sabato, Dicembre 4

Asia centrale: economia da scoprire di una società disuguale Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan in termini economici potrebbero avere molto da dire a breve

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Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan, nomi quasi impronunciabili in Occidente, dove si fatica posizionarli sulla carta geografica. Ebbene, questi Paesi dellAsia Centrale in termini economici potrebbero avere molto da dire a breve.

L’Asia Centrale, secondo gli analisti finanziari, sta registrando una crescita maggiore di quella di qualsiasi altra regione in cui la via della Seta è pronta investire. «Sono molto ottimista sul futuro della regione», ha dichiarato il Presidente  della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo (Bers), Suma Chakrabarti, nel suo intervento di apertura al Forum d’investimenti per l’Asia Centrale, che si è svolto a Pechino nei giorni scorsi, aggiungendo che i suddetti Paesi avrebbero così l’opportunità di tornare a svolgere l’importante ruolo di ponte tra l’Europa e l’Estremo Oriente puntando su di una efficace ed efficiente diversificazione delle loro economie.  

I cinque Stati dell’Asia centrale -Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Turkmenistan e Uzbekistan- festeggiano 27 anni di indipendenza nel 2018. In un’intervista con  ‘The Diplomat,  Paul Stronski, ricercatore nel Programma Russia ed Eurasia del Carnegie Endowment for International Peace  fa il quadro delle tematiche più scottanti della regione.

L’Uzbekistan, Paese molto importante dal punto di vista economico con una crescita che veleggia tra il 5 e il 6 per cento, è al centro dell’attenzione per il sistema di riforme. I cambiamenti più visibili dell’Uzbekistan riguardano la sua politica estera, sottolinea Stronski. Sotto il Presidente Islam Karimov, «l’Uzbekistan aveva una politica di auto-isolamento. Ciò era dovuto alla scarsa reputazione dei diritti umani del Paese, al suo desiderio di marcare la distanza con la Russia, e infine la sua reticenza a lavorare in modo cooperativo con i suoi vicini. Karimov era un capo spinoso e aveva una relazione difficile con tutti gli altri leader dell’Asia centrale, il che impediva la capacità degli stati dell’Asia centrale di cooperare». La volontà del Presidente Shavkat Mirziyoyev , successore di Karimov, «di lavorare con le sue controparti centro-asiatiche ha creato enormi opportunità per l’Asia centrale di cooperare su una miriade di problemi di vecchia data (acqua, energia, trasporti, commercio e sviluppo economico regionale). I confini sono aperti, il che facilita il commercio diretto dell’Asia centrale da un Paese all’altro. A livello internazionale,  anche le relazioni con la Turchia stanno migliorando. Il Presidente russo Vladimir Putin ha recentemente visitato con una delegazione di 1.000 persone. Tutti sono ora interessati al nuovo Uzbekistan. Questo è un grande cambiamento».  

La seconda area in cui vi è una promessa è la modernizzazione economica. Oggi l’Uzbekistan si è dichiarato aperto al mondo esterno. Il Governo ha liberalizzato il regime dei visti e sta incoraggiando la diaspora uzbeka a tornare per aiutare a far ripartire lo sviluppo socioeconomico del Paese.  Il Governo vuole migliorare il clima per gli investitori e attirare le imprese internazionali. «La modernizzazione economica è necessaria perché il precedente sistema economico non era sostenibile, in particolare con la popolazione giovanile uzbeka che cresce così rapidamente. I giovani uzbeki hanno a casa prospettive di lavoro limitate. Ciò ha costretto molti uzbeki a trasferirsi all’estero come migranti economici. La modernizzazione economica, tuttavia, sarà difficile. Anche con i rimpatriati della diaspora, il principale problema dell’Uzbekistan è che manca del capitale umano necessario per attuare queste riforme»

Dobbiamo ricordare, tuttavia, che la riforma in Uzbekistan non è una riforma pienamente democratica. «Non mi aspetto che il Paese diventi velocemente una democraziaLe vecchie abitudini sono dure a morire e la più grande sfida è rompere il vecchio sistema senza compromettere la sua legittimità. Il Governo è stato fortunato finora. Non ha affrontato alcuna minaccia esterna o interna».

Il nuovo Presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev, nei suoi primi due anni, ha fatto della cooperazione regionale un fulcro della sua politica estera. In questo suo attivismo se la deve vedere con il Kazakistan. «Finora, c’è poca concorrenza tra l’Uzbekistan e il Kazakistan di oggi, anche se la vedo certamente come una possibilità», afferma Paul Stronski. Durante l’era sovietica e pre-sovietica, Tashkent era la città più influente dell’Asia centrale e l’Uzbekistan era considerato il leader regionale. Gli uzbeki si considerano ancora leader regionali e questa percezione ha contribuito alla difficile relazione tra i governi uzbeko e kazako sotto il presidente Karimov. Negli ultimi due decenni e mezzo  l’Uzbekistan ha perso terreno, mentre l‘economia kazaka è cresciuta e Astana è diventata il leader regionale e un’aspirante potenza globale».  

Il Kazakistan ha ora il know-how e l’economia per guidare la regione; è in grado di aiutare l’Uzbekistan. Ma l’Uzbekistan ha ancora le più forti forze di sicurezza e la più grande popolazione della regione. «Penso che ci siano le basi per i due governi di lavorare insieme in futuro piuttosto che competere. Insieme sono un enorme mercato in grado di attrarre investitori esterni; insieme hanno una maggiore influenza nel loro impegno con i poteri esterni di quanto facciano ciascuno da soli».  

Il Kazakistan è il luogo in cui, nel 2013, il Presidente cinese Xi Jinping ha annunciato la porzione terrestre di quella che ora chiamiamo Belt and Road Initiative (BRI).  Si parla di un problema di sentimento anti-cinese. La Cina, sostiene Paul Stronski «è un tema di discussione perenne. L’enorme afflusso di denaro dalla Cina pone certamente rischi per l’Asia centrale e la Cina stessa: crescenti oneri del debito, la mancanza di trasparenza in molti accordi, il degrado economico e l’afflusso di lavoratori cinesi in alcuni luoghi. In generale, i Paesi dell’Asia centrale non guardano oltre  BRI per sviluppare economie più sostenibili, il che è un problema. Le infrastrutture BRI saranno grandi per l’Asia centrale per diventare una regione di transito, ma la costruzione di infrastrutture non creerà posti di lavoro a lungo termine per gli asiatici, un problema data la crescita prevista della popolazione nel prossimo decennio».  

Come hanno dimostrato le proteste di terra kazaka del 2016, la crescente influenza economica della Cina rischia di incitare i contraccolpi popolari.  La Cina ha cercato di espandere il suo soft power nella regione per rompere gli stereotipi. Fornisce borse di studio e borse di studio a studenti o accademici promettenti dell’Asia centrale, offre visite guidate della Cina a tutte le spese per gli opinion maker della regione e promuove lo studio del cinese in Asia centrale. Tuttavia, le politiche cinesi nello Xinjiang rischiano di minare il soft power cinese nella regione. Molti kazaki hanno espresso preoccupazione per la difficile situazione degli uiguri, e vogliono che il loro Governo sia più esplicito. Ma il governo di Astana è cauto nel discutere la questione.

In termini economici, il Kazakistan è di gran lunga lo stato dell’Asia centrale economicamente più prospero, seguito a distanza dall’Uzbekistan e dal Turkmenistan e ancora più lontano dal Kirghizistan e dal Tagikistan. La disuguaglianza economica, secondo alcuni osservatori potrebbe avere conseguenze politiche.

Il Kazakistan ora si classifica come Paese a reddito medio, ma molti cittadini kazaki non sentono i benefici di questa economia. «La ricchezza non è distribuita in modo uniforme e la corruzione ha un impatto corrosivo sulla vita quotidiana delle persone. Questo è un problema. Il lavoro di riforma del Governo punta a interventi su questo fronte. C’è anche un enorme divario tra le città del boom del Kazakistan (fondamentalmente Astana e Almaty) e il resto del Paese».  

Si vedono tendenze simili in Uzbekistan, Kirghizistan e Tagikistan: grandi divari tra città capitali e città secondarie, un divario tra aree urbane e rurali e reti sociali svantaggiate. Ciò sta costringendo molti uzbeki, kirghisi e tajik a migrare altrove (Russia, Kazakistan, Turchia, perfino Corea del Sud.

«La privazione socioeconomica ha portato all’instabilità politica in molte parti del mondo, ed è certamente possibile che ciò possa accadere in Asia centrale, dove i divari tra le élite e le persone economicamente sfavorite sono probabilmente più alti che altrove».  Divario che potrebbe rivelarsi difficile da gestire per i nuovi leader, che potrebbero non avere la legittimità politica dei loro predecessori. In Turkmenistan in questo momento il contratto sociale tra Governo e popolo è collassato e il popolo turkmeno sta soffrendo. Il Paese sembra fragile dall’esterno, conclude Paul Stronski.

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