancora in fieri. Tanto più che, in base alla tabella di marcia, entro la fine del 2015 dovrebbero chiudersi le negoziazioni per la RCEP (Regional Comprehensive Economic Partnership), altra alleanza commerciale che va ad abbracciare i 10 Paesi dell’Asean più Cina, Australia, India, Giappone, Nuova Zelanda e Corea del Sud. Rimane poi da considerare l’atteggiamento ondivago mantenuto da Pechino nei confronti della TPP. Denunciata per anni come un ‘complotto’ volto a contenere l”ascesa pacifica’ della Cina, ultimamente l’accordo a trazione americana sembra aver spinto i leader dell’ex Impero Celeste verso un parziale ripensamento. «Egoista»: così il il Vice Ministro delle Finanze, Zhu Guangyao, ha definito Washington a causa della sua reticenza nel condividere informazioni sulle negoziazioni in corso con gli 11 Paesi del Pacific Rim coinvolti.

Come scrive Elizabeth Economy su Asia Unbound, blog del Council on Foreign Relations: «Anche se la Cina è circa dieci anni indietro nel raggiungere gli standard stabiliti dalle principali economie già attive nei colloqui per la TPP, Pechino parrebbe aver deciso, data la lentezza con cui procedono le trattative, di farsi trovare pronto quando la partnership sarà ultimata. O più verosimilmente, si tratta di un passo avanti verso un accordo bilaterale per gli investimenti tra Cina e Stati Uniti, raggiungibile in uno o due anni piuttosto che in un decennio o più».

Le Nazioni asiatiche sono già molto integrate e dipendenti dalla Cina, i nuovi accordi di libero scambio servirebbero soltanto a cementare il legame”, ci dice Ann Lee, esperta di relazioni Cina-Usa di fama internazionale, “Per quanto riguarda gli Stati Uniti, il loro dominio in Asia si è concentrato nella sfera militare e della sicurezza. La TPP rispecchia lo sforzo di Obama di rendere la leadership americana nella regione più completa. Ma alla luce delle difficoltà incontrate finora, non escludo che la TPP possa venire surclassata dalla FTAAP.” Chissà che la questione non venga discussa durante l‘incontro tra Obama e il Presidente cinese, Xi Jinping, previsto per la prossima settimana, una volta concluso il vertice. Per il momento l’approccio americano non è stato esattamente collaborativo. Stando a quanto riportato martedì dal ‘Wall Street Journal’  «Washington si sarebbe adoperato per far rimuovere dal comunicato dell’Apec le due disposizioni relative all’inizio di uno studio di fattibilità e alla deadline che vorrebbe la conclusione delle trattative entro il 2025». Una notizia prontamente smentita da Wang Shouwen, assistente del Ministro del Commercio cinese.

‘Apec diplomacy’

Oltre agli obiettivi più o meno conclamati, la Cina sa di poter sfruttare l’evento per stringere nuove alleanze in nome di una sedicente ‘pax sinica’. Non a caso il summit è stato preceduto da uno strategico riavvicinamento nei confronti di Vietnam e Giappone, dopo che i noti contenziosi marittimi, nei mesi scorsi, ne avevano sfilacciato i rapporti. Nonostante la stampa cinese stia cercando di ridimensionare le aspettative, rimane ancora aperta la possibilità che il forum faccia da sfondo ad un primo meeting bilaterale tra Xi e il Premier nipponico, Shinzo Abe. Quello con il Capo di Stato taiwanese, Ma Ying-jeou, è sfumato dopo l’annuncio che sarà il Vice Presidente, Vincent Siew, a farne le veci -probabilmente- a causa delle opposizioni avanzate dal Governo cinese, contrario a ricevere il numero uno di quella che considera una provincia ribelle da riannettere.

Altresì, il fatto di ospitare il vertice fornisce a Pechino l’occasione per appoggiare l’ingresso nell’organismo di Paesi non-membri, come Mongolia e India, in modo da rafforzare le relazioni bilaterali. Come spiega Shannon Tiezzi sul ‘Diplomat‘, per Ulan Bator accedere al blocco è una questione di vitale importanza dato che i Paesi Apec contano per il 90% del totale dei commerci intrattenuti dalla Repubblica centro-asiatica con l’estero. Per l’India di Narendra Modi sarebbe un’ottima chance per rivitalizzare l’economia nazionale e coronare un sogno che la democrazia asiatica porta avanti da vent’anni. Da un’angolatura cinese, un saggio utilizzo dell”Apec diplomacy’ permette di esercitare al meglio il proprio potere attrattivo su due Stati fondamentali per la realizzazione della tanto agognata cintura economica attraverso l’Eurasia. Ma c’è dell’altro.

Il 24 ottobre ventuno Paesi asiatici hanno siglato un memorandum d’intesa per la creazione dell’Asian Infrastructure Investment Bank, contraltare a guida cinese di Banca Mondiale, Fondo Monetario Internazionale e Asian Development Bank. La super-banca si concentrerà sullo sviluppo di strade, collegamenti ferroviari, impianti energetici e di telecomunicazioni nel quadrante asiatico ancora carente quanto a infrastrutture. Si dà il caso, però, che l’accordo risulti incompleto considerata la pesante assenza di Corea del Sud, Australia, Indonesia e Giappone, tra i principali alleati di Washington nella regione. «Se alcuni di questi Paesi potrebbero aver subito le pressioni degli Stati Uniti, ci sono prove evidenti che altri nutrono dei dubbi sulla banca senza bisogno degli inviti americani a mantenere un approccio cauto», commenta Economy, «sono preoccupati per quanto riguarda la governance dell’istituto e preferiscono ricevere chiarimenti prima di firmare o ritrovarsi a negoziare quando ormai è troppo tardi». Anche questo è un punto sul quale Xi Jinping avrà parecchio da lavorare.

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