sabato, Maggio 8

Asilo nella Ue: l’iter va avanti L'intervista alla prof.ssa Chiara Favilli, docente di diritto Ue a Firenze

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La riforma delle norme di Dublino relative alle domande di asilo nell’Unione europea è stata votata dal Parlamento europeo giovedì 16 novembre, aprendo nuovi scenari in relazione a tale procedura. L’intento di tale iter legislativo è quello di superare il principio della responsabilità del primo Paese d’arrivo, per poter gestire l’emergenza in maniera coordinata e più efficace rispetto ad oggi, coinvolgendo tutti gli Stati membri. Per comprendere meglio i contenuti, gli effetti della riforma e sui suoi punti critici abbiamo intervistato la prof.ssa Chiara Favilli, docente associato di Diritto dell’Unione Europea presso l’Università di Firenze; la docente si è occupata specificamente di politiche dell’Unione europea in materia di immigrazione e asilo, con particolare attenzione alo loro impatto sull’ordinamento italiano.

 

Quella approvata oggi è una proposta di riforma. Si parla quindi di un documento scritto al condizionale, per cui adesso cosa ci si può aspettare a Suo avviso nel momento in cui gli Stati membri dovranno porre sul tavolo le rispettive modalità di adesione alla proposta? Quali i possibili punti critici?

Iniziano adesso i negoziati tra il Parlamento europeo e il Consiglio per trovare un accordo sulla proposta. Le proposte emendative del Parlamento europeo sono molto diverse dalle posizioni espresse sino ad ora dal Consiglio europeo e dal Consiglio, le due istituzioni composte dai rappresentanti dei Governi che non hanno mai prospettato una modifica radicale del sistema Dublino con la ripartizione dei migranti appena arrivati in uno Stato membro, come invece ha fatto il Parlamento. È molto probabile che i Governi non accetteranno la parte più innovativa delle proposte del Parlamento a meno che il Consiglio non decida, cosa che può fare secondo il Trattato, di deliberare a maggioranza qualificata, vale a dire adottando la proposta con il voto contrario di alcuni Stati. ‘Dublino’ è ormai diventato un simbolo al quale i Governi non vogliono rinunciare, penso più per politica, per comunicazione pubblica che altro, dato che il sistema è fallito da tempo e difficilmente potrà funzionare efficacemente anche nella versione riformata: i trasferimenti di persone o sono spontanei o sono molto complicati e difficili da realizzare.

A Suo avviso, ritiene che l’emergenza migratoria possa essere fronteggiata dall’Europa attraverso una maggiore coesione tra gli Stati membri?

La coesione tra gli Stati è essenziale per qualsiasi politica migratoria. Purtroppo, relativamente alla c.d. crisi migratoria e dei richiedenti asilo i Governi non sono riusciti ad adottare norme efficaci e condivise sul piano della redistribuzione dei richiedenti asilo e, anzi, hanno reagito ripristinando i controlli alle frontiere dell’area Schengen, pregiudicando quello che fino a due anni fa era considerato uno dei principali successi della cooperazione europea, voluto ancora prima che l’Unione diventasse competente e coinvolgendo anche Stati fuori dall’UE. La divisione sul piano interno e il rischio del collasso dell’area Schengen ha indotto i Governi a trovare la soluzione, questa sì pienamente condivisa, di contenimento dei flussi, con i vari accordi formali o informali con i Paesi di origine e transito, tra i quali spiccano quelli con la Libia e con la Turchia.

Considerati i numeri in gioco, emergenziali specialmente negli scorsi anni, ritiene che l’Europa sia ora in grado, superando il principio della responsabilità del primo Paese d’arrivo, di reggere la pressione migratoria verso di essa?

I dati indicano che non sono gli Stati UE a sopportare il maggiore onere della crisi dei migranti e di richiedenti asilo nel mondo, inclusi i flussi provenienti dall’Africa Subsahariana e dalla Siria. Di sicuro l’UE ha registrato a partire dal 2013 un aumento dei flussi migratori irregolari e quasi una triplicazione delle richieste di asilo. Il motivo è solo in parte determinato dall’esacerbarsi delle cause profonde delle migrazioni (instabilità socio-politiche; mutamenti climatici; estrema povertà; conflitti; persecuzioni), ma anche dalla progressiva chiusura dei canali di ingresso regolare. Non credo sinceramente che la riforma del regolamento Dublino e il superamento del criterio del Paese di primo approdo, se mai verrà approvata la proposta del PE, aiuterà a risolvere o a gestire meglio il sistema europeo di asilo.

Immigrazione e sicurezza viaggiano di pari passo in ambito europeo. Quest’anno l’Europa, in termini di sicurezza comune, ha fatto grandi passi in avanti, almeno sulla carta. Lei ritiene che si possa parlare di un sostanziale miglioramento della gestione della sicurezza all’interno dell’Unione Europea? E con quali ricadute sulla gestione dell’immigrazione?

L’avvio della cooperazione strutturata permanente è un passaggio molto rilevante non tanto per gli effetti sulla gestione del fenomeno migratorio, quanto per il rafforzamento del processo di integrazione europea, dopo il gelo della Brexit. Nella stessa direzione va anche la promozione del cosiddetto pilastro sociale. Dove porterà questo rilancio non è dato saperlo, ma potrebbero essere due passaggi chiave del cammino dell’integrazione europea. La cosiddetta crisi dei migranti ha mostrato che l’UE ha bisogno di più competenze perché il modello ibrido attuale, un po’ organizzazione internazionale e un po’ confederazione non è sufficiente per gestire e risolvere fenomeni complessi come quello dell’immigrazione. Lo stesso abbiamo visto durante l’apice della crisi economica.

Ritiene che il deterrente rappresentato da una possibile perdita di finanziamenti europei per i Paesi che non accolgano la propria quota di richiedenti asilo possa essere lo strumento giusto ed efficace per portare a termine con successo questa riforma?

È una soluzione che deve essere sperimentata dato che l’UE non ha molti altri strumenti per costringere gli Stati ad attuare gli obblighi UE. Analogamente dovrebbero essere previsti incentivi efficaci per chi attua in modo diligente e con spirito di leale cooperazione.

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