sabato, Luglio 24

Asia, le dispute per l'acqua field_506ffb1d3dbe2

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Fiumi contesi sono disseminati in tutto il pianeta e l’Asia non fa eccezione. Cina, India, Indocina e Bangladesh disputano intorno ai corsi d’acqua che sgorgano dall’Himalaya. In Asia centrale, Tagikistan e Turkmenistan pianificano enormi dighe e sbarramenti che rischiano di pregiudicare i diritti dell’Uzbekistan, a valle. Quest’ultimo, come pure il Kazakistan, non ha ancora trovato una soluzione per arrestare la scomparsa del Lago d’Aral. E poi ci sono i grandi Paesi emergenti come Cina e India, che continuano a costruire nuove centrali idroelettriche per spingere la loro espansione economica. Fenomeno che, lungi dall’essere vissuto come un processo di integrazione, sta generando tensioni soprattutto tra Pechino e i suoi vicini per lo sfruttamento dei fiumi in comune. Tutti i fiumi del Sudest asiatico nascono in Cina, o meglio ancora in Tibet: circa un miliardo di persone all’interno Repubblica popolare e più di 1,5 miliardi di persone fuori vivono della loro acqua.

Il colosso asiatico ha in cantiere almeno 81 grandi progetti idroelettrici solo sui fiumi Mekong, Yangtze e Salween. Iniziative che spaventano i vicini che attingono alle stesse acque. La Cina sembra avere una vera e propria avversione per un approccio multilaterale alla questione idrica. Anzi, si dimostra assai riluttante a condividere le informazioni, sui flussi e sulle infrastrutture che possono alterarli. Fedele alla sua tradizionale segretezza, finora ha condotto solo negoziati bilaterali.

Prendiamo il caso del Mekong, le cui acque percorrono ben sei Paesi: quattro di questi – Thailandia, Cambogia, Laos e Vietnam – hanno creato nel 1995 la Commissione del fiume Mekong (Mekong River Commission) per promuovere una gestione sostenibile e cooperativa del corso d’acqua. La Cina non ne fa parte e il Myanmar (Birmania) medita di farne ingresso. Probabilmente, prima o poi anche Pechino aderirà, ma non prima di aver inaugurato le sue dighe a monte, mettendo così i Paesi di ultimo corso di fronte al fatto compiuto. A rimetterci sarà il fiume, il cui complesso ecosistema rischia di subire un duro colpo perché, con flusso idrico sempre più intrappolato dalle dighe a monte, i Paesi a valle sono incoraggiati a fare lo stesso per sfruttare quanta più acqua rimasta possibile.

Il Mekong, undicesimo fiume al mondo per lunghezza (4.880 km) e dodicesimo per portata (475 km³ annui), rappresenta per l’Indocina ciò che il Nilo è per l’Egitto: la culla delle civiltà. Per migliaia di anni è stato fonte idrica e via commerciale, sorgente di vita, ma anche di cultura. La sua biodiversità fluviale è seconda al mondo solo al Rio delle Amazzoni, elemento che lo rende allo stesso tempo bacino di pesca e riserva naturale.

In questo poderoso corso d’acqua, lo sviluppo industriale ha individuato una nuova, ricca risorsa: il Mekong possiede infatti uno dei più grandi potenziali idroelettrici del mondo, stimato in 27.000 megawatt sul bacino inferiore e fino a 30.000 in quello superiore, situato perlopiù in territorio cinese. Si spiega così la ‘corsa alle dighe’ che i Paesi rivieraschi hanno intrapreso da almeno vent’anni. Se nel 1990 su corso principale ed affluenti erano attive solo 5 centrali idroelettriche, oggi se ne contano ben 29. La differenza rispetto al passato è che i nuovi progetti sono concentrati sul corso principale del fiume e non sugli affluenti. Solo la Cina ha ben quattro sbarramenti in costruzione il cui completamento è previsto entro il 2017, per un totale di 6.000 megawatt di potenza idroelettrica installata.

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